MOSCA. Il missile russo che non annuncia la guerra, ma ricorda come potrebbe finire. Da Plesetsk alla Kamchatka, un messaggio rivolto soprattutto a Washington
Il missile balistico intercontinentale lanciato il 28 agosto dal cosmodromo di Plesetsk e diretto verso il poligono di Kura, nella penisola della Kamchatka, non rappresenta di per sé la preparazione di un attacco nucleare. Le prove dei vettori strategici fanno parte delle normali attività con cui una potenza atomica verifica mezzi, equipaggi, comunicazioni e catena di comando.
Il sistema utilizzato sarebbe stato uno Yars, missile a propellente solido installabile su veicoli mobili e capace di trasportare più testate. Il Ministero della Difesa russo ha comunicato che le testate da esercitazione hanno raggiunto gli obiettivi dopo un percorso di circa 6.700 chilometri.
La normalità tecnica, tuttavia, non cancella il significato politico. Un lancio nucleare strategico è sempre anche una comunicazione. Mosca ha mostrato di poter disperdere i propri lanciatori, sottrarli più facilmente a un attacco preventivo e conservare la capacità di colpire gli Stati Uniti anche dopo aver subito una prima offensiva.
È questa possibilità di rappresaglia, più ancora della potenza delle singole testate, a sostenere la dissuasione russa.

La coincidenza con la visita di Ratcliffe
Il lancio è avvenuto tre giorni dopo la visita riservata a Mosca di John Ratcliffe, direttore dei servizi d’informazione statunitensi. Il Cremlino ha confermato gli incontri con i responsabili russi, precisando che Ratcliffe non ha visto Vladimir Putin. Donald Trump ha ridimensionato la missione, definendola quasi ordinaria, mentre altre ricostruzioni sostengono che Washington abbia espresso preoccupazione per possibili operazioni russe contro Paesi dell’Alleanza Atlantica e per il sostegno di Mosca all’Iran. Associated Press, Reuters.
Sarebbe azzardato concludere che il missile sia stato lanciato in risposta diretta alla visita. Una prova di questa complessità viene programmata con largo anticipo. Mosca ha però scelto di darle visibilità nel momento più utile, trasformando un’attività preparata da tempo in una risposta politica immediata: la Russia ascolta gli avvertimenti americani, ma ricorda che ogni pressione incontra il limite rappresentato dal suo arsenale nucleare.
L’arsenale e il rischio degli equivoci
Russia e Stati Uniti possiedono insieme circa l’86 per cento delle testate nucleari mondiali. Le stime più recenti attribuiscono a Mosca quasi 5.500 ordigni complessivi, dei quali circa 1.700 schierati, oltre a un vasto arsenale non strategico. I numeri esatti restano incerti, perché nessuna delle due potenze pubblica più dati completi e verificabili. Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma.
La distinzione tra armi strategiche e non strategiche non deve trarre in inganno. Le prime servono principalmente a minacciare il territorio e le strutture vitali dell’avversario; le seconde possono essere impiegate nel teatro europeo contro concentrazioni militari, aeroporti, porti e centri logistici. Ma anche una testata definita “tattica” avrebbe conseguenze politiche, ambientali e militari difficilmente circoscrivibili.
Il problema è aggravato dalla scadenza, nel febbraio 2026, dell’ultimo trattato bilaterale che limitava le armi nucleari strategiche russe e americane. Per la prima volta da oltre mezzo secolo, Mosca e Washington non sono vincolate da un accordo complessivo su quantità, verifiche e trasparenza. La minore conoscenza delle forze avversarie aumenta la tentazione di prepararsi allo scenario peggiore e moltiplica il rischio che una prova, un trasferimento o un errore tecnico vengano interpretati come preparativi di attacco.
La vera trasformazione avviene nella guerra convenzionale
Il missile Yars appartiene alla dimensione apocalittica della guerra. Il progetto Dan-T riguarda invece il logoramento quotidiano dell’Ucraina. Secondo fonti ucraine, Mosca punterebbe a produrne fino a 10.000 esemplari nel 2027. La cifra non proviene da un programma russo reso pubblico e non può quindi essere considerata definitivamente accertata.
Il dato resta però significativo perché descrive la direzione assunta dalla guerra: missili meno costosi, prodotti in grandi quantità, con componenti prevalentemente nazionali e lanciabili da piattaforme terrestri e aeree. Con circa 500 chilometri di gittata e una testata di 135 chilogrammi, il Dan-T sarebbe destinato a colpire fortificazioni, mezzi, depositi e infrastrutture leggere.
L’obiettivo industriale non è costruire l’arma perfetta, ma produrre abbastanza vettori da saturare le difese ucraine. Se un missile offensivo costa molto meno dell’intercettore necessario per abbatterlo, Mosca può imporre a Kiev e ai suoi sostenitori occidentali uno scambio economicamente sfavorevole. La guerra diventa allora una competizione tra capacità produttive: quantità russe contro tecnologia occidentale, missili relativamente economici contro sistemi difensivi molto costosi.
La Cina può davvero fermare Mosca?
Il presidente finlandese Alexander Stubb ha riferito di aver ricevuto dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi l’assicurazione che Pechino non permetterebbe alla Russia di usare armi nucleari. La dichiarazione è importante, ma non deve essere trasformata in una garanzia assoluta.
La Cina possiede un’influenza economica notevole su Mosca: acquista energia, fornisce beni industriali e offre alla Russia una profondità diplomatica indispensabile. Non dispone però di un diritto di veto sulle decisioni del Cremlino. Se la dirigenza russa ritenesse minacciata la sopravvivenza dello Stato o la tenuta del proprio potere, il freno cinese potrebbe rivelarsi meno efficace di quanto sperato in Europa.
Pechino non vuole una guerra nucleare perché distruggerebbe commerci, investimenti e stabilità internazionale. Allo stesso tempo non vuole una sconfitta strategica della Russia che rafforzerebbe gli Stati Uniti in Europa e lascerebbe la Cina più isolata in Asia. Il suo obiettivo non è difendere l’Occidente, ma evitare che Mosca oltrepassi una soglia capace di compromettere anche gli interessi cinesi.
Il ritorno necessario della diplomazia
Stubb ha probabilmente ragione quando afferma che un attacco russo deliberato contro l’Alleanza Atlantica rimane altamente improbabile. Le forze russe sono impegnate in Ucraina e aprire un secondo fronte significherebbe affrontare una coalizione più potente sul piano economico, convenzionale e nucleare.
Ma proprio perché nessuna delle due parti desidera una guerra diretta, diventa indispensabile riaprire canali politici permanenti. La visita di Ratcliffe dimostra che il dialogo esiste già, soltanto in forma riservata e affidato ai servizi d’informazione. L’Europa, invece, continua a oscillare tra minacce, allarmi e dichiarazioni pubbliche, senza disporre di un proprio canale strategico con Mosca.
Il lancio di Plesetsk non annuncia l’imminenza della guerra nucleare. Ricorda però che, quando i trattati scompaiono e la diplomazia viene sostituita dalla comunicazione missilistica, anche una prova programmata può diventare parte di una pericolosa conversazione tra potenze armate per distruggersi.
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