Cina: arriva la risposta di Pechino ai dazi USA. Tutte le misure economiche e la strategia diplomatica

Di Giuseppe Gagliano

PECHINO. La rinnovata Amministrazione Trump negli Stati Uniti ha imposto una nuova ondata di dazi sulle importazioni cinesi, riaccendendo le tensioni commerciali tra le due maggiori economie mondiali.

L’ex Presidente americano Donald Trump

Questa mossa ha colpito la Cina in un momento delicato, con l’economia ancora in recupero post-pandemia e alle prese con una domanda interna debole e una crisi nel settore immobiliare.

Pechino ha risposto mettendo in campo un insieme articolato di misure economiche interne – dallo stimolo fiscale all’allentamento monetario, fino a nuove iniziative per attrarre investimenti esteri – e una strategia diplomatica attiva volta a rafforzare alleanze regionali e partnership globali.

In questo rapporto analizziamo in dettaglio le politiche economiche adottate dalla Cina in risposta ai dazi USA e la parallela strategia diplomatica del Presidente Xi Jinping, valutandone l’impatto sulle catene di approvvigionamento mondiali e sugli equilibri geopolitici.

Misure economiche di Pechino in risposta ai nuovi dazi USA

Stimolo fiscale e politiche di bilancio

Il Governo cinese ha rapidamente aumentato il sostegno fiscale all’economia per contrastare gli effetti dei dazi.

Il primo ministro Li Qiang, nel rapporto annuale al Parlamento (Assemblea Nazionale del Popolo) del marzo scorso, ha fissato un obiettivo di crescita intorno al 5% e annunciato un ampliamento del deficit pubblico fino a circa il 4% del PIL, significativamente superiore al livello tradizionale (~3%).

Ciò si è tradotto in maggiore spesa pubblica e nel potenziamento degli strumenti di finanziamento per progetti infrastrutturali e sostegno alle amministrazioni locali.

In particolare, Pechino ha autorizzato le province a emettere 4,4 trilioni di yuan in obbligazioni speciali per investimenti pubblici (in aumento dai 3,9 trilioni dell’anno precedente) e ha emesso 1,3 trilioni di yuan in titoli di Stato speciali a lunga scadenza (rispetto a 1 trilione l’anno precedente).

Inoltre, è stato varato un piano per ricapitalizzare le grandi banche statali con 500 miliardi di yuan aggiuntivi, garantendo così liquidità al sistema finanziario e sostegno al credito.

Secondo analisti citati dalla stampa, l’incremento del debito e della spesa pubblica è mirato esplicitamente a compensare l’impatto economico negativo dei dazi statunitensi. Parallelamente, il governo ha promesso possibili ulteriori misure di stimolo qualora la crescita mostri segni di rallentamento: il ministro delle Finanze Lan Fo’an  ha dichiarato che, se il pacchetto di deficit più elevato e di emissioni di debito risultasse insufficiente, Pechino è pronta a intensificare ancora il sostegno fiscale.

Il ministro delle Finanze cinese Lan Fo’an

In sintesi, la risposta fiscale della Cina comprende un marcato aumento della spesa pubblica, maggior sostegno finanziario ai governi locali (molti dei quali gravati da debiti elevati e dalla flessione delle entrate legata alla crisi immobiliare) e investimenti in infrastrutture e settori strategici per stimolare la domanda interna.

Un elemento centrale è il rilancio dei consumi interni: per la prima volta il governo ha elevato il potenziamento della domanda dei consumatori a “priorità assoluta” nelle politiche 2025, citando il termine “consumo” ben 31 volte nel rapporto annuale – più di ogni altro obiettivo – a indicare la volontà di colmare il vuoto lasciato dal calo dell’export.

Questo approccio segna un riequilibrio del modello economico cinese, che cerca di ridurre la dipendenza dalle esportazioni e dagli investimenti immobiliari a favore di una crescita trainata dal mercato interno.

Allentamento monetario e stabilità finanziaria

In parallelo allo stimolo fiscale, Pechino ha adottato una linea di politica monetaria più espansiva.

Già nel dicembre 2024, i vertici cinesi avevano abbandonato la tradizionale impostazione di politica monetaria “prudente”, in vigore da 14 anni, a favore di una più accomodante definita  “moderatamente espansiva”.

