Di Giuseppe Gagliano
BANGKOK. La Thailandia si trova al centro della competizione geopolitica tra Cina e Stati Uniti in Asia.
Grazie alla sua posizione strategica nel Sud-Est asiatico e un’economia in crescita, Bangkok è diventata un campo di contesa tra le due potenze.
Da un lato, Pechino vede la Thailandia come snodo chiave per i suoi interessi regionali, investendo massicciamente in infrastrutture e coltivando legami economici e culturali. Dall’altro, Washington considera la Thailandia un alleato storico e un perno della sua presenza nella regione.

Questa dinamica ha implicazioni strategiche profonde, specialmente riguardo alla sicurezza informatica e all’attività dell’Agenzia di intelligence thailandese (National Intelligence Agency, NIA).
Di seguito analizziamo le strategie di influenza cinesi e statunitensi, la vulnerabilità della Thailandia nel cyberspazio e gli sforzi della NIA, il ruolo della Cina nelle infrastrutture digitali, il supporto (e i limiti) americano alla NIA, e infine il delicato equilibrio diplomatico perseguito da Bangkok.
Strategie di influenza di Cina e USA sulla Thailandia
La Cina ha dispiegato un ampio ventaglio di strategie per accrescere la sua influenza in Thailandia.
Sul piano economico, Pechino è diventata il principale partner commerciale e investitore: nel 2023 il volume degli scambi ha raggiunto 126,3 miliardi di dollari, consolidando la Cina come primo partner economico di Bangkok per l’11º anno consecutivo.
Gli investimenti cinesi spaziano dalle infrastrutture tradizionali ai settori high-tech: progetti della Belt and Road Initiative (come la linea ferroviaria ad alta velocità Cina-Thailandia e corridoi logistici) puntano a integrare la Thailandia nei circuiti regionali guidati da Pechino.
Allo stesso tempo, il turismo e l’immigrazione dalla Cina alimentano l’economia locale e creano leve di influenza sociale e culturale.
Pechino ha anche promosso vendite di armamenti alle Forze Armate Thai (ad esempio carri armati e sottomarini cinesi) e organizzato esercitazioni congiunte. Queste iniziative rafforzano la cooperazione militare sino-thailandese e riducono la dipendenza di Bangkok dalle forniture occidentali.

Inoltre, la Cina esercita soft power attraverso istituti culturali, programmi educativi e diplomazia sanitaria: durante la pandemia di Covid-19, ad esempio, la rapida donazione di vaccini Sinovac e Sinopharm ha migliorato l’immagine cinese in Thailandia, soprattutto mentre gli Stati Uniti erano percepiti come lenti nel fornire Pfizer e Moderna. Nel complesso, Pechino combina geoeconomia e diplomazia pubblica per radicarsi nel tessuto thailandese.
Anche gli Stati Uniti adottano una strategia multiforme, sebbene con approcci differenti. Washington vanta un legame di vecchia data con Bangkok: la Thailandia è formalmente alleata degli USA fin dal periodo della Guerra Fredda (fu designata Major Non-NATO Ally nel 2003) e ospita da decenni importanti attività militari congiunte.
L’esercitazione annuale Cobra Gold, co-organizzata in Thailandia, è la più grande esercitazione multinazionale in Asia continentale ed è considerata una prova tangibile della solida alleanza strategica tra Bangkok e Washington.
Gli Stati Uniti forniscono addestramento militare alle unità thailandesi e in passato sono stati i principali fornitori di equipaggiamenti (dai caccia F-16 alle tecnologie radar), anche se dopo il colpo di Stato del 2014 alcune forniture furono sospese. Sul piano economico, gli USA restano un partner importante: sono tra i primi mercati di destinazione per l’export thailandese (soprattutto manufatti e prodotti agricoli) e aziende statunitensi hanno investimenti significativi nel Paese.
Attraverso programmi di soft power, gli Stati Uniti promuovono cooperazione allo sviluppo, scambi educativi e culturali (ad esempio borse di studio e English Language Programs), coltivando relazioni popolari favorevoli.
Complessivamente, Washington punta a consolidare l’orientamento filo-occidentale della Thailandia, sottolineando valori condivisi e benefici della partnership: ad esempio, negli ultimi anni ha invitato leader thailandesi a iniziative indo-pacifiche e forum regionali promossi dagli USA, per ribadire l’impegno americano nella regione.
