Carabinieri: storia del Maggiore Pasquale Infèlisi Medaglia di Bronzo al Valore Militare alla Memoria. Un Eroe finalmente disvelato

Di Alessandro Gentili*

MACERATA (nostro servizio particolare). Se si volesse parlare di un Reale Carabiniere che, per tenere fede al Giuramento prestato al Suo Re,  è andato consapevolmente incontro a indicibili  sofferenze per la famiglia, a persecuzioni e torture e infine al supremo sacrificio, restando poi a lungo dimenticato e negletto nella memoria delle istituzioni e della popolazione, dobbiamo rifarci all’Ode “La Rassegna di Novara” di Costantino Nigra (1) (2)  dove, nella strofa dedicata ai Reali Carabinieri recita: “Usi obbedir tacendo  e tacendo morir, terror de’ rei,  modesti ignoti eroi, vittime oscure  e grandi, anime salde in salde membra,  mostran nei volti austeri, nei securi  occhi, nei larghi lacerati petti,  fiera, indomata la virtù latina “.

Il Maggiore Pasquale Infelisi in uniforme ordinaria

Tutto questo fu l’eroico Maggiore dei Reali Carabinieri, Pasquale Infèlisi!

Il 24 marzo 1942 l’Ufficiale fu promosso Maggiore e destinato come Comandante al Gruppo territoriale dei Reali Carabinieri di Macerata.

Il 31 gennaio 1944 il Maggiore Infèlisi, insieme ai suoi Ufficiali e ad un Maresciallo Maggiore, Comandante della Sezione di San Ginesio (3), furono collocati a riposo per essersi rifiutati di aderire alla neo istituita Repubblica Sociale Italiana (RSI), rischiando l’arresto e la deportazione.

A tutti i Carabinieri del Gruppo di Macerata dopo l’8 settembre del 1943  fu chiesto di aderire alla RSI ma il loro Comandante, il Maggiore Infèlisi, con coraggiosa risolutezza non esitò a opporre reiterata resistenza  riuscendo ad ottenere che per i suoi militari per il momento si soprassedesse a tale atto.

A causa della delicata situazione venutasi a creare con il capo della provincia, prefetto Ferruccio Ferrazzani (4), intervenne il comandante della Legione Reali  Carabinieri di Ancona, Colonnello Nino Bixio, cercando vanamente di convincere l’Infèlisi e i suoi ufficiali  a mutare atteggiamento.

Ma l’Ufficiale fu irremovibile ed il superiore il 4 dicembre 1943 lo sollevò dall’incarico, sin quando lui e i suoi ufficiali non vennero collocati in congedo il 19 marzo 1944.

A tutti venne ordinato di lasciare le loro sedi e la provincia di Macerata.

Il  Maggiore Infèlisi venne sostituito dal Console della Milizia Giovanni Bassanese, che contestualmente divenne anche capo della 9^ Legione della Milizia e, col grado di colonnello, comandante  del Presidio Militare (5).

Nell’immediato, il Maggiore Infèlisi chiese ed ottenne di poter restare nell’alloggio di servizio adducendo motivi di salute della terza dei tre figlioletti, una neonata di pochi mesi.

Sia l’infante che la mamma vennero sottoposte a ripetute visite mediche fiscali ad opera di un medico della Milizia.

Successivamente l’Ufficiale con la moglie, i tre figli e la cognata, anch’essa con due bambini,  che viveva con loro, si trasferirono in una casa in città.

Dopo un devastante  bombardamento alleato, il Maggiore Infèlisi trasferì la famiglia in una casa di campagna in località Villa Potenza, poco distante dal capoluogo.

Nella medesima località il Colonnello Bassanese –  ormai comandante della Guardia Nazionale Repubblica istituita dalla RSI, a Roma con la Milizia e la Polizia dell’Africa Italiana (PAI) (6) e a Macerata con i Carabinieri e i militi rimasti della MVNF – istituì un posto di Polizia composto da Carabinieri e militi.

