Cina-USA: il simbolico scambio di concessioni che a Pechino non costa (quasi) nulla ma che Washington potrebbe pagare molto caro

Di Fabrizio Scarinci

PECHINO. Dal recente incontro di Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping, così come dalle successive dichiarazioni del Presidente statunitense riguardo alla questione taiwanese, si evince la volontà delle due maggiori potenze mondiali di stemperare, almeno in parte, la dinamica competitiva che caratterizza le loro relazioni bilaterali.

Il Presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping

L’obiettivo è quello di evitare, soprattutto in una fase come questa, in cui sia Washington che Pechino risultano alle prese con problematiche di tipo economico e strategico di non poco conto, di cadere nella famigerata “trappola di Tucidide” a cui politologo Graham Allison fa riferimento allo scopo di descrivere il grave rischio di confronto militare che si genera ogni qualvolta un attore emergente minaccia di scalzare dal suo ruolo una potenza di carattere egemonico.

 

I problemi delle due potenze

Come noto, nel corso degli ultimi anni, in una Washington sempre più affaticata dagli oneri connessi al mantenimento del suo primato globale si è progressivamente cominciato a ragionare su come conciliare lo scongiuramento della condizione di “overstretching” a cui il costante presidio degli oceani e di varie regioni cruciali del pianeta potrebbe condurre (ricordiamo, tra l’altro, come, in questa fase, il debito pubblico del Paese non abbia mai smesso di crescere, arrivando oggi a toccare il 125% del PIL) con l’esigenza contenere la Repubblica Popolare.

A porsi il problema anche lo stesso Donald Trump, che, a suo modo, ha più volte sostenuto la necessità di gestire gli affari globali, incluse la minacce esistenziali come quella posta da Pechino, mediante un approccio meno dispersivo e maggiormente focalizzato sui reali interessi degli USA.

Sulla base di questa convinzione, una volta tornato alla Casa Bianca egli ha non solo rilanciato la sfida economico-commerciale nei confronti del dragone portata avanti durante la sua prima Presidenza (a tal proposito, ricordiamo come la crescita di Pechino sia dovuta proprio ad una decennale relazione commerciale asimmetrica con il mondo occidentale), ma anche cercato di riprendere il dialogo con la Russia (cosa, anche questa, già tentata durante il suo primo mandato e finora non andata in porto a causa della prosecuzione del conflitto ucraino), di accelerare l’approfondimento delle relazioni strategiche tra USA e India (effettivamente progredite malgrado i danni inflitti a Nuova Delhi dalle cosiddette “sanzioni secondarie” pensate per frenare la macchina bellica del Cremlino) e, non da ultimo, di riproporre l’ipotesi di un parziale ritiro delle forze statunitensi da diversi scacchieri del globo.

Il tutto con l’intento di attuare una sorta di “accerchiamento” della Repubblica Popolare e, più in generale, di allineare la postura militare del Pentagono alle esigenze giudicate di maggiore impellenza (tra le quali l’attuale Amministrazione ha notoriamente messo in primo piano anche la riaffermazione del predominio strategico nel continente americano).

La portaerei statunitense Lincoln in navigazione. Tali strumenti si presentano come irrinunciabili assi portanti della strategia globale statunitense

Già di per sé piuttosto complesso e di non facile attuazione (e questo non solo per via di Vladimir Putin), tale disegno sarebbe stato anche messo fortemente crisi da quell’improvvisa quanto clamorosa diversione geopolitica rappresentata dall’attacco nei confronti dell’Iran, che, oltre a provocare la chiusura dello Stretto di Hormuz, ha anche finito col portare a galla tutti i limiti numerici delle scorte di munizioni presenti nell’arsenale del Pentagono e mostrato come gli attacchi di saturazione con missili e droni siano in grado di mettere in difficoltà le capacità difensive delle forze statunitensi.

La combinazione tra lo stallo nel Golfo e i complessi problemi di bilancio a cui si accennava pocanzi avrebbero quindi indotto gli USA a non disdegnare la possibilità di una parziale distensione tattica con la superpotenza avversaria.

Una distensione di cui potrebbero approfittare anche allo scopo di ottenere una maggiore apertura del suo mercato interno.

Per ciò che concerne, invece, il gigante asiatico, anch’esso sembrerebbe, al momento, non mancare di buone ragioni per vedere di buon occhio un generale abbassamento dei toni.