Vale la pena notare che la politica interna thailandese influenza la dinamica di queste strategie. In seguito al colpo di Stato militare del 2014, le relazioni USA-Thailandia hanno attraversato momenti di freddezza (per via delle sanzioni diplomatiche legate al ritorno alla democrazia), mentre la Giunta di Prayuth Chan-o-cha ha rafforzato i rapporti con Pechino.
Al contrario, con il governo civile instauratosi dal 2023, Bangkok sembra cercare di riequilibrare i rapporti: mantenere aperto il canale privilegiato con la Cina, ma anche riavvicinarsi agli Stati Uniti per diversificare il supporto economico e strategico. Questo pendolo politico interno offre alla Thailandia margine di manovra per estrarre concessioni da entrambe le potenze, evitando un allineamento unilaterale.
Vulnerabilità cibernetiche e sforzi della NIA
L’avanzata della Thailandia nella sfera digitale ha aperto nuove vulnerabilità nel cyberspazio, che sia la criminalità informatica sia gli attori statuali stanno sfruttando.
l Paese ha vissuto una rapida digitalizzazione (e-commerce, e-government, servizi finanziari online), ma la sicurezza informatica non sempre è cresciuta allo stesso ritmo. Secondo un rapporto Kaspersky, nel 2024 i server thailandesi hanno subito oltre 732.000 attacchi informatici, con un aumento del 125% rispetto all’anno precedente.
Gli obiettivi preferiti spaziano da ospedali, banche e compagnie aeree fino a sistemi governativi critici (come le piattaforme di registrazione vaccinale). Questo volume di attacchi crescente dimostra che la Thailandia è vista come un bersaglio attraente, in parte a causa dell’espansione rapida dei suoi data center e servizi digitali.
In aggiunta alle minacce criminali (come il clamoroso furto da 1,5 miliardi di dollari in criptovalute su una piattaforma locale nel 2025, attribuito a hacker nordcoreani del gruppo Lazarus), si rilevano operazioni di spionaggio cibernetico legate a potenze straniere. In particolare, gruppi APT attribuiti alla Cina hanno preso di mira istituzioni governative thailandesi: un esempio è la campagna “CeranaKeeper”, attiva dal 2022, che ha condotto massicce esfiltrazioni di dati da agenzie governative di Bangkok tramite malware avanzati e abuso di servizi cloud pubblici.
Tali attività, riconducibili a hacker sponsorizzati da Pechino (collegati al gruppo Mustang Panda), dimostrano la pericolosità delle incursioni cinesi nel cyberspazio thailandese. In sintesi, tra truffe online, ransomware e spionaggio statale, la superficie di attacco digitale della Thailandia è ampia e richiede contromisure efficaci.
Consapevole di queste minacce, Bangkok ha moltiplicato gli sforzi per rafforzare la propria sicurezza informatica, con la NIA in prima linea nel coordinare la difesa cibernetica nazionale.
La National Intelligence Agency thailandese – pur essendo tradizionalmente focalizzata su intelligence interna ed esterna in senso classico – ha ampliato le proprie competenze nel dominio cyber, collaborando con altre agenzie specializzate. Negli ultimi anni il governo ha istituito strutture e unità dedicate: ad esempio, è stato creato un Anti-Fake News Center per contrastare disinformazione e ingerenze online, e una Cyber Task Force della Polizia Reale Thai incaricata di perseguire crimini tecnologici e potenziare la cybersecurity, con particolare attenzione alle minacce provenienti in gran parte dalla Cina.
Inoltre, nel 2019 è nata la National Cyber Security Agency (NCSA), che ha sviluppato una strategia nazionale e protocolli di protezione per le infrastrutture critiche.
Queste iniziative hanno iniziato a dare frutti in termini di preparazione normativa e coordinamento: la Thailandia ha compiuto un notevole balzo nel Global Cybersecurity Index dell’ITU, passando dal 44º posto nel 2020 al 7º posto nel 2024, segno di un miglioramento delle capacità istituzionali e della forte committenza del Paese verso la sicurezza digitale.
Tale progresso riflette aggiornamenti legislativi, creazione di team di risposta agli incidenti (CERT) e campagne di sensibilizzazione che hanno portato la Thailandia ad essere considerata un modello nella regione.
