Coldiretti: blitz nei porti di Bari e di Salerno a difesa del pomodoro e del grano prodotti in Italia. Per ANICAV applicare nel territorio comunitario il principio di reciprocità per il concentrato proveniente da Paesi extra UE

BARI. Gli agricoltori della Coldiretti hanno attivato dei blitz nei porti di Salerno e di Bari per difendere il made in Italy dall’invasione di prodotti stranieri.

Il blitz di Coldiretti contro la nace cinese al porto di Salerno

Le operazioni di denuncia sono ancora in corso, con gli agricoltori che, una volta saliti sui gommoni, hanno avvicinato le navi al grido di “No fake in Italy” lanciato durante la mobilitazione al Brennero di qualche mese fa.

“Stop falso cibo italiano” e “Basta import sleale” sono stati alcuni degli slogan esposti dalle imbarcazioni, per rilanciare ancora una volta la richiesta della revisione del criterio dell’ultima trasformazione del Codice Doganale sull’origine dei cibi, quello che oggi permette “il furto d’identità” dei prodotti made in Italy e fa vendere come italiano un prosciutto fatto con cosce di maiale provenienti dall’estero.

“Come Coldiretti – ha detto il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini – siamo contro le importazioni sleali fatte con lo sfruttamento dei lavoratori cinesi o senza rispettare gli standard europei. Vogliamo che venga rimesso in discussione il principio del Codice doganale sull’origine dei cibi, dove ciò che conta è solo l’ultima trasformazione”.

Per Prandini bene ha fatto il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida che ha aperto a questa possibilità.

“Per noi – ha proseguito Prandini – è la madre di tutte le battaglie a livello europeo. Riteniamo che non può e non deve essere l’ultima trasformazione, ma il prodotto che viene utilizzato, che ne deve esaltare quella che è l’italianità. Per questo siamo oggi nei porti, per denunciare questa stortura che mette a rischio il nostro made in Italy e le nostre aziende e per questo stiamo raccogliendo 1 milione di firme per la richiesta di una legge popolare europea per ottenere l’obbligo di origine su tutti i prodotti in tutta Europa”.

E a proposito del carico di concentrato di pomodoro dalla Cina, a Salerno è arrivata una nave nei pressi del porto con 40 container.

Il prodotto, sostiene Coldiretti, è avvenuto con lo sfruttamento del lavoro delle minoranze.

Il carico era partito lo scorso 29 aprile sul treno della China-Europe Railway Express per essere trasferito su nave e arrivare nel porto di Salerno dopo un viaggio di 10 chilometri su rotaie e via mare.

Il 90% del concentrato di pomodoro cinese destinato all’esportazione viene dai campi della regione dello Xinjiang, dove verrebbe coltivato grazie al lavoro forzato degli uiguri.

Anziani uiguri con barbe “all’islamica”.

Un fenomeno denunciato dalle associazioni per il rispetto dei diritti umani.

Lo scorso anno, ricorda Coldiretti, l’Italia ha importato 85 milioni di chili di pomodoro trasformato cinese, proveniente in gran parte proprio dallo Xinjiang nonostante il fatto che gli Stati Uniti ne abbiano vietato l’importazione sul proprio territorio dal gennaio 2021 per evitare di sostenere il lavoro forzato.

A Bari un blitz ha fermato l’invasione di grano dalla Turchia.

Il blitz contro la nave turca

Oggi, denuncia ancora Coldiretti, è arrivata in rada una “nave fantasma” carica di grano turco di cui si erano perse le tracce dopo che aveva lasciato la Tunisia, da cui risultava respinta, e toccato le coste greche per arrivare nello scalo pugliese.

Anche da qui sono salpate le imbarcazioni degli agricoltori di Coldiretti decise a denunciare queste pratiche che stanno mettendo a rischio la sopravvivenza di centinaia di aziende italiane, facendo crollare i prezzi del nostro prodotto proprio alla vigilia dei raccolti.

Lo scorso anno le importazioni di grano duro dalla Turchia sono aumentate di oltre l’800%, di oltre il 1000% dalla Russia, del 170% dal Kazakistan, rispetto all’anno precedente, mentre solo nei primi 2 mesi del 2024 sono arrivati quasi 35 milioni di chili di frumento duro turco, quasi la stessa quantità registrata in tutto il 2022.

Ma nel 2023 sono cresciute del 47% anche le importazioni di grano duro dal Canada – conclude Coldiretti – trattato con il glifosato in pre raccolta secondo modalità vietate a livello nazionale.

E semper sul grano, la nuova asta turca del grano affossa proprio la Puglia, il Granaio d’Italia, proprio quando si sono accese le mietitrebbie per la raccolta.

Il prezzo è sceso al di sotto dei costi di produzione. Lo evidenzia Coldiretti Puglia.

“Con le quotazioni scese ampiamente al di sotto dei costi di produzione e la campagna di raccolta appena avviata, a rischio è la sopravvivenza di 38 mila aziende agricole in Puglia, il Granaio d’Italia, con l’aumento della dipendenza dall’estero – spiega Alfonso Cavallo, presidente di Coldiretti Puglia -.  Sono sotto accusa ci sono gli accordi gli accordi di libero scambio europei per cui vanno fermate le importazioni sleali, introducendo con decisione il principio di reciprocità per fare in modo che tutti i prodotti che entrano nell’Unione rispettino gli stessi standard dal punto di vista ambientale, sanitario e del rispetto delle norme sul lavoro previsti nel mercato interno, poiché è intollerabile la concorrenza sleale che mette a rischio la salute dei cittadini e la sopravvivenza delle imprese agricole. Ad aumentare sono anche gli arrivi dalla Turchia sulla quale grava peraltro il sospetto di triangolazioni dalla Russia”.