Ciò significa che la Banca Popolare Cinese (PBOC) si è detta pronta a tagliare i tassi di interesse e il coefficiente di riserva obbligatoria delle banche “al momento opportuno” per sostenere l’economia.

Questa svolta è avvenuta proprio mentre le tensioni commerciali andavano intensificandosi – con il Presidente Trump che annunciava nuovi aumenti tariffari contro la Cina – e mentre si profilava il rischio di pressioni deflazionistiche interne.

Il governatore della PBOC, Pan Gongsheng, ha sottolineato l’obiettivo di mantenere stabile il tasso di cambio dello yuan in un “livello ragionevole ed equilibrato”.

Pechino è consapevole, infatti, che un’eccessiva svalutazione dello yuan potrebbe alimentare ulteriormente le tensioni con Washington – che già accusa Cina (e altri paesi) di indebolire artificiosamente la propria moneta per avvantaggiare le esportazioni – e rischierebbe di innescare ritorsioni su questo fronte.

Dunque, l’allentamento monetario cinese procede in modo calibrato: da un lato immissione di liquidità nel sistema finanziario (ad esempio tramite riduzioni mirate delle riserve bancarie) e possibili riduzioni dei tassi d’interesse, dall’altro lato contenimento della volatilità valutaria per evitare di accentuare lo scontro con gli USA sul tema del cambio.

Allo stesso tempo, la PBOC e il governo stanno introducendo strumenti monetari e creditizi mirati a sostegno di settori strategici interni.

Ad esempio, è stato ampliato un programma di rifinanziamento agevolato per il settore tecnologico portandolo da 500 a 1.000 miliardi di yuan, al fine di favorire gli investimenti in innovazione e contrastare le restrizioni americane sul trasferimento di tecnologie avanzate. Sono previste anche misure per promuovere il credito al consumo e stabilizzare il commercio estero.

Queste mosse indicano che Pechino intende utilizzare la leva monetaria non solo in chiave anticiclica generale, ma anche per rimodellare la struttura dell’economia, rafforzando i comparti ad alto valore aggiunto (tecnologia, produzione avanzata) e stimolando la domanda interna, così da ridurre la vulnerabilità rispetto ai mercati esteri.

Va notato che alcuni osservatori internazionali si aspettano comunque una moderata svalutazione dello yuan nel 2025 come effetto indiretto dell’allentamento monetario e dei differenziali di tasso con gli USA.

Analisi di Deloitte prefigurano, ad esempio, una possibile deprezzamento del RMB del 5–7% nel corso dell’anno, il che contribuirebbe a sostenere la competitività dell’export cinese pur senza un intervento cambiario esplicito di Pechino. Le autorità cinesi sembrano disposte a tollerare una certa flessibilità sul cambio, ma evitando mosse drastiche: eventuali aggiustamenti saranno graduali e accompagnati da iniziative diplomatiche per rassicurare i partner commerciali, allo scopo di scongiurare reazioni protezionistiche a catena.

Incentivi e apertura agli investimenti stranieri

Un pilastro fondamentale della risposta cinese è il rinnovato impegno ad attrarre e mantenere gli investimenti esteri, cruciali per l’occupazione, l’innovazione e la fiducia nell’economia del Paese.

Nel 2024 l’afflusso di investimenti diretti esteri (IDE) in Cina ha subito un calo drammatico – un crollo del 27,1% su base annua, il peggiore dalla crisi del 2008 – a causa di fattori geopolitici e delle incertezze normative.

Xi Jinping ha riconosciuto che “negli ultimi anni, gli investimenti stranieri in Cina sono stati interferiti da fattori geopolitici… spegnere la luce degli altri non renderà voi più brillanti”, ha affermato in modo metaforico per criticare i tentativi esterni di ostacolare l’afflusso di capitali esteri.

Trump e Xi Jinping.. Scontro duro sui dazi

 

Consapevole del ruolo vitale delle imprese a capitale estero (che rappresentano un terzo del commercio cinese, un quarto del valore industriale e impiegano oltre 30 milioni di lavoratori cinesi), il governo cinese ha lanciato una serie di iniziative per rassicurare gli investitori internazionali e rendere il mercato domestico più accessibile e prevedibile.

Tra queste iniziative spicca il “2025 Action Plan for Stabilizing Foreign Investment”, un piano d’azione congiunto del Ministero del Commercio (MOFCOM) e della Commissione per lo Sviluppo Nazionale e le Riforme. Il piano delinea misure concrete per intensificare gli sforzi di attrazione degli IDE nel 2025.

