Cina: la crisi dell’industria militare. Una battuta d’arresto che rivela la fragilità del potere di Xi Jinping

Di Giuseppe Gagliano*

PECHINO. Il rapporto del SIPRI arriva come una fotografia nitida di una contraddizione: mentre il mercato globale delle armi cresce, trainato dai conflitti in Ucraina e a Gaza e dalle tensioni strategiche diffuse, la Cina militarmente più ambiziosa degli ultimi decenni si ritrova l’unica grande potenza in calo.

Xi Jinping, Presidente cinese

È un dato che non riguarda solo i bilanci, ma tocca il cuore della modernizzazione militare voluta da Xi Jinping.

Il calo del 10% dei ricavi delle principali aziende cinesi non è un effetto congiunturale: è il prodotto diretto della campagna anticorruzione che Xi conduce dal 2012.

Una lotta che ha natura politica, oltre che morale, e che nel 2023 ha colpito la Forza Missilistica, cioè il settore più delicato dell’intero apparato militare cinese.

Corruzione e purghe: il nodo politico che blocca la modernizzazione

Norinco, AVIC, CASC: tre colossi statali, tre settori strategici (terrestre, aerospaziale, missilistico) colpiti allo stesso modo.

Dirigenti rimossi, contratti congelati, revisioni governative, progetti rallentati. Il calo del 31% di Norinco è il simbolo di una macchina produttiva che si inceppa proprio quando dovrebbe correre.

La rimozione di 8 Generali tra cui He Weidong, figura centrale nella Commissione Militare Centrale, mostra la profondità della scossa.

Il Generale cinese He Weidong

La lotta alla corruzione in Cina è anche un modo per rafforzare la fedeltà politica, ma ha un costo: ogni epurazione paralizza filiere, blocca decisioni, arresta investimenti.

E il risultato è che, mentre il bilancio della difesa cresce, la produzione rallenta. È un paradosso solo apparente: per Xi la priorità è controllare l’apparato, non necessariamente accelerare.

L’incertezza strategica: Taiwan, Mar Cinese Meridionale e capacità operative

Il rallentamento arriva nel momento peggiore. La rivalità con gli Stati Uniti è al suo apice, Taiwan è la linea rossa più tesa degli ultimi 20 anni e il Mar Cinese Meridionale è un teatro di attrito costante. La Cina deve mostrare muscoli, ma deve anche garantire che le sue forze siano pronte, credibili, dotate di sistemi moderni e funzionanti.

Il SIPRI rileva ritardi nella consegna degli aerei AVIC, incertezze sulla cronologia dei sistemi avanzati della Forza Missilistica e un freno ai programmi ipersonici. Nulla che fermi l’ascesa militare cinese, ma abbastanza da complicarla.

Gli analisti si chiedono fino a che punto la repressione si estenda nella catena di comando. È una domanda cruciale: un esercito moderno deve essere efficiente, non paralizzato dal timore di cadere sotto inchiesta.

Il confronto con gli Stati Uniti: tecnologia contro quantità

La distanza con Washington resta ampia. Le aziende statunitensi hanno generato 334 miliardi di dollari in ricavi nel 2024, quattro volte quelli cinesi. Nonostante ritardi e sforamenti di budget – soprattutto sul programma F-35, simbolo di un sistema imperfetto ma ancora dominante – il settore americano resta stabilmente al vertice.

Lockheed Martin cresce, Boeing rallenta, ma il quadro complessivo è solido. Gli Stati Uniti possiedono know-how, reti industriali, alleanze strategiche e una storia di innovazione che la Cina sta cercando di replicare ma non ha ancora raggiunto.

Il vero dato che preoccupa Pechino non è solo il calo dei ricavi, ma la consapevolezza che i ritardi interni rischiano di far perdere terreno in un momento in cui Washington accelera su sistemi missilistici, droni avanzati e tecnologie spaziali.

Dove la Cina resta avanti: industria navale e proiezione marittima

Il rapporto ricorda però un punto fondamentale: gli investimenti cinesi di tre decenni stanno dando frutti evidenti.

La Marina cinese è diventata la più grande del mondo, la Guardia Costiera è uno strumento di pressione geopolitica formidabile e Pechino continua a sfornare nuovi sistemi ipersonici e piattaforme avanzate.

Fanti da sbarco della Marina militare cinese (PLAN)

Sono capacità costruite grazie a una pianificazione di lungo periodo che non si interromperà. Il rallentamento attuale crea incertezza, ma non modifica la traiettoria strategica.

Gli effetti a medio termine: controlli più severi, costi più alti, ma continuazione della corsa

Gli esperti del SIPRI sottolineano che la modernizzazione continuerà, ma con due conseguenze inevitabili: ritardi più frequenti costi maggiori una sorveglianza politica ancora più stringente

In un sistema centralizzato come quello cinese, la corruzione è esistita perché il potere era diffuso.

Ora che il potere è concentrato nelle mani di Xi, ogni errore diventa un problema politico, non solo industriale.

Conclusione: la Cina non si ferma, ma sarà costretta a rallentare

La campagna anticorruzione è una lama a doppio taglio: rafforza il controllo politico, ma indebolisce nel breve periodo la macchina militare.

Per la Cina del 2025, impegnata a competere globalmente su tutti i fronti, è un costo che potrebbe pesare più del previsto.

La modernizzazione proseguirà, ma con un ritmo meno lineare, più controllato, meno efficiente.

E in una fase storica in cui la velocità dell’innovazione militare decide gli equilibri globali, ogni rallentamento è una finestra che altri – soprattutto gli Stati Uniti – possono sfruttare.

In definitiva, l’arresto non è il segno di una Cina più debole, ma di un sistema che sta pagando il prezzo di essere diventato troppo grande per non essere controllato.

*Presidente Centro studi strategici (Cestudec)

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