Attacco alle Torri Gemelle: 11 settembre 2001 e la guerra mai finita

Di Cristina Di Silvio*

WASHINGTON D.C.  L’11 settembre 2001 rappresenta molto più di un attacco terroristico o di una tragica data da commemorare: è stato l’innesco di una transizione strategica che ha dissolto l’ordine internazionale post-Guerra Fredda, accelerando l’ingresso in una fase di competizione permanente, ibrida, frammentata.

L’attacco alle Torri Gemelle di New York

Ventiquattro anni dopo, gli effetti strutturali di quel trauma collettivo e politico continuano a ridefinire la postura delle potenze globali, le dottrine di sicurezza nazionale e la natura stessa del conflitto armato. Gli attacchi coordinati contro le Torri Gemelle e il Pentagono non hanno soltanto colpito il cuore simbolico e operativo della potenza americana: hanno dimostrato, in tempo reale, l’efficacia di un nuovo paradigma di guerra asimmetrica, condotta da attori non statuali ad alta intensità simbolica e con capacità logistiche insospettate.

La risposta statunitense fu immediata e totalizzante: la “War on Terror”, formalizzata nella National Security Strategy del 2002, non fu una semplice campagna antiterrorismo, bensì una ridefinizione radicale dei concetti di minaccia, proiezione di potenza e legittimità dell’uso della forza.

In Afghanistan, l’Operazione “Enduring Freedom” inaugurò un conflitto ventennale con obiettivi progressivamente mutati, passando dalla neutralizzazione di Al-Qaeda alla tentata rifondazione istituzionale dello Stato afghano, fallita nel 2021 con il collasso accelerato del governo di Kabul e il ritorno al potere dei Talebani.

Soldati americani di pattuglia in un villaggio afgano

 

L’invasione dell’Iraq nel 2003, condotta in assenza di un mandato ONU e giustificata con intelligence successivamente rivelatasi infondata, destabilizzò ulteriormente l’equilibrio regionale, generando un vuoto strategico che avrebbe favorito, nel decennio successivo, l’emersione dello Stato Islamico come forma di jihadismo proto-statale, dotata di capacità territoriali, mediatiche e militari inedite.

Sul piano dottrinario, il principio della preemption sostituì la deterrenza classica: la minaccia doveva essere neutralizzata prima ancora di manifestarsi.

Questo nuovo assetto normativo e operativo, consolidato attraverso il Patriot Act e una vasta rete di alleanze informali, ridefinì anche gli standard di intelligence sharing e cooperazione inter-agenzia, contribuendo alla progressiva erosione del diritto internazionale consuetudinario in materia di sovranità e uso della forza.

Parallelamente, la sorveglianza di massa, lo sviluppo di sistemi ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) e l’integrazione tra ambienti civili e militari trasformarono lo spazio cibernetico in un vero e proprio dominio operativo, aprendo alla “militarizzazione dell’informazione” e alla raccolta indiscriminata di metadati su scala globale.

L’effetto geopolitico di lungo periodo fu l’erosione dell’unipolarismo statunitense.

Il Presidente cinese, Xi Jinping

La Cina osservò attentamente l’impiego della forza americana e ne studiò i limiti, investendo sistematicamente nella modernizzazione della propria struttura militare con una logica anti-access/area denial (A2/AD), integrando capacità cibernetiche, spaziali e missilistiche nel proprio modello di “guerra intelligente”.

Vladimir Putin

La Russia, dal canto suo, approfittò della distrazione occidentale per ridefinire la propria profondità strategica, intervenendo in Georgia nel 2008, in Ucraina nel 2014 e infine, nel 2022, avviando un conflitto su larga scala che ha segnato il ritorno del confronto armato convenzionale in Europa.

Nel frattempo, il Medio Oriente è divenuto un laboratorio permanente di instabilità.

Il conflitto israelo-palestinese, lungi dal risolversi, si è radicalizzato fino a raggiungere un punto di rottura nel 2023, con l’attacco senza precedenti condotto da Hamas e la successiva operazione militare israeliana su larga scala nella Striscia di Gaza.

Non si è trattato soltanto di un’escalation locale, ma del sintomo di un mutamento strutturale nei rapporti di forza regionali, in cui attori non statuali, sostenuti da reti transnazionali – proxy, milizie, cyber-operativi – operano in sinergia con interessi statali più ampi, in particolare quelli dell’Iran, in una logica di guerra per procura e saturazione narrativa.