Tuttavia, permangono significative lacune tecniche e operative. Nonostante i progressi a livello di framework, gli hacker più sofisticati continuano a penetrare reti governative e a sottrarre dati sensibili, evidenziando che le difese attuali non sono ancora pienamente efficaci.
La stessa NIA sta cercando di potenziare le proprie capacità cyber ma incontra difficoltà: fonti di settore indicano che l’agenzia ha tentato di “rafforzare le capacità informatiche” per fronteggiare la minaccia cinese, finora con scarso successo malgrado i pericoli in crescita.
Le sfide includono la formazione di personale specializzato, l’aggiornamento di sistemi legacy e la creazione di un flusso di intelligence cibernetica tempestiva. La NIA ha avviato cooperazioni con partner esteri per colmare questi gap, e il governo ha firmato decine di memorandum d’intesa con agenzie internazionali per scambio di know-how e addestramento in cyber sicurezza.
Ciononostante, il divario tecnologico con gli aggressori (in particolare le unità cibernetiche cinesi di livello militare) rimane un punto debole.
In definitiva, la Thailandia riconosce la propria vulnerabilità nel dominio digitale e sta reagendo con riforme e investimenti; l’efficacia di tali sforzi, guidati dalla NIA e dalla NCSA, sarà decisiva per proteggere la sovranità informativa del Paese nell’era della competizione sino-americana.
Il ruolo della Cina nelle infrastrutture digitali thailandesi
La competizione tra Cina e USA in Thailandia si gioca anche sul terreno delle infrastrutture digitali e delle telecomunicazioni, con forti implicazioni per le capacità di intelligence di Bangkok. La Cina ha assunto un ruolo di primo piano nello sviluppo digitale thailandese, attraverso i suoi campioni tecnologici come Huawei e ZTE.
Mentre gli Stati Uniti mettevano in guardia i propri alleati sui rischi per la sicurezza legati alle apparecchiature cinesi, la Thailandia ha scelto di collaborare strettamente con Huawei per il lancio delle reti di nuova generazione.
Già nel 2019 Bangkok ha autorizzato un banco di prova 5G di Huawei (il primo nel Sud-Est asiatico) e negli anni seguenti ha aperto la strada all’implementazione commerciale.
Il Governo dell’allora premier Prayuth ha accolto il gigante cinese come partner per modernizzare il paese: emblematico l’evento del dicembre 2021, in cui Prayuth ha inaugurato con l’amministratore di Huawei Thailandia il primo ospedale “smart” 5G presso il Siriraj Hospital di Bangkok.
Nonostante le pressioni statunitensi volte a escludere Huawei, la Thailandia ha spalancato le porte all’azienda cinese, che oggi sta traghettando il Paese nell’era 5G in anticipo sui vicini.

Huawei ha investito almeno 15 milioni di dollari in centri di ricerca 5G in Thailandia e ha lanciato progetti pilota in sanità, industria e città intelligenti, integrandosi profondamente nel tessuto digitale nazionale.
Questa presenza capillare significa che gran parte delle comunicazioni mobili, dei dati internet e persino delle infrastrutture cloud in Thailandia poggiano su hardware e software di fornitura cinese.
L’impatto di questa situazione sulle capacità di intelligence thailandesi è duplice.
Da un lato, la disponibilità di tecnologie avanzate cinesi ha accelerato la trasformazione digitale del Paese (si pensi alla diffusione di soluzioni 5G, sorveglianza smart city, data center ad alte prestazioni), fornendo anche agli apparati di sicurezza thailandesi nuovi strumenti di raccolta informativa e controllo del territorio.
Dall’altro lato, però, l’affidamento su infrastrutture digitali cinesi comporta rischi significativi per la sovranità tecnologica e informativa. In termini di controintelligence, le reti e i dispositivi forniti da aziende come Huawei potrebbero contenere vulnerabilità o backdoor sfruttabili dall’intelligence cinese, esponendo le comunicazioni governative thailandesi a possibili intercettazioni.
Ad esempio, l’egemonia cinese nelle reti 5G di un dato territorio può potenzialmente “limitare la capacità militare degli Stati Uniti di condurre operazioni di intelligence e targeting di precisione attraverso quelle reti”, come osservato dal Generale Thomas Waldhauser in riferimento all’Africa.
