Di Fabrizio Scarinci
TOKYO/PARIGI/BERLINO. Il 30 maggio scorso i Ministeri della Difesa di Giappone, Francia e Germania hanno sottoscritto un documento riguardo alla possibilità di cooperare per ciò che concerne lo sviluppo dei cosiddetti “cannoni a rotaia”.
Si tratta, in particolare, di sistemi, che, grazie all’utilizzo della forza elettromagnetica, risultano in grado di sparare ad altissima velocità (generalmente ad oltre mach 5) proiettili privi di testata esplosiva capaci di neutralizzare una vasta gamma di obiettivi facendo ricorso alla sola energia cinetica.
All’elevatissima velocità da essi raggiunta risulta, poi, strettamente correlata anche una gittata sensibilmente superiore rispetto a quella dei proiettili in uso con le artiglierie tradizionali. Nello specifico, si parla di alcune centinaia di km (un raggio d’azione, per certi versi, paragonabile a quello di alcuni sistemi missilistici, che viene, però, raggiunto senza l’ausilio di propellente).
In poche parole, disporre di un “railgun”, potrebbe consentire, in diverse circostanze, la sostituzione dei costosi e relativamente poco numerosi sistemi missilistici balistici e da crociera con un gran numero di proiettili che, oltre ad essere molto meno costosi e decisamente più facili da gestire (soprattutto per via dell’assenza di carburante e testata esplosiva), risulterebbero, anche grazie all’introduzione di avanzati sensori di navigazione, egualmente precisi ed estremamente letali.

Tra i vari impieghi finora ipotizzati per questo tipo di sistemi figurano quelli connessi alla guerra navale di superficie (nell’ambito della quale una nave dotata di cannoni a rotaia potrebbe sparare dozzine di proiettili “disperdenti” e relative sub-munizioni con cui avvolgere il bersaglio in una nuvola di schegge capace di distruggere i suoi sensori e le sue apparecchiature di comunicazione), quelli connessi agli attacchi navali contro-costa (dove, come spiegato pocanzi, un gran numero di proiettili ipersonici potrebbe sostituire una buona fetta della “mansioni” normalmente riservate ai missili da crociera), e, non da ultimo, quelli riguardanti la difesa antibalistica e anti-ipersonica.
Tuttavia, malgrado gli enormi vantaggi appena menzionati possano far gola diversi apparati militari, nessuna potenza sembrerebbe essere riuscita, almeno finora, a sviluppare dei cannoni a rotaia davvero affidabili.
Infatti, malgrado le prime ipotesi riguardo a tali sistemi siano state formulate ormai più di un secolo fa, nessuno sembrerebbe essere riuscito a risolvere i diversi problemi connessi al loro funzionamento, tra cui figurano, in primo luogo, quelli legati all’ottenimento di un livello di energia sufficiente affinché un proiettile possa essere lanciato in modo controllato e affidabile.
Negli ultimi anni, a lavorare più intensamente allo sviluppo di cannoni a rotaia sono stati gli USA, che dopo gli scarsi progressi ottenuti nell’ambito di programmi come l’EMRG starebbero ora rallentando, la Repubblica Popolare Cinese, che starebbe attualmente testando un proprio sistema, e, per l’appunto, il Giappone, che avrebbe da tempo sviluppato un prototipo dimostrativo su scala ridotta.
A fare da apripista nel continente europeo sono state, invece, Francia e Germania, che hanno avviato, già dallo scorso decennio, un programma di studi volto a sviluppare sistemi di tipo sia terrestre che navale.
Nel 2020 si è, quindi avuto il lancio del programma europeo PILUM, che consisterebbe in uno studio di fattibilità riguardo alla progettazione di un cannone elettromagnetico in grado di colpire ad almeno 200 km di distanza.
Con riferimento al prossimo futuro, quante siano le reali possibilità che Tokyo, Berlino e Parigi riescano nell’impresa di schierare dei “railgun” davvero funzionanti non è ancora del tutto chiaro.
In ogni caso, però, gli sviluppi e i risultati di tale collaborazione verranno certamente attenzionati anche da altri Paesi, tra cui, senz’altro, anche la stessa Italia.
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