Questo posto fisso il 7 giugno 1944 fu attaccato e disarmato  dai partigiani che invitarono i militi a tornarsene a casa e i carabinieri di allontanarsi per evitare rappresaglie delle autorità fasciste.

Il nuovo capo della Provincia, Avv. Ubaldo Rottoli –  trasferito a Macerata da Viterbo, per avvicendare il discusso prefetto Ferrazzani –  con il Comandante della GNR Bassanese e la locale Questura, anche a seguito di asserita delazione,  ritennero responsabile Infèlisi e lo accusarono della mancata reazione dei carabinieri e di far parte della resistenza.

L’8 giugno le neo autorità fasciste ne ordinarono l’arresto che fu eseguito dal capo di Gabinetto della Questura Domenico Nasuti, su ordine del capo della Provincia, Rottoli (7).

L’Ufficiale venne dapprima trattenuto in Questura ,ma non è certo che sia stato interrogato, per poi essere accompagnato dentro l’Ospedale psichiatrico (ex CRAS, poi Manicomio di Santa Croce), trasformato in “carcere politico”, dove erano trattenuti sotto sorveglianza  da agenti della Questura e della milizia.

Stessa sorte toccò alla povera consorte ed ai suoi figlioletti, così come alla cognata e i suoi bimbi.

La casa che ospitava la famiglia, di proprietà del Conte Avogadro degli Azzoni  –  come riferirà la vedova del Maggiore Infèlisi con un esposto del 1° ottobre 1944 diretto all’Alto Commissariato per le sanzioni contro i delitti fascisti –  fu oggetto di una brutale perquisizione “E completamente saccheggiata da alcuni tedeschi sopraggiunti con un camion, in compagnia di due losche femmine, le quali trafugarono tutti i valori in oggetti e denaro liquido  (oltre 40.000 lire), tutti indistintamente gli indumenti personali della vittima, suoi, della cognata, dei bimbi e financo l’intero corredino della piccola di appena dieci mesi. Si consideri la triste situazione in cui la scrivente venne a trovarsi dopo l’atroce misfatto: sola con tre figlioletti (Giovanni di sei anni, Silvana di cinque e Gabriella di dieci mesi), sprovvista assolutamente di mezzi. Comandi, Autorità e Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale, resero invero – con l’intervento militare alleato – solenni onoranze al Martire, onoranze degne del suo grado e del suo sacrificio, ma essi non poterono purtroppo elargire come si imponeva gli opportuni e impellenti aiuti finanziari, per totale mancanza di fondi. Soltanto la squisita sensibilità e la schietta solidarietà di famiglie amiche e conoscenti seppero – durante la sua ulteriore permanenza a Macerata – lenire in parte il suo disagio. . . . la scrivente reclama, dal massimo organo inquirente gli opportuni provvedimenti a carico dei fascisti responsabili di tanto crimine. Ciò è apparso inderogabile, essendo risultato che, dopo circa quattro mesi, il Comando Generale dell’Arma dei RR. CC. ignora ufficialmente la fine tragica del Maggiore Infèlisi. La Vedova e gli orfani del Martire Maggiore Infèlisi non gridano feroce vendetta; essi vogliono che sia fatta, semplicemente, giustizia. Giustizia riparatrice, esemplare, inesorabile!  ” (8).

Ma purtroppo, come diremo più avanti, nessuno di coloro che ebbero un ruolo nella persecuzione e nel brutale assassinio dell’Ufficiale fu perseguito.

Addirittura, in seguito alla scoperta nei locali della Procura Militare di Roma del così detto “armadio della vergogna”, il sottufficiale delle SS Emil Schreiber, che esplose la raffica di mitra che uccise il Maggiore Infèlisi, fu processato ed assolto dal Tribunale Militare di Roma nel 2006 (9).

Il 13 giugno 1944, l’Avv. Rottoli, accingendosi a scappare da Macerata, ordinava il rilascio dei familiari del Maggiore Infèlisi e la loro consegna al comando tedesco.

Il 14 giugno due SS si portarono presso il Manicomio, prelevarono l’Ufficiale, separandolo dalla famiglia, asseritamente perché doveva essere trasferito in Germania.