In particolare, la Cina si impegna ad ampliare le aperture settoriali: sono previsti progetti pilota per aprire ulteriormente ai capitali esteri settori come telecomunicazioni, sanità e istruzione (ad esempio facilitando la costituzione di ospedali interamente a capitale straniero).

Nel manifatturiero, Pechino promette di attuare pienamente la rimozione dei vincoli all’accesso estero (le restrizioni sono già state eliminate sulla carta) garantendo parità di trattamento alle imprese straniere rispetto a quelle cinesi e riducendo ulteriormente la “negative list” che limita gli investimenti in alcuni comparti.

Anche il settore dei servizi vede iniziative analoghe: il governo intende espandere le zone pilota di apertura nel terziario avanzato (come la zona dimostrativa di Pechino per la liberalizzazione dei servizi) e replicare su scala più ampia le esperienze positive di queste zone, includendo aree come la finanza, la cultura e la biomedicina.

Un’altra misura di incentivo riguarda il mercato finanziario: la Cina ha aggiornato le norme per permettere investimenti strategici di lungo termine di fondi esteri in aziende cinesi quotate, incoraggiando fondi e investitori istituzionali internazionali ad aumentare la propria partecipazione nel capitale di società cinesi.

Lo slogan lanciato da Xi Jinping agli investitori globali è esplicito: “Investire in Cina è investire nel futuro”, sottolineando che il Paese offre stabilità e opportunità a lungo termine. Per sostenere queste affermazioni, negli incontri con circa 40 CEO di multinazionali a Pechino Xi ha promesso un miglioramento dell’accesso al mercato e ha riconosciuto le difficoltà operative che alcune aziende straniere hanno incontrato, impegnandosi a intervenire per risolverle.

Secondo quanto riferito dai partecipanti, Xi ha ammesso problemi quali normative stringenti, ispezioni improvvise e concorrenza non leale da parte di imprese statali, assicurando però che il Governo agirà concretamente per affrontare queste criticità. Questo tipo di diplomazia economica verso le imprese mira a ricostruire la fiducia del business internazionale nella Cina, segnalando che Pechino resta impegnata sulla via delle riforme e dell’apertura nonostante il clima politico teso.

Infine, la Cina sta adottando provvedimenti anche sul fronte commerciale multilaterale per aprirsi a nuovi partner e mitigare l’isolamento: da dicembre 2024, Pechino ha azzerato i dazi sulle importazioni dai Paesi meno sviluppati del mondo (quelli riconosciuti come “Least Developed Countries” dall’ONU e che abbiano relazioni diplomatiche con la RPC).

Questo provvedimento serve sia a esplorare nuovi mercati per l’export cinese sia a rafforzare il sistema commerciale multilaterale, ponendo la Cina come leader a sostegno dei paesi più poveri.

In aggiunta, è stata introdotta la possibilità per tutti i viaggiatori internazionali in transito in Cina di usufruire di 10 giorni di transito senza visto, un segnale che il Paese intende tenere “le porte aperte” e facilitare scambi e contatti con l’estero. Queste mosse, pur non direttamente legate ai dazi USA, fanno parte dell’immagine di una Cina che risponde al protezionismo americano non con chiusure, ma anzi aumentando l’apertura verso il resto del mondo, nella speranza di attrarre nuovi partner economici e simpatie diplomatiche.

Ritorsioni commerciali simmetriche

Oltre alle riforme interne, la Cina ha adottato anche contromisure commerciali dirette in risposta ai nuovi dazi statunitensi, sebbene con cautela.

Quando Washington ha imposto dazi aggiuntivi (fino al 20%) su un ampio paniere di prodotti “Made in China”, Pechino ha reagito applicando a sua volta dazi punitivi su prodotti americani, concentrandosi in particolare sul settore agricolo, per colpire settori politicamente sensibili negli USA.

Sono state infatti imposte tariffe addizionali sulle importazioni di beni agroalimentari statunitensi (come soia, mais e carne) come ritorsione immediata alle misure di Trump.

Tuttavia, la portata di queste ritorsioni cinesi è rimasta mirata e simbolica. La leadership cinese sembra voler evitare un’escalation fuori controllo come quella del 2018-2019; pertanto, non ha cercato di eguagliare quantitativamente i dazi USA (data anche la minor quantità di import dall’America su cui intervenire rispetto all’export verso gli USA), ma ha lanciato un segnale politico selettivo.

