COVID-19: Nuovi orizzonti da scoprire sul contagio. Rispondiamo ad alcuni interrogativi

Di Pierpaolo Piras* 

Roma. A poco più di un anno dall’insorgere della pandemia Covid 19, sono ancora tanti gli interrogativi che l’agente etiologico, il virus SARS-Covid-19, ha posto alla società, ai singoli Governi nazionali e non per ultima, alla classe dei ricercatori che in tutto il mondo, particolarmente negli Stati Uniti e Regno Unito, stanno dando il massimo nell’individuazione degli altri fattori causali, concausali e combinati, che finora hanno contribuito a diffondere la malattia.

Un’immagine sul contagio respiratorio

Il recente inizio della vaccinazione antivirale di massa mondiale fa intravvedere un po’ di luce in fondo al tunnel, alimentando concretamente la speranza di tutti.

Su tale argomento vigono numerosi aspetti scientifici ancora da chiarire in campo diagnostico, terapeutico e profilattico.

GLI INTERROGATIVI

Due degli interrogativi maggiori sono i seguenti:

  • Quanto sono contagiose le persone che risultano positive ai test ma non hanno sintomi?
  • Quale eventuale ruolo queste stesse esercitano nella trasmissione del virus vivo, l’unico, per intenderci, realmente contagioso?

Qualunque medico sa che qualsivoglia esame di laboratorio è un sicuro quanto utile supporto per l’elaborazione di una diagnosi clinica, ma giammai può sostituirla.

In un elevato numero di tamponi naso-faringei, la mancanza di questa supervisione clinica da parte del medico si conclude che sappiamo ben poco sulle proporzioni tra le persone positive ma asintomatiche nel corso della loro infezione e nelle ulteriori proporzioni nelle quali si configurano come  paucisintomatiche (subcliniche), presintomatiche (continuano a sviluppare sintomi in seguito) o post-infettate (con frammenti di RNA virali ancora rilevabili ma provenienti da un’infezione precedente.

I pochi studi pubblicati nella letteratura scientifica su questo aspetto , effettuati nei primi mesi della pandemia, dimostravano che circa l’80% delle infezioni erano totalmente asintomatiche. Oggi, la medesima percentuale è stata rivista su valori inferiori , intorno al 15-20% dei contagiati.

Circa il 49% delle persone inizialmente definite asintomatiche continuano a sviluppare sintomi.

Non è anche chiaro in che misura le persone senza sintomi trasmettano SARS-CoV-2.

I TEST

L’unico test per il virus vivo (l’unico che dimostrerebbe lo stato d’infezione)  è la coltura virale in laboratorio.

Infatti, i test RT_PCR e di flusso laterale (immunocromatografico) non distinguono i virus vivi dai loro resti biologici.

Attualmente non è disponibile alcun test che dimostri la sussistenza patologica di un’ infezione virale in atto, ad uso routinario e di massa.

Un’immagine di infezione polmonare

Stando così le cose, una persona che è positiva con qualsiasi tipo di test può avere o meno un’infezione attiva da virus vivo e , a sua volta, essere più o meno contagiosa .

Altri dati che emergono dalla ricerca scientifica evidenziano che , mentre la carica virale può essere identica nelle persone con e senza sintomi, la presenza di RNAm non rappresenta necessariamente il virus vivo e trasmissibile.

E poi, la durata della permanenza nelle vie respiratorie di RNA virale (intervallo tra il primo e l’ultimo risultato positivo della PCR per qualsiasi campione) è più breve nelle persone che rimangono asintomatiche, quindi sono probabilmente meno infettive delle persone che , invece, manifestano sintomi  importanti.

Le relazioni tra carica virale (numero di particelle virali attive nelle mucose respiratorie), diffusione virale nella società, infezione (quella propriamente detta), infettività (facilità o meno ad infettare) e durata dell’infettività, non sono tuttora ben chiare e definite.

In una recente revisione sistematica, nessuno studio è stato compiuto potendo “coltivare” virus vivi (provenienti da partecipanti sintomatici) dopo il nono giorno di malattia, nonostante i carichi virali fossero persistentemente elevati nei test diagnostici pcr quantitativi iniziali.

Insomma, la presenza di RNAm virale nelle vie respiratorie del Paziente (o ritenuto tale)  non rappresenta necessariamente che il virus sia vivo e trasmissibile.

Mentre sembra certo che la durata del RNAm virale (inteso come intervallo tra il primo e l’ultimo risultato positivo della PCR in qualsiasi campione) è più breve nelle persone che rimangono asintomatiche.

Un’immagine del torace colpito dal COVID-19

In conclusione, tutti i test di massa (tamponi e quant’altri) devono essere integrati in un percorso sanitario diagnostico-terapeutico con l’attenta supervisione sia clinica ( da parte del medico) che degli Istituti della salute pubblica.

La definizione esatta dei casi può basarsi solo sulla diagnosi clinica.

Sono necessari ulteriori studi profilattico-epidemiologico, accuratamente progettati per stimare i tassi di contagio da parte di persone con e senza sintomi.

Questi studi devono includere indagini approfondite sui focolai d’infezione, ad esempio testando tutti i contatti di persone con una chiara storia di esposizione al virus, specie se residenti in ambienti ad alto rischio come case di cura, carceri e altri contesti istituzionali affollati.

*Specialista in Otorinolaringoiatria e Patologia Cervico-Facciale

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