Condotto in aperta campagna nella località allora nota con la denominazione di Montirozzo (oggi Via Achille campanile, al limite dei quartieri San Francesco e Collevario) il Maggiore Infèlisi fu proditoriamente trucidato con alcune raffiche di mitra e sommariamente seppellito sotto un po’ di terriccio.

Altre testimonianze riferiscono che dopo l’arresto e nel corso della breve detenzione sia stato trascinato in un casolare vicino alle Casermette (dove ebbe sede poi la Scuola della Vigilanza Aeronautica Militare e dove ora sorge un moderno polo scolastico), sottoposto a martellante interrogatorio e ad un brutale pestaggio perché rivelasse informazioni sui suoi contatti , sull’organizzazione clandestina della zona, sui prigionieri anglo-americani evasi dal Campo di Sforzacosta e sui componenti del Comitato di Liberazione di Macerata, ma non cedette, sopportando con eroico stoicismo la tortura (10).

A quel punto il suo destino era segnato.

Del trasferimento dell’Ufficiale si occuparono due graduati tedeschi del comando distaccato di polizia di Sicurezza e Servizio di Sicurezza (SD) di Macerata, comandati dal Tenente Herbert Andorfer, ritenuto responsabile dell’eccidio.

Questo ufficiale delle SS, decorato di Croce di Ferro di II Classe,  aveva operato a Belgrado come comandante di un campo di concentramento e successivamente era stato impiegato in azioni di contrasto con la guerra partigiana in Liguria, in Emilia e infine nelle Marche (11).

Subito dopo la liberazione di Macerata del 30 giugno 1944 –  ad opera del 2° Corpo Polacco, che aveva rotto il fronte del Chienti da Trodica di Morrovalle fino al Porto di Civitanova, e dei paracadutisti motociclisti con i supporti di artiglieria della Divisione “Nembo”, che avevano forzato il fronte del Chienti valicandolo a sud-ovest di Macerata, costringendo il poderoso dispositivo militare tedesco sulla riva sinistra del fiume a ritirarsi velocemente a Nord del fiume Potenza per non essere aggirati della forze liberatrici (12) – il primo luglio del 1944 il Tenente Cappellano Erasmo Percorsi, sentendo voci insistenti sull’uccisione del Maggiore Infèlisi nella zona del Montirozzo, campagna di proprietà del marchese Ciccolini, trovò la salma identificata grazie alle incisioni sulla fede matrimoniale.

Dopo il funerale, la salma fu seppellita nel cimitero di Macerata per essere trasferita un anno dopo nella tomba di famiglia a Roma.

Pare opportuno andare a vedere  quali siano state le vicende che hanno portato il Maggiore Infèlisi, vero Soldato, Ufficiale dei Reali Carabinieri, Uomo esemplare, a Macerata e a guidarne le scelte e l’operato in un momento così complesso fino ad affrontare una fine che era già segnata dall’arrivo nella nuova sede, con l’incontro di un personaggio inconciliabile con il carattere e l’alto profilo morale di Infèlisi.

Il capo della Provincia Ferruccio Ferrazzani, subentrato al Prefetto Socrate Forni l’8 settembre del 1943 e sostituito prontamente con un funzionario del Partito nazionale fascista (PNF) il 24 ottobre successivo.

Pasquale Infèlisi nasce a Napoli il 7 febbraio 1899.

Appena diciottenne intraprende la carriera militare frequentando la Scuola Allievi Ufficiali di Caserta da dove esce il 3 ottobre 1917 aspirante allievo ufficiale dei  Bersaglieri.Il 4 novembre è già in zona di guerra fino alla fine della stessa.

Promosso Sottotenente il 24 febbraio del 1918, il 30 gennaio 1919 è promosso Tenente.

Il 20 giugno 1920 transitò nell’Arma dei Reali Carabinieri, destinato al Battaglione Mobile di Torino.

Da Ufficiale inferiore fu comandante di diverse tenenze quali Firenze, Savigliano, Massa Marittima, Ravenna, Matera, Benevento, Senigallia e Pescara.