Questo approccio riflette la previsione che un’escalation su larga scala danneggerebbe entrambe le parti, e che la Cina può trarre maggior vantaggio mantenendo la posizione di attore razionale e moderato. Come notato, ci si attende che eventuali ulteriori azioni di ritorsione di Pechino restino limitate e soprattutto affiancate da misure interne di sostegno(fiscali, monetarie) più che da una guerra commerciale totale.

La strategia diplomatica di Xi Jinping nel nuovo contesto

Rafforzamento delle alleanze regionali in Asia

Di fronte alla pressione statunitense, Xi Jinping ha intensificato la sua diplomazia regionale, con l’obiettivo di consolidare i legami della Cina con i vicini asiatici e circoscrivere l’influenza americana nell’area.

In questo mese, Xi ha intrapreso un importante viaggio nel Sud-est asiatico, visitando Vietnam, Malesia e Cambogia in un tour di alto profilo. Si tratta della seconda visita di Xi ad Hanoi nel giro di 18 mesi, a riprova dell’importanza cruciale che la leadership cinese attribuisce al Vietnam in questo frangente.

Secondo fonti diplomatiche, la tempistica della visita non è casuale: avviene in mezzo a “aggiustamenti strategici da parte delle grandi potenze”, con esplicito riferimento ai cambi di politica di Washington. In altre parole, la Cina sta muovendo rapidamente per adeguare la propria postura regionale alle mosse degli Stati Uniti, e lo fa rinsaldando i rapporti con i Paesi ASEAN.

Durante l’incontro previsto il 14 aprile ad Hanoi, Xi Jinping e i leader vietnamiti affronteranno tematiche economiche strategiche come la costruzione di collegamenti ferroviari transfrontalieri tra il Vietnam del nord e la Cina, progetto già concordato in linea di principio per potenziare il commercio bilaterale.

La mappa del Vietnam

Inoltre, si vocifera che in coincidenza con la visita potrebbe arrivare il via libera ufficiale del Vietnam all’utilizzo dei jet commerciali cinesi COMAC C919 nella sua flotta aerea civile – un segnale importante di fiducia tecnologica e cooperazione industriale.

Anche in Malesia e Cambogia, Xi mira a consolidare partnership economiche e politiche: con Phnom Penh la Cina ha una relazione di tradizionale vicinanza (la Cambogia è uno dei principali beneficiari degli aiuti cinesi e fedele sostenitore di Pechino in sede ASEAN), mentre con Kuala Lumpur si punta a rafforzare i legami commerciali (la Malesia è parte integrante della Belt and Road Initiative e importante hub logistico).

Questo tour regionale rappresenta un chiaro messaggio: Pechino intende presentarsi come partner affidabile e leader regionale, offrendo progetti di sviluppo condiviso (infrastrutture, investimenti) proprio mentre gli Stati Uniti alzano barriere commerciali.

Dalla prospettiva cinese, stringere i rapporti coi vicini serve anche a proteggere le catene del valore asiatiche dalle turbolenze esterne. Paesi come Vietnam, Malaysia, Tailandia beneficiano da anni del fenomeno del “China+1”, con molte manifatture che si spostano dalla Cina o si espandono in Sud-Est asiatico per diversificare i rischi.

Ora, con la minaccia di dazi americani estesi anche a prodotti provenienti da questi Paesi (considerati da Washington come parte del “circuito cinese”), diventa fondamentale fare fronte comune.

Non a caso, un editoriale ha rilevato che i più colpiti dai nuovi super-dazi USA denominati “Liberation Day tariffs” non sono tanto le metropoli cinesi, quanto i paesi più poveri del Sud-est asiatico come Cambogia, Laos, Myanmar e lo stesso Vietnam, colpiti da tariffe punitive fino al 44–49% sulle loro esportazioni.

Questa strategia USA – definita “colpire la filiera asiatica della Cina” – rischia di strangolare le economie emergenti della regione senza peraltro eliminare la competitività cinese. In tale contesto, l’attivismo diplomatico di Xi funge anche da rassicurazione a questi Paesi: la Cina intende integrare ancor più le rispettive economie, offrire mercati alternativi (la Cina stessa) e progetti di investimento, in modo che nessuno abbia convenienza ad assecondare le iniziative anti-cinesi di Washington.

