Carabinieri: grande operazione antimafia in Sicilia. Ventitré persone in manette

Palermo. I Carabinieri del ROS, con il supporto dei militari dei Comandi Provinciali di Agrigento, Trapani, Caltanissetta e Palermo, del XII Reggimento “Sicilia”, dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Sicilia” e del 9° Nucleo Elicotteri, hanno eseguito un decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.

Operazione antimafia dei Carabinieri di Palermo

Indagate 23 persone, ritenute a vario titolo responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso (Cosa Nostra e Stidda), concorso esterno in associazione mafiosa, favoreggiamento personale, tentata estorsione ed altri reati aggravati poiché commessi al fine di agevolare l’attività dell’associazione di tipo mafioso.

Le indagini [1]  sono state avviate nel 2018 e si sono sviluppate nella parte centro orientale dell’Agrigentino.

Qui risulta attivo il mandamento mafioso di Canicattì, il quale costituisce tuttora l’epicentro del potere mafioso dell’ergastolano campobellese Giuseppe Falsone, pure destinatario del provvedimento precautelare in esame in quanto risultato a capo della provincia mafiosa di Agrigento.

Le attività investigative, nel fare luce sugli assetti di Cosa Nostra agrigentina ed in particolare del suddetto mandamento, hanno consentito di documentare, l’attuale operatività delle sue articolazioni territoriali, rappresentate dalle famiglie di Canicattì, Campobello di Licata, Ravanusa e Licata, nonché individuarne gli esponenti di maggior rilievo.

Sono emersi, tra gli altri, Calogero Di Caro, capo del mandamento, Giancarlo Buggea, considerato il  rappresentante di Falsone e organizzatore del mandamento, e Luigi Boncori, capo della famiglia di Ravanusa.

In tale cornice, nell’ambito delle dinamiche associative delle articolazioni mafiose oggetto di indagine, ruolo di rilievo ha ricoperto Angela Porcello, compagna di Buggea.

Sempre secondo quanto emerso dall’inchiesta, la donna, in qualità di difensore di numerosi affiliati del mandamento, tra cui lo stesso Falsone e sfruttando le garanzie del mandato difensivo, ha messo a disposizione degli stessi il proprio studio legale per l’esecuzione di summit mafiosi, ritenendolo luogo non soggetto ad investigazioni.

Presso lo studio, infatti, si sono svolti incontri che hanno riguardato esponenti mafiosi di primo piano quali Luigi Boncori (capo della famiglia mafiosa di Ravanusa), Giuseppe Sicilia (capo della famiglia di Favara), Giovanni Lauria (capo della famiglia mafiosa di Licata), Simone Castello (uomo d’onore di Villabate, già fedelissimo di Bernardo Provenzano) e Antonino Chiazza (esponente di vertice della rinata Stidda).

Sul punto gli elementi raccolti hanno altresì permesso di accertare che Falsone, sottoposto al regime del 41 bis, oltre a riuscire ad interagire con altri uomini d’onore (diversi da quelli con cui svolge i previsti periodi di socialità) a loro volta sottoposti al medesimo regime detentivo, servendosi di Angela Porcello ha veicolato e ricevuto informazioni, mantenendo così la direzione operativa della provincia mafiosa di Agrigento.

Inoltre, sono stati ricostruiti i qualificati rapporti tra i rappresentanti del mandamento di Canicattì con esponenti di altre omologhe strutture delle province di Agrigento, Trapani, Catania e Palermo, sintomatici della perdurante unitarietà dell’organizzazione.

In proposito, particolarmente rilevanti sono i contatti con esponenti della famiglia Gambino di Cosa Nostra newyorkese, interessata ad avviare articolate attività di riciclaggio di denaro con cosa nostra siciliana.

Le investigazioni hanno inoltre messo in luce la rinnovata presenza nel territorio del mandamento di Canicattì della stidda, organizzazione mafiosa ricostituitasi intorno alle figure degli ergastolani semiliberi Antonio Gallea [2] (ritenuto responsabile, quale mandante, dell’omicidio del Giudice Rosario Livatino avvenuto il 21 settembre 1990) e Santo Gioacchino Rinaldo.

Un’immagine dell’auto del Giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia

I Carabinieri hanno evidenziato che, persistendo la situazione di pacificazione risalente agli anni ’90, la Stidda operava in rapporti di sinergia criminale con Cosa Nostra, sia per la risoluzione di problematiche che per la spartizione delle attività criminali.

Oltre al generalizzato controllo della criminalità comune, estremamente significative sono le infiltrazioni di Cosa Nostra e della Stidda nelle attività economiche.

Al riguardo, grande rilievo assume il controllo e lo sfruttamento del lucrosissimo settore commerciale delle transazioni per la vendita di uva e di altri prodotti ortofrutticoli della provincia di Agrigento che, oltre a garantire rilevantissime entrate nelle casse delle organizzazioni, permetteva loro di consolidare il già rilevante controllo del territorio  [3].

In tale quadro, è stato pure sventato un progetto omicidiario organizzato dagli esponenti della Stidda in danno di un mediatore e un imprenditore che non avevano corrisposto – a titolo estorsivo – alla nominata associazione mafiosa parte dei guadagni realizzati con le loro attività.

Tra le linee d’azione considerate più importanti da Cosa Nostra vi è quella dell’inabissamento, esigenza particolarmente sentita anche con riguardo alle inchieste giornalistiche, secondo l’esempio di Bernardo Provenzano per il quale rimanere invisibile era una inderogabile regola di vita.

La particolare ampiezza dell’azione investigativa ha cristallizzato, inoltre, la perdurante posizione apicale, nell’ambito di Cosa Nostra, di Matteo Messina Denaro  che, punto di riferimento decisionale dell’organizzazione, ha continuato a impartire direttive sugli affari illeciti più rilevanti gestiti dal sodalizio nella provincia di Trapani ed in altri luoghi della Sicilia.

Sono stati colpiti, tra gli altri, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Falsone rispettivamente al vertice della provincia mafiosa di Trapani e della provincia mafiosa di Agrigento, gli esponenti di vertice di diverse articolazioni mafiose di Cosa Nostra [4] (mandamento di Canicattì e famiglia di Favara) nonché capi, promotori e organizzatori della Stidda.

NOTE

[1]   L’attività è stata sviluppata in prosecuzione dell’indagine Halycon cui è conseguito fermo del Pubblico Ministero emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ed eseguito il 31 luglio 2019 nei confronti di 7 indagati per associazione di tipo mafioso e concorso esterno. L’indagine ha ricostruito le dinamiche associative della famiglia di Licata.

[2] Dopo aver espiato 25 anni di reclusione, è stato ammesso nel 2015 al beneficio della semilibertà.

[3] Tale settore era gestito da un triumvirato costituito dagli uomini d’onore Giancarlo Buggea, Giuseppe Giuliana e Luogi Boncori, su mandato di Calogero di Caro.

[4] Si tratta di Calogero Di Caro capo del mandamento di Canicattì, Giancarlo Buggea, diretta espressione di Giuseppe Falsone, Luigi Boncori, esponente di vertice della famiglia mafiosa di Ravanusa, Giuseppe Giuliana, uomo di fiducia di Calogero Di Caro, Giuseppe Sicilia, capo famiglia mafiosa di Favara e l’avvocatessa Angela Porcello, attiva con ruolo di promotore e organizzatore nell’ambito della provincia mafiosa di Agrigento.

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