Di Cristina Di Silvio*
WASHINGTON D.C. La trattativa tra Mosca e Kiev si muove sull’orlo del baratro tra diplomazia e cinismo.

Trump torna ago della bilancia, l’Europa osserva divisa, mentre Cina e Israele decifrano le implicazioni di un possibile reset dell’ordine internazionale.
Siamo di fronte a quella che potrebbe rivelarsi una svolta diplomatica storica o, al contrario, una messa in scena strategica concepita per consolidare vantaggi tattici, senza un vero progresso verso la pace.
L’annuncio di un bilaterale tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, anticipato da Donald Trump su Truth Social e confermato da fonti europee e americane, ha scosso il panorama geopolitico in un momento di massima instabilità sistemica.

Trump ha dichiarato di aver parlato direttamente con Putin e di aver avviato l’organizzazione di un incontro tra i due Presidenti, che potrebbe svolgersi entro la fine di agosto in una località ancora da definire, seguito da un trilaterale che includerebbe lui stesso.
Il Presidente russo avrebbe confermato la disponibilità, mentre Zelensky ha mantenuto un atteggiamento più cauto, affermando che non è ancora stata fissata una data, ma aggiungendo che le questioni territoriali sono “una decisione per me e Putin”.
Un’affermazione che apre a scenari potenzialmente controversi e che richiede un’attenta lettura politica e giuridica.
I luoghi ipotizzati per l’incontro sono due: Ginevra, suggerita dall’Italia, e Budapest, indicata da fonti dell’Amministrazione americana.
Ginevra offre la cornice legale più solida: la Svizzera ha già chiarito di poter garantire immunità temporanea a soggetti sottoposti a mandato d’arresto internazionale, come nel caso di Putin, purché il viaggio sia finalizzato a negoziati di pace e non per scopi privati.
È una distinzione sottile ma cruciale, che consente di aggirare temporaneamente gli obblighi derivanti dal mandato della Corte Penale Internazionale senza invalidarlo.
L’Ungheria, pur essendo membro dell’Unione europea, mantiene stretti rapporti con la Russia ed è spesso in rotta di collisione con Bruxelles sulle politiche comuni, rendendola una sede più flessibile dal punto di vista politico, ma meno rassicurante dal punto di vista giuridico e simbolico.

Il nodo centrale resta tuttavia quello dei territori occupati dalla Russia dal 2022 in poi: Crimea, Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson.
Secondo indiscrezioni filtrate da Washington, Trump avrebbe discusso con Putin di possibili “cessioni territoriali condizionate” in cambio di garanzie di sicurezza per Kiev.

Fonti europee hanno reagito con estrema cautela: il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha confermato che un incontro è in preparazione “entro due settimane”, ma ha anche ribadito che non è accettabile un accordo che imponga all’Ucraina concessioni territoriali unilaterali sotto pressione internazionale.
Macron ha espresso scetticismo sulla reale volontà russa di giungere alla pace, e ha sottolineato la necessità di un coinvolgimento formale dell’Unione europea nei negoziati.
Anche il Presidente ucraino si trova in una posizione estremamente delicata. Qualsiasi apertura pubblica a concessioni territoriali può causare una frattura interna nella società ucraina e scatenare una crisi istituzionale.
L’Ucraina è vincolata a una Costituzione che definisce l’integrità territoriale come principio inviolabile. Una modifica a questo assetto richiederebbe una maggioranza qualificata del Parlamento e, probabilmente, un referendum popolare, con esiti imprevedibili in un Paese stremato dalla guerra.
Sul piano militare e strategico, Trump avrebbe offerto garanzie di sicurezza all’Ucraina modellate sull’Articolo 5 della NATO, ma senza concedere l’adesione formale all’Alleanza.
È un tentativo di rassicurare Kiev offrendo un deterrente credibile contro future aggressioni, pur evitando l’ammissione ufficiale nella NATO che Mosca considera una linea rossa invalicabile.
Tuttavia, la credibilità di tali garanzie è tutta da verificare.
Chi garantirà la loro attuazione? Gli Stati Uniti da soli? Un consorzio di Paesi NATO?
L’Unione europea? E quale sarà il meccanismo giuridico di attivazione in caso di violazione? Si tratterebbe di una clausola difensiva vincolante o semplicemente di un impegno politico, soggetto all’orientamento del presidente americano di turno? Nel frattempo, Pechino osserva con silenziosa attenzione.

La Cina ha tutto l’interesse a un conflitto congelato che distolga risorse e coesione strategica dall’Indo-Pacifico, ma guarda anche a questo possibile vertice come banco di prova per una futura architettura multipolare in cui gli Stati Uniti, già assorbiti da una campagna presidenziale polarizzante, risultano più propensi a chiudere il dossier ucraino in fretta, anche a costo di lasciare sul tavolo concessioni pericolose.

Per Tel Aviv, il contesto è ancora più critico: una Russia rafforzata e accomodata in Europa orientale rafforza l’asse con Teheran, mentre l’Ucraina indebolita potrebbe ridurre drasticamente la cooperazione militare e di intelligence su cui Israele ha fatto affidamento negli ultimi due anni.

Il rischio concreto è che il bilaterale si trasformi in una piattaforma per negoziare una “pace fredda”, che congeli il conflitto lasciando irrisolti i nodi centrali, tra cui l’identità politica e territoriale dell’Ucraina e il ruolo della Russia nel sistema di sicurezza europeo.
Sarebbe un compromesso che potrebbe servire agli interessi americani in vista delle presidenziali, e a Putin per consolidare i risultati territoriali ottenuti con la forza, ma che lascerebbe l’Europa vulnerabile e divisa.
L’Unione europea si trova così di fronte a una scelta strategica: restare marginale, lasciando che gli equilibri vengano decisi tra Washington, Mosca e Kiev, oppure rivendicare un ruolo centrale, imponendo condizioni chiare per una pace giusta e duratura, fondata sul rispetto del diritto internazionale.
Il coinvolgimento formale di Bruxelles nei negoziati sarebbe fondamentale per garantire trasparenza, legittimità e protezione degli interessi dell’Ucraina e dell’intero continente.
Il tempo stringe. Le prossime due settimane saranno cruciali non solo per l’Ucraina e la Russia, ma per l’intera architettura di sicurezza internazionale.
Le sedi, le parole, persino le formule diplomatiche adottate nei prossimi incontri avranno un peso specifico nella definizione dell’ordine globale post-2022.
La pace, se mai verrà, dovrà essere sostenibile, verificabile e compatibile con le norme del diritto internazionale.
Altrimenti sarà solo un’altra tregua armata, in attesa della prossima offensiva.
*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)
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