Come ha dichiarato Xi a Hanoi, di fronte a sfide comuni “occorre lavorare insieme per mantenere la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento globali, che sono una garanzia per lo sviluppo sano dell’economia mondiale” – un chiaro invito alla cooperazione regionale di fronte al protezionismo.

Rapporti con l’Europa e la diplomazia globale

Oltre all’Asia, la Cina sta rivolgendo la sua attenzione diplomatica anche verso l’Europa, cercando sponde in un momento in cui anche molti Paesi europei subiscono la politica commerciale aggressiva di Washington. L’Unione Europea, infatti, figura anch’essa tra le economie con un forte surplus commerciale verso gli USA ed è stata minacciata da nuovi dazi da parte dell’Amministrazione Trump.

Questa situazione paradossalmente avvicina, in certo qual modo, gli interessi di Bruxelles e Pechino: entrambe le parti hanno da perdere da una guerra commerciale globale e possono trarre beneficio dal mantenimento di mercati aperti.

Emblematico è quanto avvenuto in Vietnam nelle stesse settimane di aprile: Hanoi è diventata il crocevia di un’intensa attività diplomatica sia cinese sia europea.

Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez

 

Pochi giorni prima dell’arrivo di Xi Jinping, il 9 aprile, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez (il cui Paese ha la presidenza di turno dell’UE nel semestre) ha incontrato i leader vietnamiti, seguito a ruota dal Commissario UE al Commercio Maroš Šefčovič.

Inoltre, sono già in programma visite del Presidente francese Emmanuel Macron e della presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen nelle settimane successive ad Hanoi.

Il Presidente francese Emmanuel Macron andrà ad Hanoi

L’Unione Europea sta dunque intensificando i legami con i partner dell’ASEAN – lo stesso Von der Leyen ha parlato in un messaggio ai leader del Sud-est asiatico di “vento contrario di dazi ed export control sempre più forte..

Vogliamo creare nuove opportunità di commercio e investimento con partner fidati”.

Questo suggerisce una strategia di diversificazione europea: ridurre la dipendenza sia dagli USA che dalla Cina e rafforzare la cooperazione con Paesi terzi “affidabili”.

Tuttavia, dal punto di vista cinese, questo attivismo europeo in Asia offre anche spazi di collaborazione: Cina ed UE condividono l’interesse a sostenere il libero scambio e la stabilità delle supply chain globali.

Un segnale positivo nei rapporti Cina-Europa è la volontà di dialogo per risolvere dispute settoriali.

Ad esempio, negli ultimi mesi l’UE ha espresso preoccupazione per l’invasione di auto elettriche cinesi a basso costo nel mercato europeo (tanto da avviare un’indagine anti-sussidi nel 2024).

Ebbene, ad inizio aprile 2025 la Cina e la UE hanno concordato di riaprire i negoziati per trovare un compromesso sul prezzo minimo delle auto elettriche cinesi vendute in Europa.

In un incontro tra il ministro del Commercio cinese Wang Wentao e lo stesso commissario Šefčovič, Pechino ha accettato di discutere una forma di “impegno sul prezzo” che possa evitare l’imposizione di dazi europei sulle EV cinesi, mostrando volontà di venire incontro alle istanze UE.

Inoltre, Cina e UE hanno concordato di instaurare una comunicazione regolare a livello ministeriale sugli affari economici e commerciali, intensificando gli scambi su questioni chiave.

Questo dialogo strutturato suggerisce che, nonostante le differenze su altri temi (diritti umani, tecnologia, etc.), Europa e Cina stanno cercando di mantenere relazioni economiche costruttive.

Va ricordato che l’accordo di investimento globale CAI (Comprehensive Agreement on Investment) tra UE e Cina, raggiunto “in principio” a fine 2020, è rimasto congelato a causa di tensioni politiche.

È improbabile un suo immediato sblocco finché persistono sanzioni incrociate; tuttavia, la nuova congiuntura potrebbe spingere entrambe le parti a riavviare forme di cooperazione economica settoriale al di fuori del CAI. Ad esempio, progetti congiunti sulla transizione verde (dove l’Europa ha bisogno di pannelli solari e batterie cinesi, e la Cina della tecnologia europea) o sul miglioramento della connettività Euroasiatica (sinergie tra la strategia UE Global Gateway e la Belt and Road cinese).