Nel 1929 è destinato alla Legione di Livorno e nel ’30 parte per la Tripolitania.

Nel 1934 è promosso Capitano ed è destinato a Palermo e poi ad Agrigento.

Nel 1935 è di nuovo in Africa per quella Divisione Carabinieri Reali della Libia.

Nel 1937 rientra in Patria a comandare la compagnia di Vicenza e poi quella di Bari.

Nel 1941 va a combattere in Tripolitania.

Il 24 marzo 1942 è promosso Maggiore ed è destinato al Comando del Gruppo territoriale dei Reali Carabinieri di Macerata.

Sin dai primi mesi di comando l’Ufficiale non aveva dissimulato il suo disprezzo che nutriva per le autorità fasciste e per le ideologie del regime che avvelenavano la  difficile vita dei cittadini stremati dalla guerra e angheriati dalle autorità fasciste prima e naziste poi.

Il suo atteggiamento verso le autorità politiche era sempre stato cauto ma allo stesso tempo diffidente e distaccato.

Condotta che mantenne anche nelle fatidiche ore che seguirono  alla divulgazione dell’Armistizio con gli Alleati Anglo-Americani.

Non ebbe esitazioni sulla decisione da prendere.

Aveva giurato fedeltà al Re e agli italiani, riteneva suo dovere rimanere al proprio posto, accanto alla popolazione civile, presidiare le caserme dell’Arma, vicino ai suoi uomini, a difenderne la vita e l’indipendenza.

Tutto questo comportava ovviamente di assumere un comportamento non solo  poco collaborativo nei confronti delle autorità nazi-fasciste bensì contrastarle e talora persino  sfidarle.

Il suo intento era quello di ostacolare , sabotare o almeno boicottare le attività delle illegali autorità  nazi-fasciste di uno Stato fantoccio come era considerata la RSI.

Era convinto che schierarsi contro i fascisti e i tedeschi fosse l’unica strada da percorrere in attesa che gli Alleati avessero liberato l’intero territorio nazionale.

D’intesa con i Comandanti  dei Reparti dell’Esercito pensò di organizzare una resistenza armata, in grado di cacciare i tedeschi dall’area maceratese.

Ma il repentino sbandamento  del presidio militare di Macerata fece tramontare l’ipotesi di una insurrezione armata.

A quel punto con il suo Capitano Alfonso Avetrano iniziò a trasformare il Gruppo che comandava in una rete semiclandestina di Carabinieri che, da un lato, avrebbe continuato a svolgere regolare servizio e d’altra parte pronta per essere impiegata in operazioni militari contro i tedeschi.

Ma il controllo dei tedeschi era strettissimo e sapevano bene quale straordinaria esperienza avesse acquisito negli anni il Maggiore Infèlisi, che provocò la loro rabbia quando riuscì addirittura a fare evadere numerosi prigionieri alleati dal campo di Sforzacosta (13).

Dell’assalto e disarmo dei Carabinieri e militi del posto di Polizia di Villa Potenza si è parlato.

In più occasioni vennero fermati o arrestati  ufficiali e sottufficiali dei Carabinieri del comando Gruppo sospettati di atti di sabotaggio, ma vennero sempre rilasciati.

La richiesta poi della dichiarazione di adesione alla RSI complicò notevolmente l’azione del Maggiore e dei suoi ufficiali che dopo essere stati collocati in congedo furono allontanati dalla provincia ma ebbero salva la vita  e , allorquando le Marche furono liberate, poterono tornare tutti ai loro vecchi comandi, tranne il loro eroico comandante che non aveva voluto lasciare i suoi Carabinieri senza guida ed in balia dei fascisti. Sempre il giornale “Carabinieri della nuova Italia” dell’1 maggio 1949 ricorda a pagina 1 che, grazie al Maggiore Infèlisi, “Le caserme, i beni dei carabinieri e delle loro famiglie furono sottratte al saccheggio. E soprattutto fu salvato il prestigio dell’Arma. Tutte le richieste di militari per partecipare ad operazioni di polizia, per il rastrellamento di renitenti, disertori e patrioti, venivano diplomaticamente respinte . Lo scopo principale che si ripromettevano i fascisti , quello di infangare il buon nome dell’Istituzione, rendendola complice delle loro turpitudini , non fu mai raggiunta. Uno dei momenti più pericolosi fu quando fu istituita la Guardia Repubblicana” (14).

