Di Chiara Cavalieri
TEHERAN, La regione del Golfo sta vivendo un’escalation di tensioni che potrebbe portare a un conflitto di vasta portata, con gli Stati Uniti pronti a un intervento militare contro l’Iran, mentre Teheran risponde con minacce di ritorsioni immediate e proporzionali.
La situazione è ulteriormente complicata dalle dinamiche geopolitiche regionali e dalle alleanze strategiche, e potrebbe avere effetti devastanti non solo per il Medio Oriente, ma per l’intera economia globale. La crisi attuale ripropone scenari simili a quelli che hanno portato alla prima Guerra del Golfo nel 1991, ma con sfide e potenziali implicazioni ancora più pericolose.
Le radici storiche del conflitto
Per comprendere la portata di questo conflitto, è essenziale considerare le radici storiche che hanno alimentato l’ostilità tra Stati Uniti e Iran:
- La Rivoluzione islamica del 1979: Il rovesciamento dello Scià Pahlavi, alleato degli Stati Uniti, e l’ascesa dell’Ayatollah Khomeini hanno segnato l’inizio della lunga rivalità tra i due paesi. La rivoluzione ha trasformato l’Iran da uno stato pro-occidentale a una Repubblica islamica, minando i legami con l’Occidente
- La crisi degli ostaggi (1979-1981): L’invasione dell’Ambasciata americana a Teheran e il sequestro di 52 ostaggi per 444 giorni hanno segnato un punto di non ritorno nelle relazioni bilaterali
- La Guerra Iran-Iraq (1980-1988): Durante il conflitto tra Iran e Iraq, gli Stati Uniti hanno supportato clandestinamente Saddam Hussein, alimentando la sfiducia a Teheran
- Le Guerre del Golfo: La prima Guerra del Golfo (1990-1991) e la seconda (2003-2011) hanno visto gli USA intervenire direttamente nella regione, con impatti a lungo termine sul tessuto politico e sociale di molti Paesi
- La Questione nucleare: Le tensioni sono ulteriormente esacerbate dal controverso accordo nucleare del 2015 (JCPOA) e dal ritiro unilaterale degli Stati Uniti nel 2018, portando a una politica di “massima pressione” nei confronti di Teheran.
La situazione attuale: preparativi di guerra
Le ultime informazioni indicano che gli Stati Uniti, sotto la guida del Presidente Donald Trump, stanno preparando un possibile attacco contro l’Iran, ottenendo il sostegno del Congresso.
Le forze americane hanno già dispiegato bombardieri Stealth B2, noti per la loro capacità di penetrare le difese radar nemiche senza essere rilevati, insieme ad altri velivoli.

Un aereo B 2 americanoQuesti aerei sono stati dislocati strategicamente nella regione, probabilmente stazionati in basi in Qatar, Emirati Arabi Uniti o Arabia Saudita.

In risposta, l’Iran ha promesso una reazione “immediata e proporzionale”, minacciando le basi militari americane nella regione.
L’escalation di forze avanzate e la crescente tensione non lasciano presagire scenari positivi.
Qualsiasi base utilizzata per lanciare attacchi contro l’Iran sarà considerata un obiettivo legittimo da parte di Teheran, mettendo gli alleati regionali degli Stati Uniti in una posizione di grande vulnerabilità.