La diplomazia di Xi Jinping, in questo scenario, mira a evitare che l’Europa si schieri compatta con gli Stati Uniti in una linea dura anti-cinese. Offrire all’Europa il dialogo e qualche concessione (come sull’auto elettrica) serve a mantenere aperto un canale e a far leva sul tradizionale sostegno europeo al multilateralismo commerciale.

Impatto sulle catene di approvvigionamento globali

Operaie in una fabbrica tessile in Cambogia.

Le tensioni commerciali e le contromisure cinesi stanno riconfigurando le catene di approvvigionamento globali.

Da un lato, i nuovi dazi USA incoraggiano ulteriormente le imprese multinazionali a rivedere le proprie filiere produttive per eludere i costi tariffari: molte aziende che in passato producevano in Cina per il mercato statunitense stanno accelerando strategie di “China+1” o di rilocalizzazione.

Paesi come Messico, Vietnam, India, Indonesia e altri potrebbero vedere una crescita degli investimenti produttivi destinati all’export verso gli USA, in sostituzione (parziale) delle fabbriche in Cina.

In effetti il Vietnam e altri stati dell’ASEAN sono già diventati hub manifatturieri chiave per beni come elettronica di consumo, abbigliamento e componenti, beneficiando sia dei costi più bassi sia dell’accesso preferenziale a certi mercati. Questa tendenza può intensificarsi con la guerra commerciale: la quota della Cina nelle catene globali del valore potrebbe ridursi marginalmente a vantaggio di questi emergenti centri produttivi regionali.

D’altro canto, la risposta cinese sta mitigando e ridefinendo tale impatto.

L’appello di Xi Jinping alle multinazionali a “mantenere stabili le filiere industriali globali” implica incentivi affinché continuino a includere la Cina come snodo importante. Aprendo maggiormente il mercato interno e migliorando le condizioni per gli investitori esteri, Pechino prova a dissuadere le aziende dall’abbandonare il Paese.

Ad esempio, colossi farmaceutici e automobilistici europei hanno recentemente riaffermato il loro impegno in Cina: AstraZeneca ha annunciato un investimento da 2,5 miliardi di dollari per un nuovo centro R&D a Pechino, BMW e Mercedes-Benz stanno ampliando le proprie strutture produttive cinesi per restare competitive nel primo mercato auto mondiale.

Questi investimenti indicano che, nonostante i rischi geopolitici, la Cina rimane centrale per le strategie di molte filiere globali, specialmente per servire il vasto mercato asiatico.

Paradossalmente, la campagna tariffaria statunitense sta avendo ripercussioni anche su paesi terzi inseriti nell’orbita industriale cinese.

Come evidenziato, Washington ha esteso dazi molto pesanti a prodotti di piccole nazioni asiatiche quali Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam, con aliquote vicine al 50%.

Il motivo è che queste economie ospitano molte attività produttive legate a filiere sino-centriche (es. lavorazione tessile, assemblaggio componenti) e l’Amministrazione USA vuole evitare che la Cina “giri” i suoi prodotti tramite paesi limitrofi per eludere i dazi.

Questo approccio colpisce duramente le industrie nascenti di quei Paesi – ad esempio il settore tessile cambogiano (foto sopra) o l’assemblaggio elettronico vietnamita – minacciando posti di lavoro e sviluppo locale. In termini di supply chain globale, si rischia una frammentazione più accentuata in blocchi: le filiere che coinvolgono la Cina e i suoi partner asiatici da una parte, e quelle orientate al mercato USA dall’altra, con meno interscambio tra i due blocchi.

Tuttavia, tale decoupling non è né semplice né totale: molte aziende internazionali operano su scala globale e proveranno a mantenere doppie catene del valore (una per l’area Cina/Asia, una per l’area USA) pur di non rinunciare a nessuno dei due grandi mercati. Ad esempio, produttori di elettronica potrebbero riorganizzare la produzione destinata agli USA in stabilimenti fuori dalla Cina (per evitare dazi), mantenendo però la produzione per l’Asia e l’Europa in Cina o negli ASEAN legati alla Cina.

La Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) – il mega-accordo di libero scambio Asia-Pacifico di cui fanno parte sia Cina sia molti Paesi ASEAN – offre un quadro istituzionale che può facilitare questa riconfigurazione intra-asiatica delle supply chain.