Un testimone riferì che il prefetto Ferrazzani convocò il Maggiore Infèlisi e lo portò dal Comandante militare tedesco, Colonnello Zimmermann,  che aveva l’ufficio in prefettura, dicendo “questo è il Maggiore Infèlisi che ha rifiutato di aderire alla RSI. Cosa ne dobbiamo fare?”.

Il Colonnello Zimmermann chiese al prefetto se vi erano prove di responsabilità del maggiore per azioni contro  le forze armate tedesche e il prefetto rispose che non era stato possibile accertarle.

Il Comandante tedesco si sarebbe alzato e dopo aver stretto la mano al maggiore Infèlisi gli disse: ” Lei è un ufficiale leale e per me può restare a Macerata o andare dove vuole!”.

Il riferimento era ovviamente  legato al  rifiuto di giurare fedeltà allo Stato fascista rinnegando quello prestato al Re.

Il 25 aprile 2017, in occasione  della  celebrazione della Festa della Liberazione, al Quirinale, il Presidente Sergio Mattarella lesse quello che è considerato il testamento spirituale del Maggiore Pasquale Infèlisi: “Non si può aderire ad una Repubblica come quella di Salò, illegale dal punto di vista costituzionale  e per di più alleato di uno straniero tiranno, per essere poi agli ordini e alle dipendenze della Guardia Nazionale repubblicana cancellando anche il nostro glorioso nome di Carabinieri, per confonderci con una organizzazione paramilitare, che non ha né storia né gloria, dove molti dei componenti hanno solo il senso della violenza e della sopraffazione, mentre l’Arma in tutta la sua gloriosa storia, indipendentemente  dai colori politici, ha difeso sempre le leggi dettate da governi regolarmente costituiti ed ha protetto i deboli contro i prepotenti. Invece adesso si doveva fare all’opposto, cioè difendere i prepotenti contro i deboli. Per i miei sentimenti civili e per la mia fedeltà all’Arma, accettare una cosa simile con un giuramento di fedeltà, l’ho ritenuta una cosa indegna e umiliante. Io ho fatto liberamente e con piena coscienza questa scelta, non sottovalutando i pericoli a cui sarei andato incontro“.

Solo nel 1952 il Ministero della Difesa  concesse “alla memoria” del Maggiore dei Reali Carabinieri Pasquale Infèlisi la Medaglia di Bronzo al Valore Militare con la seguente motivazione: “Comandante di gruppo territoriale, nel corso di gravi vicende belliche e di rivolgimenti politici, mantenne decisamente fede al giuramento dato e, pur vedendosi esposto a dura persecuzione, rifiutò di aderire a governo anticostituzionale, finché arrestato e trucidato, suggellò con il supremo sacrificio una vita intemerata di dedizione assoluta alla patria e al dovere – Macerata 8/09/1943 – 14/06/1944“.

Una targa marmorea ne ricorda la memoria e riporta la motivazione della Medaglia di Bronzo al Valore Militare nell’atrio della Caserma sede del Comando Provinciale Carabinieri di Macerata.

Dopo avere approfondito le vicende di una vita militare che ha attraversato in combattimento due guerre mondiali, un turbinio di trasferimenti e cambi di incarico che non ha euguali, che ha affrontato il difficilissimo compito di mantenere fede al giuramento prestato quando tutto consigliava, come molti fecero, a partire dal superiore diretto, ad adattarsi alla situazione contingente, che ha esposto sé stesso e la famiglia a pericoli e sofferenze, che ha vissuto il periodo dall’8 settembre  del ’43 sino al giorno del suo brutale assassinio solo pensando a difendere i suoi carabinieri e a coordinare coloro che erano nella resistenza, non si comprende, io non comprendo, come non sia stata riconosciuto al Maggiore Pasquale Infèlisi il diritto ad una più significativa ed adeguata decorazione al valor militare!