Applicando questo principio alla Thailandia, un’infrastruttura 5G dominata da Huawei potrebbe ridurre la fiducia degli Stati Uniti nel condividere informazioni sensibili con Bangkok, temendo che tali informazioni vengano intercettate o compromesse da Pechino. In effetti, Washington ha più volte avvertito che l’uso di tecnologia cinese nelle reti alleate complica la cooperazione di intelligence: i flussi informativi tra USA e Thailandia potrebbero divenire meno ricchi se si sospetta che le linee siano “ascoltate” da terzi. Anche la stessa NIA deve fare i conti con questa realtà: dover operare su sistemi potenzialmente sotto sorveglianza straniera è un serio limite alla sua autonomia operativa.
Va aggiunto che la Cina, oltre a fornire infrastrutture, sta stringendo accordi diretti con le autorità digitali thailandesi.
Nel 2023-2024, Pechino e Bangkok hanno firmato protocolli d’intesa per cooperare nella cybersicurezza e nello sviluppo tecnologico (ad esempio programmi congiunti tra il Ministero dell’Economia Digitale thailandese e il Ministero cinese dell’Industria e IT).
Ufficialmente, queste intese mirano a condividere best practice contro il cybercrimine e a far crescere l’economia digitale thailandese.
Tuttavia, esse accentuano l’influenza cinese sulle infrastrutture critiche: ad esempio, esperti cinesi possono avere accesso (sia pur legittimato dalla cooperazione) a informazioni sulle architetture di rete thailandesi, sulle difese e sulle vulnerabilità, conoscenze che in un contesto di rivalità strategica potrebbero essere sfruttate per ottenere vantaggi informativi.
In sintesi, la pervasività tecnologica cinese in Thailandia è un’arma a doppio taglio: accelera la modernizzazione del Paese ma allo stesso tempo mette alla prova la resilienza e l’indipendenza dell’intelligence thailandese, e getta un’ombra sulle future condivisioni di intelligence con gli Stati Uniti. Sarà cruciale per Bangkok mitigare questi rischi – ad esempio diversificando i fornitori, rafforzando la crittografia delle comunicazioni sensibili e imponendo rigorosi controlli di sicurezza sulle reti – per non ritrovarsi in una posizione di eccessiva dipendenza tecnologica da Pechino.
Supporto statunitense alla NIA e limiti della cooperazione bilaterale
La National Intelligence Agency thailandese ha origini che risalgono alla stretta collaborazione con gli Stati Uniti durante la Guerra Fredda. Furono proprio gli americani ad aiutare Bangkok a creare la NIA, modellandola in parte sulla CIA statunitense, e per decenni l’agenzia è stata un partner chiave di Washington nel Sud-Est asiatico.
Durante il conflitto in Indocina e la lotta al comunismo nella regione, i Servizi segreti thailandesi lavorarono a stretto contatto con quelli USA, condividendo informazioni su movimenti guerriglieri e offrendo supporto (ad esempio basi aeree e logistiche) alle operazioni americane.
Anche nei decenni successivi, la cooperazione di intelligence è rimasta robusta: la Thailandia ha contribuito ad operazioni antiterrorismo post-11 settembre (ospitando segretamente centri di detenzione della CIA nei primi anni 2000) e ha beneficiato di programmi statunitensi di formazione di personale, fornitura di equipaggiamenti e scambio analitico.
In altri termini, la NIA è cresciuta con un forte imprinting occidentale ed è vista dagli USA come un attore amico in un’area strategica.
Negli ultimi anni, tuttavia, questa collaborazione ha incontrato nuove limitazioni dovute ai mutati equilibri geopolitici e politici.
Da un lato, le oscillazioni della democrazia thailandese hanno creato attriti: i colpi di Stato militari (2006, 2014) hanno portato gli USA a congelare temporaneamente certi programmi di assistenza per pressioni politiche, indebolendo i canali di cooperazione diretta con le controparti di sicurezza.
Dall’altro, la progressiva vicinanza della Thailandia alla Cina ha sollevato a Washington interrogativi sulla affidabilità della NIA come custode di segreti condivisi. Funzionari statunitensi temono che un’influenza cinese crescente a Bangkok – o addirittura possibili infiltrazioni nelle istituzioni – possa mettere a repentaglio le informazioni sensibili fornite alla Thailandia.