La Cina sta sfruttando RCEP e la Belt and Road Initiative per integrare ancora di più le economie vicine alla propria orbita, così che le catene produttive regionali restino convenienti e competitive nonostante le barriere USA.

Ad esempio, investe in infrastrutture di trasporto (ferrovie verso il Vietnam, porti in Malaysia) per abbassare i costi logistici intra-Asia, e promuove l’uso delle proprie tecnologie (aerei COMAC, reti 5G, pagamenti digitali) nei Paesi partner, creando standard comuni e interdipendenze.

Tutto ciò tende a regionalizzare le filiere: una maggiore quota del commercio e della produzione potrebbe concentrarsi all’interno di Asia, Medio Oriente, Africa ed Europa orientale legate alla Cina, riducendo il peso relativo dei flussi verso gli Stati Uniti.

Effetti sugli equilibri geopolitici

Le mosse economiche e diplomatiche della Cina in risposta ai dazi di queste ore stanno influenzando più in generale gli equilibri geopolitici globali.

Da un lato, l’irrigidimento degli Stati Uniti (con la dottrina “America First” di nuovo in primo piano) e la contro-strategia cinese stanno accelerando la formazione di blocchi politico-economici concorrenti.

Washington mira a isolare la Cina economicamente e tecnologicamente, cercando di coinvolgere anche alleati e partner in questa pressione; la Cina, dal canto suo, cerca di costruire una rete alternativa di alleanze economiche per resistere a tale isolamento.

In Asia, come abbiamo visto, Pechino sta consolidando un blocco regionale sino-centrico.

Paesi come Cambogia e Laos sono da tempo allineati alla Cina; il Vietnam, pur mantenendo un certo equilibrio, condivide con Pechino l’interesse a respingere l’aggressività tariffaria americana; la Malesia e altri stati ASEAN appaiono inclini a una posizione neutrale ma cooperativa con la Cina, attirate dalle opportunità economiche offerte.

Questa dinamica tende a rafforzare l’influenza cinese nell’Asia-Pacifico: più gli USA alzano barriere, più i vicini asiatici (soprattutto quelli emergenti) dipendono dal mercato cinese e dagli investimenti cinesi, aumentando il peso geopolitico di Pechino nella regione. L’imposizione di tariffe USA sui loro prodotti viene vissuta come un “danno collaterale” ingiusto, alimentando sentimenti anti-americani su cui la diplomazia cinese può fare leva.

La narrazione cinese – che accusa gli Stati Uniti di “strategic recklessness” (sconsideratezza strategica) nel punire nazioni povere per colpire la Cina – trova terreno fertile e consente a Pechino di presentarsi come il campione dei paesi in via di sviluppo, rafforzando così il soft power cinese.

In pratica, la guerra dei dazi potrebbe finire per stringere maggiormente la cooperazione Sud-Sud sotto l’ombrello cinese, con la Cina e i partner asiatici (ed anche africani, latinoamericani) più uniti nel chiedere un sistema commerciale equo e nel sostenersi a vicenda economicamente.

In Europa, gli effetti geopolitici sono più complessi. L’UE è presa tra due fuochi: da un lato condivide con gli USA preoccupazioni di lungo termine verso certe pratiche cinesi (sussidi di Stato, trasferimenti forzati di tecnologia, diritti umani), ma dall’altro è irritata dall’unilateralismo protezionistico di Washington che colpisce anche gli interessi europei.

La strategia cinese verso l’Europa cerca di sfruttare queste crepe nell’alleanza transatlantica: offrendo dialogo e magari qualche apertura economica, Pechino mira a dividere il fronte occidentale, o quantomeno a evitare un accerchiamento totale. Se la Cina riuscirà a mantenere rapporti economici solidi con l’Europa (e con altri attori come Giappone e Corea del Sud, anch’essi preoccupati dai dazi USA), l’efficacia della pressione americana sarà minore.

Al momento, l’Europa sta adottando una linea equilibrata, ribadendo di non volere decoupling dalla Cina ma piuttosto “de-risking” (riduzione dei rischi e delle dipendenze eccessive).

Questo approccio significa che l’UE probabilmente non seguirà Trump nell’escalation indiscriminata di dazi, ma al contempo cercherà di ottenere da Pechino regole più eque. In definitiva, sullo scacchiere geopolitico, la Cina spera di coltivare una posizione di leadership alternativa a quella americana: presentandosi come garante della globalizzazione e partner affidabile per lo sviluppo, in contrapposizione a un’America vista come protezionista e unilaterale.

