Brexit, la regina Elisabetta firma legge varata dal Parlamento. Ora inizia il count-down

Londra. La Royal Assent, la legge, varata nei giorni scorsi dal Parlamento che autorizza il Governo britannico a notificare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona ed ad avviare i negoziati formali con Bruxelles (due anni, salvo proroghe) per la Brexit, l’uscita del Regno dall’Unione europea, è stata firmata oggi dalla Regina Elisabetta.

La Regina Elisabetta a colloquio con la premier Theresa May.

Con questa firma della sovrana, che è capo dello Stato, si chiude definitivamente l’iter della legge, approvata lunedì a Westminster in un testo che non pone di fatto alcun vincolo negoziale all’Esecutivo.

Il Parlamento britannico di Westminster.

Ora, Theresa May, premier conservatrice, può attivare quando vuole la procedura di uscita.

Si parla dell’ultima settimana di marzo, in tempo per rispettare la road map che la May aveva fissato.

Una volta che la premier britannica informerà Bruxelles, si dovrà attendere 48 ore perchè la Commissione europea risponda alla notifica della Brexit.

La stampa britannica anticipa le mosse della May, sostenendo che il capo del Governo aspetterà che terminino le celebrazioni del 60° anniversario del Trattato di Roma, in agenda per il 25 marzo. Dopo di che arriva il bye bye britannico.

Tra le prime misure che la May dovrà prendere riguarda i cittadini dei 27 Paesi comunitari che vivono nel Regno Unito e dei britannici che, invece, risiedono nei Paesi Ue.

Non solo. C’è poi la questione economica che va risolta. Pensiamo all’intenzione di Londra di uscire dal Mercato Unico europeo per poter controllare, in prima persona, l’immigrazione che è uno dei temi più importanti della campagna elettorale del 23 giugno 2016.

Il Regno Unito, in quell’occasione, votò per uscire dall’Europa. Mentre la Scozia e l’Irlanda del Nord appoggiarono la permanenza nella ue.

La Scozia non si ferma, anzi rilancia. E si prepara a celebrare un altro referendum pro indipendenza tra l’autunno del 2018 e la primavera del 2019, dopo quello del 18 settembre 2014 dove gli scozzesi respinsero la separazione. L’esito del referendum aveva visto la vittoria degli unionisti con 2.001.926 voti, pari al 55,3% dei votanti.

I risultati finali del referendum del settembre 2014.

La consultazione era stata frutto di un accordo tra il Governo del Regno Unito e quello scozzese, noto anche come Accordo di Edimburgo, firmato il 15 ottobre 2012 dal primo ministro britannico David Cameron, dal segretario di Stato per la Scozia Michael Moore, dal primo ministro scozzese Alex Salmond e dalla vice-primo ministro scozzese Nicola Sturgeon. Lo Scottish Independence Referendum Bill, il disegno di legge per stabilire le modalità di svolgimento del referendum, era stato presentato il 21 marzo 2013 e approvato dal Parlamento scozzese il successivo 24 novembre. Il 17 dicembre dello stesso anno aveva ricevuto il Royal Assent. Il quesito posto dal referendum, così come raccomandato dalla Commissione elettorale, era stato questo: “La Scozia dovrebbe essere un Paese indipendente?”.

Per potere essere approvata, la proposta di indipendenza doveva ottenere la maggioranza semplice. Con alcune eccezioni, potevano votare i residenti in Scozia che avevano compiuto i 16 anni.

Gli iscritti alle liste elettorali erano 4.285.323 (circa il 97% degli aventi diritto) e rappresentavano l’elettorato attivo più ampio che ci sia mai stato in Scozia.

In queste ore la leader scozzese, Nicola Sturgeon ha etto che “bloccare il referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito sarebbe anti-democratico e del tutto insostenibile”. E’ questa la risposta al Governo di Theresa May che ha ribadito la sua opposizione ad una seconda consultazione da parte di Edimburgo come ‘contromisura’ rispetto alla Brexit.

“Spetta al Parlamento scozzese, non a Downing Street – ha concluso la Sturgeon – indicare i tempi del referendum e la decisione del Parlamento scozzese deve essere rispettata”.

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