Guerra Israele-Iran: si prospetta l’intervento statunitense. Bombardieri B-2 e ordigni guidati MOP cruciali per la neutralizzazione dei siti nucleari di Teheran

Di Fabrizio Scarinci

WASHINGTON/TEL AVIV/TEHERAN. L’ipotesi di un coinvolgimento più diretto da parte degli USA nell’ambito della guerra tra Israele e Iran si fa sempre più concreta.

Stando a quanto affermano fonti vicine alla Casa Bianca, infatti, il Presidente Donald Trump, che avrebbe appena avuto un colloquio telefonico con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, sembrerebbe, ormai, essersi convinto del fatto che la sola diplomazia non sarebbe in grado di risolvere la questione del nucleare iraniano.

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump

A riprova di ciò anche alcune delle ultime dichiarazioni del tycoon, come quella secondo cui Teheran dovrebbe accettare una “resa totale” e quella riguardo al fatto che gli USA e Israele avrebbero scoperto il rifugio della Guida Suprema Alì Khamenei, che, tuttavia, almeno per ora non vorrebbero uccidere ma solo indurre ad accettare le proprie condizioni.

Nel frattempo, il Pentagono starebbe portando avanti un significativo rafforzamento del suo dispositivo militare nell’area del Medio Oriente.

Nelle scorse ore, ad esempio, un certo numero di F-16, F-22 ed F-35 dell’USAF sarebbe stato rischierato in Arabia Saudita, mentre, per i prossimi giorni, è atteso l’arrivo delle portaerei Nimitz e Carl Vinson e dei loro rispettivi gruppi di battaglia.

Particolare attenzione ha, inoltre, suscitato il rischieramento in Europa di un congruo numero di aviocisterne.

Ad attirare maggiormente l’attenzione è, tuttavia, il probabile impiego dei bombardieri stealth B-2 Spirit, che potrebbero operare dalla base di Diego Garcia.

Tali velivoli sono, infatti, gli unici ad essere attualmente in grado di impiegare gli ordigni di tipo GBU-57A/B MOP (Massive Ordnance Penetrator), ossia enormi bombe da 13 tonnellate specificatamente progettate allo scopo di neutralizzare siti sotterranei e altamente fortificati, come quelli all’interno dei quali viene portato avanti il Programma nucleare iraniano.

Un ordigno di tipo GBU 57

 

Il contesto attuale: gli obiettivi raggiunti da Israele

Contro l’Iran, Israele ha lanciato un’operazione senza dubbio molto efficace, impiegando un gran numero di velivoli da combattimento di tipo F-15, F-16 ed F-35 (che sono, di fatto, riusciti, forse anche grazie a qualche supporto esterno di natura logistica, a conseguire un elevatissimo livello di superiorità aerea), sistemi d’arma estremamente avanzati (tra cui, si presume, anche i missili aria-superficie Rampage e Delilah, le munizioni di precisione dotate di Kit SPICE-1000 e SPICE-2000, i droni kamikaze di tipo Harop e Harpy e non da ultime, le potenti bombe guidate JDAM di origine statunitense) e forze speciali pre-posizionate all’interno dello stesso territorio iraniano in maniera non molto diversa da quanto fatto dagli ucraini contro i russi in occasione dell’operazione “Spider’s web”.

Immagine di un missile Delilah, caratterizzato, tra le altre cose, da capacità circuitanti

 

Tra gli obiettivi raggiunti, un’ulteriore degradazione delle difese antiaeree iraniane (già pesantemente colpite nell’ottobre dello scorso anno), la neutralizzazione di numerose installazioni militari e l’uccisione di diversi esponenti del regime, delle sue Forze Armate e degli stessi Pasdaran, che nell’arco di cinque giorni hanno già perso due diversi capi di Stato Maggiore.

Ovviamente, sono stati ripetutamente colpiti anche diversi siti nucleari.

Nondimeno, alcuni di essi, come quelli di Fordow e Natanz, sono situati a grande profondità nel sottosuolo. Di conseguenza, le armi dello Stato Ebraico, per quanto avanzate, risultano del tutto insufficienti allo scopo di neutralizzarli in maniera definitiva.

Da qui la necessità di Tel Aviv di coinvolgere gli USA e i loro B-2, che, utilizzando in più passaggi i già menzionati ordigni MOP, in grado di penetrare il terreno fino a 60 metri di profondità, potrebbero riuscire a “martellare” tali bersagli fino a raggiungere la loro totale distruzione.

La galassia trumpiana si divide sulla questione ma l’intenzione alla base dell’eventuale attacco potrebbe anche essere quella di chiudere la partita in Medio Oriente

All’interno dell’Amministrazione Trump, così come nella galassia di politici, consiglieri e opinionisti ad essa vicina, è emersa, nelle ultime ore, una significativa spaccatura tra le voci a favore dell’intervento e quelle maggiormente inclini a temere le implicazioni di un tale coinvolgimento, soprattutto alla luce del fatto che gli israeliani avrebbero più volte dichiarato di avere come obiettivo non solo quello di neutralizzare il programma nucleare iraniano ma anche quello di facilitare la caduta del regime degli Ayatollah.

Un bombardiere B-2 dell’USAF in volo

A tal proposito, vale certamente la pena sottolineare come tornare a concepire massicci interventi militari in Medio Oriente cozzerebbe non poco con l’esigenza (che a Washington tutti ritengono prioritaria) di riposizionare le forze statunitensi nella regione dell’Indopacifico allo scopo di contrastare la crescente assertività della Repubblica Popolare Cinese.

D’altro canto, però, anche alla luce dell’opposizione di Trump riguardo all’uccisione della Guida Suprema Alì Khamenei, non si può certo escludere che la Casa Bianca stia pensando ad un’eventuale campagna di raid contro i siti nucleari proprio allo scopo di togliere le castagne dal fuoco al governo israeliano e indurlo con maggiore facilità ad adottare un atteggiamento più morbido.

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