Occorre poi ringraziare il bravissimo Capitano Alfonso Avetrano, fedele e coraggioso collaboratore del suo Comandante che, rientrato in servizio, dopo la liberazione delle Marche, potè finalmente dare ufficiale testimonianza dell’operato del suo coraggioso superiore, rendendola nota alla gerarchia e al Comando Generale che nel 1947 inoltrò una proposta di concessione di una Medaglia d’Argento al Valore Militare.

Fu sempre il Capitano Avetrano che interrogò tutti i protagonisti, da lui perfettamente conosciuti,  della persecuzione e dell’assassinio del Maggiore e della sua famiglia.

Documenti tutti ben conservati e consultabili presso la cennata Direzione dei Beni Storici e Documentali dell’Arma dei Carabinieri.

Ma non solo l’Amministrazione della Difesa è stata avara nei confronti di questo eroico, indomito  combattente ma anche la città ed i cittadini di Macerata furono disattenti e irriconoscenti a colui che tanto aveva fatto per difendere loro, i loro figli, i loro averi, tenendo a bada la ferocia e la rapacità dei fascisti e degli stranieri occupanti. Infatti si dovette arrivare fino al 1975 perché la città di Macerata si ricordasse di questo suo eroico  benefattore.

E il 30 giugno 1975 il sindaco Giuseppe Sposetti inaugurò un cippo commemorativo sul luogo del martirio.

L’inaugurazione del busto dedicaro al Maggiore Infelisi

A Chieti gli è intitolata la caserma sede del Comando Legione Carabinieri Abruzzo.

Poi nel 2014, 70° anniversario della morte, l’Ufficiale è stato commemorato nel corso di una cerimonia cui è intervenuto il Generale di Corpo d’Armata Tullio Del Sette, al tempo Comandante Interregionale Carabinieri “Podgora” e Vice Comandante Generale dell’Arma, successivamente divenuto Comandante Generale.

Finalmente, lo scorso 14 giugno scorso ricorrenza dell’80° anniversario, il  Comando provinciale Carabinieri di Macerata, il  Comune, l’Università di Macerata, con la importante e generosa collaborazione della Fondazione della Carima (Cassa di Risparmio di Macerata) –  che ha fatto realizzare e donato il busto in bronzo apposto sulla stele commemorativa, esistente già dal 1975 nel luogo della uccisione –  ha organizzato una solenne celebrazione della ricorrenza in due fasi, la prima, introduttiva,  nell’auditorium della Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti, la seconda con la deposizione di una corona d’alloro e lo scoprimento del busto bronzeo dell’artista professor Ermenegildo Pannocchia.

Un momento della conferenza

La località ove si trova il cippo commemorativo è stata risistemata e resa ora più visibile e accessibile ai visitatori.

Nella Biblioteca Mozzi Borgetti, il Colonnello Nicola Candido, Comandante provinciale Carabinieri di Macerata ha rivolto un saluto alle autorità ed a tutti gli intervenuti, quindi ha dato la parola al presidente della Fondazione CARIMA, Conte Dott. Francesco Sabatucci Frisciotti Stendardi.

Sono quindi seguite tre relazioni che hanno rievocato vicende e persone legate alla ricorrenza

Il  Prof. Riccardo Piccioni (professore Associato di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Macerata e vice Presidente dell’Istituto Storia Marche) ha parlato de  L’ITALIA DALL’8 SETTEMBRE 1943 ALLA LIBERAZIONE”;

Il Prof. Juri Meda (professore Associato di Storia dell’Educazione nell’Università di Macerata e presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Macerata)  ha trattato de  “L’ARMA DEI CARABINIERI NELLA RESISTENZA E NELLA DEPORTAZIONE (1943-1945)”;

E, infine, l’autore di questo articolo: “IL MAGGIORE INFELISI: LA VICENDA UMANA E PROFESSIONALE”.