“Le aste turche del frumento affossano ancora i prezzi del grano pugliese – aggiunge il direttore regionale Pietro Piccioni – con il crollo del prezzo del grano che scende a 320/350 euro a tonnellata, mentre nei porti pugliesi continua il via vai di navi mercantili provenienti dalla Turchia. Si tratta di valori che portano la coltivazione sotto i costi di produzione, rendendola di fatto antieconomica ed esponendo le aziende agricole al rischio crack, soprattutto nelle aree interne senza alternative produttive. Un abbandono dei terreni che pesa anche sull’assetto idrogeologico del Paese aprendo al rischio di desertificazione”.

Sugli accordi commerciali occorre garantire il principio di reciprocità e in tale ottica è positivo l’annuncio della Commissione Ue sul fatto che “non sono soddisfatte le condizioni” per raggiungere un accordo commerciale con i Paesi del Mercosur, il mercato comune dell’America meridionale di cui fanno parte Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay.

Una scelta che segue la denuncia della Coldiretti in Italia sulla concorrenza sleale provocata dalle gravi inadempienze di molti Paesi sudamericani sul piano della sostenibilità delle produzioni agroalimentari con rischi per l’ambiente, la sicurezza alimentare e lo sfruttamento del lavoro minorile evidenziato dallo stesso Dipartimento del lavoro statunitense.

Per Coldiretti vanno fermate le importazioni sleali ed introdurre con decisione il principio di reciprocità per fare in modo che tutti i prodotti che entrano nell’Unione rispettino gli stessi standard dal punto di vista ambientale, sanitario e del rispetto delle norme sul lavoro previsti nel mercato interno.

Occorre al contempo ridurre la dipendenza dall’estero e lavorare da subito nell’ambito del Pnrr per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali, ma sono fondamentali – conclude Coldiretti – una costante analisi dei prezzi e l’aumento dei controlli, con una spinta che può venire dalla Commissione unica nazionale (CUN,  grano duro ma anche dalla promozione della pasta 100% italiana sostenendo l’intera filiera.

In una nota, l’ANICAV (Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali) ha sostenuto che pur comprendendo “la logica che muove Coldiretti” sarebbe opportuno chiarire “ai consumatori che il concentrato cinese comunque non finisce sulle loro tavole. L’Italia è il primo Paese produttore ed esportatore di derivati del pomodoro destinati direttamente al consumo finale. Concentrati, pelati, passate, polpe e pomodorini che troviamo sugli scaffali dei supermercati sono ottenuti da pomodoro 100% italiano di alta qualità, come indicato anche in etichetta, che deve essere lavorato entro 24 ore dalla raccolta, tempi di lavorazione incompatibili con quelli che sarebbero necessari a importare la materia prima da altri Paesi”.

“Che si parli di pomodoro cinese o di altro Paese anche europeo per i pelati, la polpa, la passata e i pomodorini è un assurdo – aggiunge la nota -. Dal concentrato, sia esso importato o prodotto in Italia, che ha una caratteristica di liquido, non si possono ottenere prodotti solidi, come il pelato o la polpa: sarebbe come pretendere di ricavare da una bottiglia di vino 30 o più grappoli d’uva”.

“È emblematico il dato inconfutabile – sostengono dall’ANICAV – che sia quando le importazioni di concentrato sono state il doppio di quelle attuali che quando sono state la metà, gli ettari coltivati in Italia a pomodoro da industria sono stati sempre circa 70.000. Le importazioni di concentrato non rappresentano, quindi, un problema particolarmente rilevante per il nostro sistema agricolo in quanto la concorrenza avviene su livelli diversi. Si preferisce, infatti, destinare la materia prima italiana a produzioni di maggiore qualità e più remunerative, tenuto conto che il prezzo che le nostre aziende pagano agli agricoltori per il pomodoro è il più alto al mondo e può raggiungere anche i 200 euro a tonnellata mentre negli altri Paesi trasformatori è meno della metà”.

E la merce importata che arriva nel porto di Salerno, per ANICAV, avviene per lo più in regime di temporanea importazione, per cui il concentrato entra in Italia per poi essere riesportato verso Paesi extra comunitari, lasciando da noi solo il valore aggiunto che si genera in termini di occupazione e marginalità.

“La vera battaglia per la filiera, che potremmo vincere insieme alla Coldiretti e a tutti coloro che possono supportarci – conclude la nota – è legata all’applicazione sul territorio comunitario del principio di reciprocità per il concentrato proveniente da Paesi extra UE che non applicano i nostri stessi standard etico-sociali ed ambientali e che per questo fanno concorrenza sleale alle nostre imprese destinato ad essere utilizzato come semilavorato dalle aziende europee di seconda trasformazione nella preparazione di altre produzioni (ad esempio per la base delle pizze surgelate o sughi pronti). Tutti devono avere e rispettare le stesse regole. Questo è quello che stiamo chiedendo con insistenza alle istituzioni europee a tutela del nostro sistema produttivo, superando posizioni demagogiche fuorvianti e dannose per la reputazione di un’industria e di un prodotto, il pomodoro, che da secoli è alfiere del made in Italy nel mondo”.

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