Questo ha portato a un atteggiamento più cauto: il supporto USA alla NIA continua, ma in modo più cauto e selettivo. Ad esempio, gli Stati Uniti forniscono ancora training avanzato agli ufficiali della NIA e assistenza tecnica (soprattutto in ambito controterrorismo e contro-narcotraffico), ma tendono a trattenere l’intelligence di alto livello se ritengono il contesto insicuro. Allo stesso modo, progetti congiunti nell’ambito cyber potrebbero essere limitati se le reti thailandesi sono ritenute compromesse da presenza cinese.
Parallelamente, la Cina ha intensificato i contatti con la NIA, corteggiando l’agenzia thailandese per guadagnare fiducia e accesso. Pechino ha interesse a conoscere le valutazioni di Bangkok sulle questioni regionali e a eventualmente dissuadere la NIA dal cooperare troppo strettamente con gli americani su operazioni di intelligence che coinvolgano la Cina.
Non a caso, negli ultimi anni si segnalano visite reciproche tra alti funzionari cinesi (ad esempio del Ministero della Sicurezza di Stato, MSS) e i vertici dei servizi thai, scambi ufficiali di best practices e offerte di equipaggiamenti di sorveglianza elettronica cinesi a scopo dimostrativo.
Questa “competizione per l’amicizia” della NIA ha messo l’agenzia in una posizione delicata. Storicamente filo-occidentale, ora la NIA deve mostrare apertura anche verso Pechino, riflettendo la linea governativa di equilibrio tra le due potenze. Ciò si traduce in una cooperazione USA-NIA meno automatica rispetto al passato: mentre un tempo Bangkok era un affidabile avamposto dell’Intelligence americana nel Mekong, oggi Washington deve tenere conto che la Thailandia potrebbe non allinearsi pienamente alle iniziative anti-Cina.
Le limitazioni della cooperazione si vedono anche nella portata relativamente modesta dei programmi congiunti attuali: per esempio, gli Stati Uniti hanno fornito assistenza per migliorare la sicurezza cibernetica thailandese (workshop, condivisione di informazioni su minacce cinesi), ma la partnership non raggiunge il livello di profondità visto con alleati più stretti (come Singapore o le Filippine in passato).
In definitiva, il supporto americano alla NIA persiste ma è calibrato con prudenza, e Bangkok da parte sua modula l’apertura in base al contesto politico (ad esempio, un governo eletto pro-democrazia tende a rafforzare i legami con la CIA, mentre governi militari possono preferire un basso profilo).
Un segnale dei limiti attuali è il fatto che la NIA stessa sente il bisogno di riformarsi e “rivitalizzarsi”.
Nel 2024 sono emersi piani per una riorganizzazione e persino il trasferimento della sede dell’Agenzia, nell’ambito di cambiamenti volti a modernizzare il servizio segreto thailandese e forse a ridurne la dipendenza storica da modelli stranieri.
Il direttore della NIA, Thanakorn Buaras viene descritto come un abile mediatore che gestisce un “delicato atto di equilibrismo tra USA e Cina”.

Questa frase evidenzia come perfino ai massimi livelli dell’intelligence thai si percepisca la necessità di bilanciare le due influenze. Per gli Stati Uniti, ciò implica accettare una cooperazione meno esclusiva con la NIA rispetto al passato, cercando al contempo di mantenerne la fiducia; per la Thailandia, significa diversificare le fonti di supporto (ad esempio collaborando su specifici dossier con USA, e su altri – magari tecnologici – con la Cina) senza vincolarsi completamente a nessuno dei due.
L’equilibrio diplomatico thailandese tra le due potenze e prospettive future
La postura della Thailandia nei confronti di Cina e Stati Uniti può essere descritta come una diplomazia di equilibrio attentamente calibrata. Spesso si cita l’immagine del “bambù che si piega al vento”: Bangkok oscilla tra le influenze esterne, piegandosi senza spezzarsi, per proteggere i propri interessi nazionali.
In pratica, la Thailandia cerca di massimizzare i benefici da entrambe le parti mantenendo una flessibilità strategica.
Da un lato, coltiva i rapporti economici e politici con la Cina, riconoscendo l’importanza del vicino asiatico in ascesa; dall’altro, conserva l’alleanza di sicurezza con Washington e i legami con l’Occidente.