* Generale di Brigata dei Carabinieri nella riserva e Generale di Gendarmeria Sammarinese in congedo, Vice Pres. Naz. dell’Ass. Naz. Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nelle Forze Armate Regolari ( ANCFARGL)

NOTE

(1) Costantino Nigra (1828-1907) non è stato solo un poeta. Insigne diplomatico, fu Capo di Gabinetto di Cavour e lo accompagnò al Congresso di Parigi nel 1856. Due anni più tardi vi andò in missione segreta e propiziò l’alleanza che portò alla guerra contro l’Impero asburgico e all’unità d’Italia, proclamata il 17 marzo 1861.

(2) Questa è la strofa, del lunghissimo testo, dedicata al Corpo dei Reali Carabinieri: “Calma, severa, tacita, compatta,  ferma in arcione, gravemente incede  la prima squadra, e dietro al Re s’accampa  in chiuse file. Pendono alle selle,  lungo le staffe nitide, le canne  delle temute carabine. Al lume  delle stelle lampeggian le sguainate sciabole. Brillan disanguigne tinte  i purpurei pennacchi, erti ed immoti  come bosco di pioppo irrigidito.  Del Re custodi e della legge, schiavi  sol del dover, usi obbedir tacendo  e tacendo morir, terror de’ rei,  modesti ignoti eroi, vittime oscure  e grandi, anime salde in salde membra,  mostran nei volti austeri, nei securi  occhi, nei larghi lacerati petti,  fiera, indomata la virtù latina.  Risonate, tamburi; salutate,  aste e vessilli. Onore, onore ai prodi  Carabinieri”.

(3) Il Capitano Alfonso Vetrano, Comandante della Compagnia di Macerata, il Capitano Vittorio Gabrielli – Comandante della Compagnia di Camerino, il Tenente  Osvaldo Tentarelli – Comandante della Tenenza di Macerata, il Tenente Antonio Fabiani – Comandante della Tenenza di Porto Civitanova, il Tenente  Cesare Chilosi – Comandante della Tenenza di Tolentino e il Maresciallo Maggiore Giovanni De Pino – Comandante della Sezione (poi denominate Tenenze di 2^ classe) di San Ginesio.

(4) Alto funzionario del PNF, era stato designato Capo della Provincia (21 ottobre 1943 – 11 maggio 1944), aveva sede in Prefettura e oggi è tuttora nell’Albo dei prefetti della provincia di Macerata dal 1862, ma non proveniva dalla carriera prefettizia. Era un ex combattente della 1^ Guerra mondiale, Maggiore di complemento dei Bersaglieri, squadrista e pure Federale del PNF di Macerata. Di lui si legge, nella prima pagina del giornale “Carabinieri della nuova Italia” dell’1 maggio 1949 “. “Il sanguinario prefetto Ferrazzani, che ha lasciato un ricordo di assassinii e maledizioni, subiva l’ascendente morale del maggiore e, per quanto lo odiasse, non aveva il coraggio di affrontarlo.“.

(5) Fattorini, M., Guerra ai nazisti. Il racconto di un patriota chiamato “Verdi” (1943-1946), a cura di Giannangeli, V., e Torresi, F., Ed. Il Labirinto, Macerata, 2005.

(6) Giova ricordare che a Roma il Tenente Colonnello Herbert Kappler , Comandante delle SS dopo l’occupazione della città, riteneva che i Reali Carabinieri fossero inaffidabili e che potessero opporsi alla deportazione degli ebrei romani. E poi anche i fascisti erano ostili ai Carabinieri, ritenuti ancora fedeli al Re, tanto da avere arrestato loro il Duce nel luglio del 1943 ed erano stati suoi carcerieri al Gran Sasso.

Per tali eventi si provvide a sostituire i carabinieri delle stazioni di Roma con la PAI e la Milizia, dopo averli disarmati e raccolti a Palazzo Salviati, sul Lungotevere, allora sede del Collegio Militare di Roma oggi sede del Centro Alti Studi della Difesa (CASD).

