Carabinieri: Avamposti, Uomini in prima linea. Il ritorno della docuserie in collaborazione con l’Arma. Parla il regista e sceneggiatore, Claudio Camarca

Di Flavia De Michetti

Roma. La docuserie “Avamposti – Uomini in prima linea”  in Tv.

In onda sul canale Nove, firmata dal regista cinematografico Claudio Camarca, la serie racconta la quotidianità delle stazioni dell’Arma dei Carabinieri impegnate nella lotta contro la criminalità che imperversa nei quartieri più a rischio d’Italia.

La macchina da  presa ha seguito, senza sosta, il lavoro dei militari, accompagnandoli nelle realtà di degrado e di crimine che caratterizzano alcune strade di varie città.

Si tratta di un documentario di azione, dotato di un forte valore simbolico.

Le riprese riportano non solo uno sguardo sulle realtà complesse e violente che caratterizzano questi luoghi, ma anche sull’umanità di uomini al servizio del nostro Paese, i quali rischiano ogni giorno operando in zone d’ombra con lo scopo di difendere e tutelare i cittadini.

Auto dei Carabinieri in una strada di Milano

Saranno 4 le puntate che, dopo quella del 14 febbraio dedicata a Reggio Calabria e del 21 sullo spaccio di droga a Torino, strano messe in onda.

Il 28 febbraio si parlerà dei “Quartieri di nessuno£, con il prezioso aiuto del Comandante della stazione dei Carabinieri Vigentino, Antonio Falivene.

Il 21 marzo la puntata ci farà conoscere Catania, dove protagonista sarà la Stazione dei Carabinieri di Nesima.

Il regista Claudio Camarca

Claudio Camarca, in questa ultima stagione di “Avamposti”, lei è partito dalla città di Reggio Calabria. Una realtà che storicamente è legata, così come la sua provincia, alla ‘ndrangheta. Cosa avete evidenziato il tema con il contributo dell’Arma dei Carabinieri?

Lo abbiamo evidenziato sotto molti e drammatici aspetti.

La Calabria è probabilmente la regione del Paese più distante da quell’idea di modernità e di valori condivisi, in grado di farci sentire cittadini europei.

Un dato, ormai storico su cui varrebbe la pena di riflettere, è rappresentato dalla vera e propria fuga dei tanti giovani, che, per fame di cultura e di opportunità professionali, partono per studiare nelle Università di altre regioni, in particolare Lazio, Toscana, Lombardia.

Si lasciano alle spalle famiglia, affetti e una terra che, di fatto, sarebbe perfettamente all’altezza di valorizzare l’individuo, ma che mai ha dato segno di potersi affrancare da una sottocultura arcaica in grado, appunto, di foraggiare legami quasi esclusivamente parentali.

È questa sottocultura, ad alimentare la ‘ndrangheta. È di questa mentalità chiusa al microuniverso della famiglia che il malaffare ha bisogno: le ‘ndrine si allattano nell’omertà dettata dai disvalori del sangue e nel tradimento degli insegnamenti presenti nel Vangelo.

Operano affinché il grande turismo non arrivi, i corsi stradali dell’interno siano fatiscenti, le attività imprenditoriali non attecchiscano, se non pagando il pizzo al capobastone di turno.

Inoltre, si attivano affinché la “politica” sia in debito con chi abbia pilotato i voti: l’arretratezza culturale e quindi sociale ed economica, favorisce la necessità della presenza del boss di turno, in grado di offrire lavoro illegale, prestare denaro, favorire commerci.

Dove lo Stato di Diritto abdica al suo ruolo, al cittadino rimane Mastro Ciccio, pronto a ricevere la richiesta e esaudirla, all’interno di un patto criminale.

Un intervento dei Carabinieri 

Girare queste riprese, “on the road” cosa ha comportato dal punto di vista tecnico? Quali sono state le difficoltà e le problematiche?

Alla base di un lavoro come “Avamposti” c’è la volontà di operare insieme all’Arma dei Carabinieri.

Il vero e proprio “piacere” di poter servire questa onorata e imprescindibile Istituzione, illustrandone il lavoro quotidiano.

Da qui, la capacità di ogni professionista della troupe nell’essere meno invasivo possibile, rimanere sempre di sfondo durante le operazioni militari, sapersi destreggiare durante le perquisizioni degli appartamenti e cercare “l’invisibilità” al momento degli arresti.

Dobbiamo ricordare che tutte le operazioni filmate dalle telecamere sono reali, nessuna forzatura e nessuna finzione: credo sia indiscutibilmente questa la forza del programma.

Per riuscirci, tutti noi dobbiamo per prima cosa rispettare l’opera del Carabiniere, esattamente come la dignità del criminale arrestato, il quale, prima di ogni altra valutazione, rimane un cittadino della Repubblica, una persona umana con i suoi diritti.

Un’operazione dell’Arma dei Carabinieri a Catania

Ai fini delle esigenze di ripresa, cosa e quanto è stato cambiato nella post-produzione?

In fase di montaggio, si cerca di rispondere alle naturali esigenze dello spettatore, raccontando una storia in grado di dipanarsi attraverso le tante operazioni seguite dal vivo e capaci di comporre e contrappuntare la puntata.