Questa posizione ambivalente è evidente in scelte come il continuare le esercitazioni militari con gli USA (Cobra Gold) mentre si tengono contemporaneamente esercitazioni con la Cina (es. l’addestramento aereo Falcon Strike).
Bangkok insiste sul fatto che tali attività con Pechino non intaccano la sua neutralità – durante la crisi nello Stretto di Taiwan nell’agosto 2022, la Thailandia ha assunto una posizione ufficiale di “piena neutralità”, invitando tutte le parti alla moderazione. Eppure, la decisione di procedere comunque con l’esercitazione Falcon Strike con l’Aeronautica cinese proprio in quel frangente è stata letta da alcuni come un segnale di sostegno indiretto a Pechino (le azioni, in questo caso, hanno parlato più forte delle parole). Allo stesso modo, sul fronte economico Bangkok aderisce tanto alle iniziative cinesi (BRI, Asian Infrastructure Investment Bank) quanto a quelle statunitensi (il quadro indo-pacifico, cooperazione Mekong-USA), calibrando la partecipazione in modo da non alienare nessuno dei due.
La chiave della strategia thailandese sta nel porre limiti chiari a qualsiasi eccesso di pressione da parte di una delle due potenze.
Gli analisti notano che la Thailandia, pur avvicinandosi molto a Pechino, “rimane pronta e in grado di respingere qualsiasi cosa percepisca come lesiva della propria sovranità”. Questa assertività si è manifestata in diversi casi: il Governo thailandese ha frenato o rinegoziato progetti cinesi di alto profilo che destavano preoccupazioni, come il discusso Canale di Kra (proposto corridoio marittimo attraverso la penisola malese) che è stato accantonato, o i pattugliamenti congiunti cino-thailandesi sul fiume Mekong che Bangkok ha rigettato per non cedere controllo delle proprie acque.

Analogamente, la costruzione della ferrovia ad alta velocità Sino-Thai è andata a rilento e con ritardi imposti dai thailandesi, e l’acquisto di materiale bellico cinese è stato riconsiderato quando si è temuto potesse intaccare l’indipendenza operativa di Bangkok.
Questi esempi indicano che il Governo thailandese pone un freno al quanto “sway” verso la Cina, in pratica mettendo paletti a qualunque iniziativa che potrebbe trasformare la Thailandia in uno stato satellite.
Allo stesso tempo, però, Bangkok non oltrepassa neanche le linee rosse di Pechino: ad esempio, evita di criticare apertamente la Cina su temi sensibili (Mar Cinese Meridionale, Xinjiang, Hong Kong) e finora si è astenuta dall’offrire spazi o accordi che la Cina percepirebbe come minacce (come basi militari permanenti per gli USA sul suolo thai).
In sostanza, la Thailandia gioca d’astuzia, accogliendo investimenti e cooperazione da entrambi ma riservandosi la libertà di scelta su ogni dossier specifico.
Questa abilità di hedging (barcamenarsi) ha finora servito bene la Thailandia, ma le implicazioni future di una tale posizione dipenderanno dall’evoluzione del confronto sino-americano.
Se la rivalità Cina-USA rimanesse entro livelli gestibili, la strategia thailandese potrebbe continuare a produrre dividendi: Bangkok potrebbe ottenere investimenti e sostegno da entrambe le potenze, mantenendo una certa autonomia.
In effetti, gli interessi fondamentali di Thailandia, Cina e Stati Uniti non sono inconciliabili – tutti e tre desiderano stabilità regionale e crescita economica – e la Thailandia condivide con gli USA l’obiettivo di non diventare subordinata all’ingombrante vicino cinese. Washington stessa riconosce che è controproducente forzare Bangkok a scegliere, preferendo aiutare la Thailandia a rafforzare “immunità” interne che le consentano di bilanciare le influenze straniere.
Ad esempio, gli Stati Uniti stanno cercando di sostenere la resilienza istituzionale thai (rafforzando capacità di scrutinio sui finanziamenti cinesi, promuovendo trasparenza e buon governo) così che Bangkok abbia “radici forti per resistere alla tempesta” anche se si piega al vento cinese.