Ciò si riflette anche nei fori multilaterali: Pechino ha reiterato il suo supporto all’Organizzazione Mondiale del Commercio e alle regole del commercio internazionale, cercando di attirare dalla sua parte quante più nazioni possibile contrarie al ritorno delle guerre commerciali.

In sintesi, la reazione della Cina ai dazi USA del 2025 non si esaurisce in misure economiche difensive, ma si configura come una strategia ampia e proattiva per ridefinire a suo favore l’ordine economico e diplomatico.

Se da un lato l’inasprimento della rivalità USA-Cina frammenta la governance globale in blocchi, dall’altro la Cina sta cercando di costruire nuovi equilibri multipolari: rafforzando l’integrazione regionale asiatica, approfondendo i legami con l’Europa e altri attori globali, e proponendosi come pilastro di un sistema commerciale più inclusivo (verso il Sud del mondo).

L’evoluzione di queste dinamiche nei prossimi mesi e anni dirà se tale strategia avrà successo nel mitigare gli effetti dei dazi e, più in generale, nel contenere l’egemonia americana in favore di un assetto geopolitico più favorevole a Pechino.

Conclusioni

La risposta cinese ai nuovi dazi statunitensi del 2025 è stata multidimensionale e decisa.

Sul piano interno, Pechino ha messo in campo un forte stimolo economico: politica fiscale espansiva con maggior deficit e investimenti pubblici per sostenere la crescita, politica monetaria più accomodante (seppur attenta alla stabilità valutaria) per immettere liquidità e favorire settori strategici, nonché riforme per rendere il mercato più aperto e attrattivo per i capitali esteri.

Queste misure mirano a tamponare l’impatto diretto dei dazi sul PIL, a rassicurare imprese e consumatori domestici, e a posizionare l’economia cinese su basi più autonome (trainate da consumi interni, alta tecnologia e mercati emergenti) in modo da ridurre la vulnerabilità alle pressioni esterne.

Sul piano esterno, Xi Jinping ha risposto rilanciando il ruolo internazionale della Cina: un’intensa offensiva diplomatica in Asia per cementare alleanze regionali e neutralizzare l’isolamento americano, e un dialogo aperto verso l’Europa e altri attori globali per costruire coalizioni in favore del libero scambio e del multilateralismo.

La Cina sta essenzialmente cercando di trasformare una situazione sfavorevole (i dazi USA e il clima da Guerra Fredda commerciale) in un’opportunità per ampliare la propria sfera di influenza e per mostrarsi come leader responsabile dell’economia mondiale. Nel frattempo, gli effetti sulle catene globali del valore iniziano a manifestarsi: sebbene alcune produzioni si spostino dalla Cina verso altri Paesi per evitare i dazi, la regione asiatica nel suo insieme diventa più coesa attorno alla Cina di fronte alla minaccia comune, e molte multinazionali rimangono impegnate sul mercato cinese grazie agli incentivi e alle dimensioni impareggiabili di quest’ultimo.

Gli equilibri geopolitici stanno dunque evolvendo verso una maggiore polarizzazione, ma con esiti ancora aperti: l’America di Trump rischia di alienarsi tradizionali amici con il suo approccio aggressivo (colpendo indiscriminatamente anche economie minori e alleati), mentre la Cina prova a presentarsi come partner di cooperazione.

Di certo, la “guerra dei dazi” del 2025 sta accelerando la transizione verso un mondo multipolare, in cui la Cina ambisce a giocare un ruolo di primo piano.

Come ha affermato Xi Jinping, la vera soluzione risiede nella collaborazione: solo “lavorando insieme per la stabilità industriale e delle supply chain” l’economia globale potrà prosperare. Resta da vedere se tale appello troverà ascolto sufficiente da arginare le tendenze protezionistiche o se la rivalità USA-Cina condurrà a una divisione più netta del sistema mondiale..

Quello che appare chiaro è che Pechino ha reagito ai dazi non con passività, ma con una strategia a tutto campo per tutelare i propri interessi economici e rafforzare la propria posizione sulla scena internazionale, marcando un capitolo decisivo nelle relazioni internazionali di questa metà degli anni 2020.

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