Dobbiamo fare in modo che tutto quello che si vede risulti intelligibile, partendo dal presupposto che pochi spettatori abbiano dimestichezza con le pratiche militari, con un gergo di sistema, con realtà operative che mai, e per fortuna di tutti, li abbiano visti protagonisti.

Per arrivare a questo punto di caduta,  è importante la comprensibilità di dialoghi, briefing, concetti.

Lo spettatore, dunque, va preso per mano e dalla sua poltrona portato all’interno delle Stazioni dell’Arma, lungo strade che mai ha conosciuto, al cospetto di individualità che riecheggiano articoli di giornale.

Ad esempio, l’uso del colore fotografico in alcune scene, può favorire un determinato stato d’animo in grado di far empatizzare il fruitore con quanto messo in scena.

Poco viene lasciato al caso. Proprio, come abbiamo detto, per meglio poter servire l’opera quotidiana dell’Arma dei Carabinieri.

Un’immagine tratta dalla docuserie 

In queste serie, realtà e finzione si sposano? O la prima prende il sopravvento?

Nessuna finzione. Alle volte, preferiamo un dialogo in più per meglio spiegare, un briefing più discorsivo, un’intervista più approfondita, così da accompagnare sempre lo spettatore. Null’altro.

Qual è stata la città nella quale ha incontrato maggiori difficoltà?

Ogni città, ogni provincia ha sue proprie zone di asprezza e proprie esigenze operative.

Secondo un mio parere personale, non ho mai avuto eccessive difficoltà, mai ho temuto di non poter riprendere l’operato dei ragazzi dell’Arma.

Ci sono ovvi momenti di tensione, il timore che una determinata operazione non fili liscia come si sia pianificato: è la realtà della strada, nulla che non si conosca, nulla che non si sia preventivato.

Carabinieri in operazione

Per un pubblico televisivo, cosa rappresenta “Avamposti”?

Spero possa rappresentare prima di tutto un motivo di orgoglio nel vedere l’operato dell’Arma dei Carabinieri, un’Istituzione di élite che rappresenta la quintessenza dei valori fondanti la Repubblica italiana.

Quindi, il dato incontrovertibile che il crimine, la deriva nel malaffare, sia problema di tutti noi, ci debba vedere protagonisti attivi e partecipi, imponendo una responsabilità nell’agire quotidiano.

Una frase che ripeto spesso agli amici fraterni dell’Arma: voi siete l’Arma dei Carabinieri, noi tutti insieme siamo lo Stato di Diritto.

Questo semplice concetto ci dev’essere ben chiaro, non possiamo demandare la sicurezza dei nostri valori alle Forze dell’Ordine: ognuno per il proprio, dobbiamo operare insieme.

Ricordiamoci, ad esempio per quanto concerne lo spaccio di sostanze stupefacenti: non esiste offerta se non c’è domanda.

La forza delle consorterie mafiose è il cliente di coca, crack, marijuana ed eroina.

I boss del narcotraffico prosperano, uccidono e ricattano grazie al cittadino che acquista droga.

Un secondo aspetto a me caro che caratterizza “Avamposti-Uomini in prima linea”  è il posizionarsi nel lato diametralmente opposto alle tante serie televisive capaci in questi anni di glorificare narcotrafficanti, spacciatori, assassini, violentatori: una collazione di fiction, perfettamente composte e eseguite, che hanno presentato boss di mafia come esempi cui ispirarsi, modelli a cui tendere.

In molti dei quartieri da me frequentati da più decenni, i bambini vengono sovente battezzati con il nome del protagonista di quel dato programma, ragazzini espongono tatuaggi con il soprannome dell’eroe negativo raccontato nella serie televisiva, ripetono le gesta criminali imparate alla televisione.

Il grande lavoro dei Carabinieri

Credo, ci sia stata mollezza morale nel voler cavalcare questa disprezzabile vulgata e che non ci sia stata attenzione né assunzione di responsabilità nella scrittura di questi soggetti e nella loro rappresentazione filmica.

Probabilmente sembra che, non avendo contezza di alcune aree metropolitane, di alcune realtà fragili scandite da un fortissimo abbandono scolastico e depauperate, nell’era dei cellulari e di internet, di luoghi di incontro e di scambio culturale, superficialmente si sia voluto insistere nell’offerta facile di un materiale che proprio su quelle difficoltà e fragilità basa la sua pervasività.

Rappresentare un capo piazza ispirandosi ad Amleto, al di là della risibile vanagloria degli autori televisivi, autorizza il ragazzino a identificare come eroe il vero capo piazza che incontra tutti i giorni sotto casa e che, guarda caso, offre a lui l’impiego di vedetta mobile a cavallo della bicicletta elettrica: a quel punto, il passo è compiuto.

L’immedesimazione è avvenuta: quella serie ha favorito in maniera definitiva la scelta di campo.

Si sta parlando di una fiction sul boss della camorra Raffaele  Cutolo. Qual è il suo pensiero da uomo di cinema e da cittadino?

Dipende da chi la scriverà, da come lo si vorrà rappresentare, da cosa si vorrà raccontare.

Anni addietro, venne prodotta una serie su Salvatore Riina, “Il capo dei capi”, che magistrati e Forze dell’Ordine esecrarono e condannarono.

La serie ebbe grande successo. I boss mafiosi ne parlavano con gioia. Si facevano, l’un l’altro, i complimenti.

 

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