Dal canto suo, la Thailandia sta coltivando legami più stretti con altre potenze regionali come Giappone, India, Australia e sfruttando il quadro ASEAN per diluire la morsa delle due superpotenze.
Tale diversificazione offre a Bangkok opzioni aggiuntive e una rete di sicurezza diplomatica nel caso la competizione USA-Cina diventi più aspra.
Tuttavia, è innegabile che un possibile inasprimento della rivalità sino-americana metterebbe alla prova la posizione thailandese.
In scenari estremi –-ad esempio una crisi militare nel Pacifico o un confronto diretto su questioni di sicurezza – le pressioni su Bangkok perché prenda partito aumenterebbero.
Gli Stati Uniti potrebbero richiedere un sostegno più netto da parte degli alleati tradizionali nella regione (come già avvenne durante la Guerra del Vietnam), mentre la Cina potrebbe esigere lealtà dai partner economici a lei vicini.
La Thailandia rischierebbe allora di trovarsi in un dilemma di sicurezza: scegliere uno schieramento potrebbe significare compromettere l’altro rapporto, mentre cercare ancora la neutralità potrebbe scontentare entrambi.
Ad esempio, se domani si accentuasse la contrapposizione attorno allo Stretto di Taiwan, Bangkok potrebbe dover decidere se consentire agli USA utilizzi logistici (come basi o rifornimenti) sul proprio territorio – una mossa che irriterebbe profondamente Pechino – oppure negare tale supporto – deludendo Washington e mettendo in forse l’alleanza.

Questa “compressione” dello spazio di manovra è la principale minaccia insita nella posizione ambivalente thailandese.
Finché l’equilibrio di potere rimane fluido, Bangkok può oscillare; ma se l’equilibrio si rompesse in favore di uno scontro bipolare più rigido, l’oscillazione diverrebbe molto più pericolosa.
In prospettiva, la Thailandia sembra intenzionata a perseverare nel suo gioco di equilibrio, confidando nella propria tradizione diplomatica di flessibilità.
Il Paese ha attraversato nella sua storia momenti analoghi (ad esempio mantenendo la neutralità formale durante la Seconda Guerra Mondiale prima dell’occupazione giapponese, o destreggiandosi tra USA e Cina durante la Guerra Fredda) e conta sulla propria abilità strategica.
Nel medio termine, è probabile che Bangkok continui a rafforzare i rapporti economici con la Cina – vitali per lo sviluppo infrastrutturale e la ripresa post-pandemia – pur rassicurando gli Stati Uniti sul fatto che la sua indipendenza decisionale rimane intatta.
Il nuovo Governo thailandese, inclusa la potente famiglia politica Shinawatra, ha interesse a mantenere aperte entrambe le porte: Paetongtarn Shinawatra (figlia dell’ex premier Thaksin) ha già segnalato volontà di firmare accordi sia con la Cina (15 MoU in preparazione, spaziando dal commercio alle tecnologie digitali) sia di cooperare con iniziative statunitensi.

Nel lungo termine, molto dipenderà anche dall’andamento interno: se la Thailandia rimarrà stabile e unita, potrà negoziare da una posizione di relativa forza; se invece dovesse affrontare turbolenze politiche interne, potrebbe divenire più vulnerabile a indebite influenze esterne.
Per ora, l’ambiguità strategica di Bangkok è in sé un messaggio: la Thailandia non intende diventare terreno di scontro né pedina di nessuno, ma piuttosto attore pragmatico che intrattiene rapporti amichevoli e reciprocamente vantaggiosi con tutti.
In conclusione, la competizione sino-americana in Thailandia è destinata a proseguire su vari fronti – economico, militare, tecnologico – con la NIA e la sicurezza informatica nazionale come elementi cruciali di questa partita geopolitica. La Cina cercherà di consolidare i propri vantaggi in Thailandia, sfruttando la leva economica e digitale, mentre gli Stati Uniti tenteranno di mantenere l’influenza strategica su un alleato storico.
La Thailandia continuerà a camminare sul filo, massimizzando i benefici e minimizzando i rischi di un equilibrio sempre più delicato.
Riuscirci richiederà grande abilità diplomatica e investimenti nella propria resilienza nazionale, affinché Bangkok possa resistere a eventuali urti provenienti dai due lati del Pacifico e preservare la propria autonomia decisionale di fronte alla rivalità tra le superpotenze.
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