Quantunque la straordinaria crescita economica degli ultimi decenni abbia dato alla Repubblica Popolare l’opportunità di compiere un enorme balzo in avanti sul piano tecnologico e militare (si pensi all’elevatissimo livello di sofisticazione delle sue più recenti piattaforme o a come, durante l’operazione “Midnight Hammer” dello scorso anno, il suo apparato di Intelligence sia addirittura riuscito ad intercettare le comunicazioni dei bombardieri B-2 in volo verso l’Iran), i problemi sembrerebbero, infatti, in forte aumento anche dalle parti di Pechino, a cui il forte rallentamento dei ritmi di crescita, unito, anche in questo caso, ad una preoccupante espansione del debito, rende sempre più tortuosa la strada per il raggiungimento del primato globale.

Un caccia cinese di quinta generazione Shenyang J-35 della marina militare di Pechino – Credit – 中国新闻社

 

Pechino concede piccoli favori. Gli USA ringraziano minando il rapporto di fiducia con gli alleati

Nel corso dei colloqui bilaterali della scorsa settimana, questo “incrocio di criticità” si sarebbe tradotto in una serie di impegni reciproci.

In questo contesto negoziale, tuttavia, i cinesi sembrerebbero aver giocato decisamente meglio le proprie carte, abbinando la simbolica concessione di acconsentire all’acquisto di 200 jet civili dalla compagnia statunitense Boeing e la richiesta al regime iraniano di fermare lo sviluppo di armi nucleari e di riaprire lo stretto di Hormuz (notoriamente molto utile anche per l’economia di Pechino) alla ricerca di un atteggiamento più morbido da parte degli USA riguardo alla spinosissima questione dell’isola di Taiwan, che, come noto, la Repubblica Popolare rivendica e in cui, al netto dei suoi crescenti problemi strutturali, sembrerebbe sempre più in grado di tentare un “colpo di mano” (anche se, chiaramente, sarebbe tutt’altro che una passeggiata).

La richiesta dei vertici cinesi arriva, tra l’altro, nel piano di una situazione decisamente inedita, in cui, già da diversi mesi, le relazioni tra Taipei e la Casa Bianca appaiono sempre meno cordiali.

A tenere banco è soprattutto la volontà dell’Amministrazione Trump di favorire il rientro negli USA della produzione di semiconduttori concentratasi sull’isola nel corso degli ultimi decenni; un elemento che sembrerebbe aver messo in ombra l’enorme importanza strategica della Repubblica di Cina (questo il suo nome ufficiale) nell’ambito della “grand strategy” statunitense.

Nel gennaio scorso, questo strisciante raffreddamento nelle relazioni bilaterali sembrava essere stato in parte superato con l’approvazione del Congresso, nonché dello stesso Trump (sebbene non in maniera definitiva), della vendita al Paese di un pacchetto di sistemi difensivi da 14 miliardi di dollari.

Tuttavia, in seguito all’incontro con Xi Jinping, il tycoon avrebbe palesemente cambiato idea, affermando di volerlo tenere in sospeso al fine di utilizzarlo come “merce di scambio” nei confronti di Pechino.

In tale occasione, Trump si sarebbe anche dichiarato contrario ad un’eventuale dichiarazione d’indipendenza formale dell’isola (anche se, di fatto, già lo è), specificando (e questa non è roba da poco) di non voler essere coinvolto in un eventuale conflitto con la Cina allo scopo di difenderla; ossia esattamente quello che avrebbero desiderato ascoltare i vertici della Repubblica Popolare.

Naturalmente, sebbene non si sia in presenza di un vero e proprio via libera per un’azione unilaterale da parte di Pechino (dato che, tutto sommato, nello spiegare la propria posizione riguardo ad un’eventuale dichiarazione d’indipendenza di Taipei, il capo della Casa Bianca ha comunque chiarito come, dal suo punto di vista, lo status quo dovrebbe essere rispettato da tutti), l’eventuale scivolamento dei vertici USA verso posizioni così distanti da ogni possibile forma di strategia finalizzata al contenimento della Cina potrebbe finire col costare davvero caro.

Viene, infatti, da sé che ridurre il sostegno nei confronti di Taiwan, con tutti i rischi del caso per ciò che concerne l’ipotesi di un colpo di mano da parte di Pechino, potrebbe, di fatto comportare, non solo il venir meno di quello che, ad oggi, si configura come il maggiore ostacolo geografico ad una compiuta proiezione globale marittima della Repubblica Popolare, ma anche la distruzione di ciò che resta del già ampiamente vessato rapporto di fiducia tra Washington e i suoi alleati, con riferimento, in questo caso, proprio a quelli del cruciale scacchiere indopacifico, dove, al momento, si gioca il grosso della partita tra le due superpotenze.

Una partita che, al netto della flebile distensione tattica ricercata (e, verosimilmente, neanche davvero ottenuta) nel corso del vertice è, comunque, destinata ad andare avanti ancora per diversi decenni.

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