In conseguenza, il 7 ottobre 1943 i Carabinieri furono rastrellati e dei 5 mila Carabinieri presenti a Roma dopo l’8 settembre furono dai 2.000 ai 2.500 quelli deportati nei lager tedeschi e lì restati come militari internati italiani (IMI), ovvero prigionieri di guerra senza diritti e impiegabili per lavorare.

Però, molti di loro, e in particolare i militari delle stazioni di Quadraro, Torpignattara, Centocelle e San Giovanni, riuscirono a sfuggire alla cattura ed entrarono in clandestinità, confluendo nel Fronte Clandestino di  Resistenza dei Carabinieri, noto anche come “Banda Caruso”,  comandato dal Generale dei Carabinieri Filippo Caruso, da poco in congedo per limiti di età, operativo non solo a Roma ma anche in collegamento con bande partigiane, raggiungendo le 6.000 unità ( così pure nella relazione svolta dal Prof. Juri Meda, dell’Università di Macerata,  il 14 giugno 2024, col titolo “L’Arma dei Carabinieri nella resistenza e nella deportazione  (1943-1945)”, in occasione della celebrazione dell’80° anniversario del sacrificio del Maggiore Infèlisi.

(7) Anch’egli come Ferrazzani non apparteneva alla carriera prefettizia ma era un alto funzionario del PNF e restò a Macerata solo dal 12 maggio al 13 giugno 1944, essendo ritenuto imminente l’arrivo degli alleati che stavano risalendo velocemente il litorale Adriatico delle Marche: il 2° Corpo di Armata Polacco lungo la costa, i paracadutisti della Divisione “Nembo” del Corpo Italiano di Liberazione (CIL) più  all’interno.

Va sottolineato che infatti fino al 30 luglio 1944 in Prefettura non ci sarà più nessun capo della provincia. Il 30 luglio 1944 arriverà con le funzioni di Prefetto il dott. Giorgio Aurelio Ponte.

(8) Così nell’esposto datato 1° ottobre 1944, giunto per conoscenza al Comando Generale dei Carabinieri Reali il 10 ottobre 1944. Copia dell’importante documento – che avvierà tutte le attività burocratiche conseguenti alla morte del Maggiore Infèlisi, ivi compresa nel 1947 la proposta al Ministero della Difesa di concedere alla memoria una Medaglia d’Argento al Valor Militare cui corrisponderà  però nel 1952 solo la incomprensibile concessione di una medaglia di bronzo al valor militare – è stata resa disponibile dalla Direzione dei Beni Storici e Documentali dell’Arma dei Carabinieri.

(9) Buzzelli, S., DE Paolis, M., Speranzoni, A., La ricostruzione giudiziale dei crimini nazifascisti in Italia, Giappichelli, Torino, 2012

(10) Fattorini, M., opera citata.

(11) Verdenelli, M.,  Pasquale Infèlisi, storia di un eroe dimenticato, su Cronache Maceratesi, 2 giugno 2014.

(12) Quaroni, G., Diario Storico-Militare del 183° Reggimento Fanteria “Nembo” della Seconda Guerra Mondiale, 20-30 giugno 1944;  Pantanetti,  A., Il Gruppo Bande Nicolò e la Liberazione di Macerata, Argalia ed., Urbino, 1973, pagg. 222 ss. Vds. pure Chiavari, A., L’ultima guerra in Val di Chienti (1940- 1946) Il passaggio al fronte e la liberazione maceratese, Sico Ed., Macerata 1997, pag. 102 e Giacomini, R., Ribelli e partigiani. La resistenza nelle Marche 1943-1944, Affinità elettive, Ancona, 2008.

(13) Collotti, E., Notizie sull’occupazione tedesca nelle Marche attraverso i rapporti della Militar Kommandatur di Macerata, in “Resistenza e Liberazione delle Marche”, a cura di IRSMI, Urbino, 1964, pag. 127.

(14) AAVV, “Carabinieri della nuova Italia” dell’1 maggio 1949, pag. 1.

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