Le preoccupazioni degli alleati regionali
I Paesi del Golfo, pur essendo alleati degli Stati Uniti, sono estremamente preoccupati per le possibili ritorsioni iraniane, di cui presumibilmente la dirigenza saudita si farà interprete con Trump già in occasione della sua prevista visita a Riad in maggio, significativamente la prima all’estero del nuovo presidente americano .
Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman e Kuwait hanno espresso timori per la sicurezza delle loro infrastrutture critiche, come dimostrato dagli attacchi contro gli impianti petroliferi sauditi nel 2019. Alcuni stati hanno minacciato di ritirare l’accesso alle basi militari americane se queste venissero utilizzate per attaccare l’Iran.
Questa riluttanza ad essere coinvolti in un conflitto diretto potrebbe limitare la capacità degli Stati Uniti di intraprendere un’azione militare su larga scala nella regione.
Il fallimento della mediazione russa e l’assenza dell’Europa
A complicare ulteriormente la situazione è il fallimento della mediazione russa, che ha cercato invano di ridurre le tensioni tra Stati Uniti e Iran.
Inoltre, le Nazioni Unite, che nel 1990-1991 avevano giocato un ruolo centrale nella gestione della crisi del Golfo, appaiono oggi emarginate.
L’Europa, pur avendo interessi significativi nella regione, sembra incapace di influenzare gli sviluppi, e la Santa Sede non ha un ruolo attivo nelle trattative diplomatiche.
Possibili scenari e conseguenze
Diversi scenari potrebbero emergere dal conflitto in atto:
- Escalation militare diretta: Un attacco da parte degli Stati Uniti potrebbe scatenare una risposta iraniana che non si limiterebbe solo agli obiettivi militari, ma potrebbe coinvolgere anche le infrastrutture petrolifere della regione, con conseguenze devastanti sull’economia globale
- Guerra per procura: L’Iran potrebbe scegliere di rispondere indirettamente attraverso i suoi alleati regionali, come Hezbollah in Libano o i gruppi sciiti in Iraq, evitando uno scontro frontale con gli Stati Uniti
- Blocco dello Stretto di Hormuz: Teheran potrebbe decidere di interrompere il transito di petrolio attraverso questo punto strategico, causando una crisi energetica globale, poiché circa il 20% del petrolio mondiale transita attraverso il Golfo
- Attacchi cibernetici: Entrambe le parti potrebbero ricorrere a cyberattacchi contro infrastrutture critiche, come già accaduto in passato.

Le implicazioni di un conflitto sarebbero catastrofiche:
- Crisi energetica: La riduzione delle forniture petrolifere dal Golfo porterebbe a un’impennata dei prezzi del greggio, con conseguenze devastanti per le economie mondiali
- Instabilità regionale: Un conflitto aperto potrebbe avere ripercussioni devastanti anche su altri Paesi del Medio Oriente, già instabili a causa delle guerre e delle tensioni settarie
- Crisi umanitaria: Il conflitto potrebbe causare una vasta perdita di vite umane e un aumento dei flussi di rifugiati, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria della regione.
Lezioni dal passato e avvertimenti ignorati
La storia offre molte lezioni sul pericolo degli interventi militari in Medio Oriente.
La prima Guerra del Golfo del 1990-1991, pur avendo liberato il Kuwait, ha lasciato Saddam Hussein al potere, creando le precondizioni per ulteriori conflitti.

La seconda Guerra del Golfo (2003-2011) ha dimostrato quanto sia difficile ottenere una “vittoria” duratura in un conflitto regionale, e le sanzioni contro l’Iraq negli anni ’90 hanno provocato sofferenze enormi senza raggiungere gli obiettivi politici.
Un bivio pericoloso
La regione del Golfo si trova a un bivio.
Le tensioni tra Stati Uniti e Iran non sono solo una minaccia per la stabilità regionale, ma potrebbero avere implicazioni globali.
Il fallimento delle istituzioni internazionali e la crescente marginalizzazione della diplomazia rendono la situazione ancora più preoccupante.
Le parole di Papa Giovanni Paolo II, che durante la prima Guerra del Golfo avvertì che la guerra è “un’avventura senza ritorno”, risuonano ancora oggi come un monito.
Il mondo intero spera che le parti coinvolte scelgano la via del dialogo e della de-escalation, prima che il conflitto diventi irreversibile.
Tuttavia, le attuali dinamiche non offrono molti segnali di speranza. La crisi nel Golfo è una minaccia imminente e la comunità internazionale deve fare tutto il possibile per evitare una catastrofe globale.
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