Gaza è diventata così uno dei nodi nevralgici di una geografia del conflitto che non conosce più fronti lineari né limiti di escalation predicibili. In questo contesto, l’azione israeliana si è contraddistinta per un impiego della forza militare ampiamente ritenuto sproporzionato da una parte crescente della comunità internazionale.

Le campagne di bombardamento intensivo, l’assedio prolungato, l’interruzione sistematica di forniture essenziali – acqua, energia, medicinali – e la distruzione su larga scala di infrastrutture civili cruciali hanno generato livelli di devastazione umanitaria difficilmente compatibili con i principi del diritto internazionale umanitario.

Diversi rapporti delle Nazioni Unite e di organizzazioni indipendenti per i diritti umani hanno sollevato preoccupazioni documentate riguardo a possibili crimini di guerra e a uno schema ricorrente di punizione collettiva, attuato in assenza di un’effettiva distinzione tra obiettivi militari e civili.

Anche nelle aree limitrofe, in particolare in Cisgiordania, si registra una crescente intensificazione delle misure coercitive israeliane: espansione degli insediamenti, demolizioni, arresti extragiudiziali e operazioni a controllo variabile delle autorità militari.

Il presidente palestinese, Abbas.

Queste dinamiche contribuiscono all’erosione definitiva dell’architettura di sicurezza multilaterale costruita negli anni Novanta, minando la credibilità degli accordi esistenti e ostacolando ogni prospettiva negoziale.

Più ancora, generano un effetto strategicamente controproducente: incentivano la radicalizzazione, legittimano la retorica della resistenza armata e frammentano il tessuto politico delle forze palestinesi moderate. In questo scenario, il concetto stesso di minaccia si è polverizzato: non più esclusivamente convenzionale, non sempre identificabile, spesso simultanea in più domini – fisico, cibernetico, cognitivo.

Lo spazio informativo è ormai pienamente integrato nel ciclo operativo dei conflitti moderni: le guerre si combattono tanto sui campi di battaglia quanto nella percezione pubblica, attraverso campagne di disinformazione, manipolazione algoritmica e operazioni psicologiche (PSYOPS) mirate a disorientare, polarizzare, paralizzare.

La ridefinizione degli equilibri di potere ha raggiunto una fase critica.

Gli Stati Uniti, pur mantenendo una superiorità tecnologica e un network alleato ancora rilevante – dalla NATO al QUAD, fino alle alleanze bilaterali nel Pacifico – non godono più di un’autorevolezza incontestata.

La Cina avanza una propria visione dell’ordine internazionale, basata su interessi statali non negoziabili, centralità economica e dominio tecnologico, mentre la Russia mira a destabilizzare l’architettura di sicurezza europea e atlantica tramite la combinazione di hard power, guerra economica, interferenze ibride e sponsorizzazione del caos.

L’Europa, ancora priva di una cultura strategica comune e vincolata da ambiguità interne, fatica a definire una propria postura autonoma, oscillando tra adattamento e inerzia.

In questo contesto, le nuove tecnologie – intelligenza artificiale, droni autonomi, munizionamento intelligente, sistemi C4ISR potenziati – e l’iperconnettività globale stanno abbassando drasticamente la soglia di accesso al potere militare, riducendo il tempo di reazione decisionale e amplificando il rischio di escalation involontaria o di operazioni condotte in modalità plausible deniability.

Il mondo post-11 settembre non è un mondo risolto.

È un mondo instabile, ad attrito permanente, attraversato da faglie strategiche attive in Medio Oriente, nel Mar Cinese Meridionale, nel Sahel, nei Balcani e nel cyberspazio.

La sicurezza non è più uno stato, ma un processo dinamico di adattamento, anticipazione e deterrenza distribuita.

Oggi, nel 2025, il futuro non è più lineare.

Viviamo in un sistema internazionale in cui il passato ritorna sotto nuove forme e il futuro sfugge alle categorie analitiche tradizionali.

Le democrazie liberali sono sotto pressione, le guerre si moltiplicano senza dichiarazione, e il diritto internazionale fatica a reggere sotto il peso delle eccezioni strategiche.

L’11 settembre non è finito. È una sequenza ancora in atto, una frattura che ha modificato irreversibilmente la topologia del potere globale.

Comprendere il presente significa allora ritornare a quel giorno, non per commemorare, ma per analizzare ciò che si è messo in moto — e che oggi, più che mai, ci impone lucidità strategica, capacità predittiva e volontà di riscrivere i paradigmi della sicurezza.

*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)

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