Unione Europea: Germania e Italia salvano il rapporto con Israele, ma il prezzo politico cresce

Di Giuseppe Gagliano*
LUSSEMBURGO. A Lussemburgo, l’Unione Europea ha recitato ancora una volta il copione che le è più congeniale: molte parole, molte indignazioni, pochissime decisioni. Di fronte alla proposta di sospendere l’accordo di associazione con Israele, avanzata da Spagna, Irlanda e Slovenia sullo sfondo della devastazione di Gaza, delle tensioni in Cisgiordania e del deterioramento della situazione regionale, Berlino e Roma hanno fatto muro. Risultato: nessuna sospensione, né totale né parziale. La questione resta formalmente aperta, ma politicamente congelata.
Il dato centrale è questo: quando si tratta di Israele, l’Unione continua a scoprirsi incapace di trasformare la propria retorica giuridica e umanitaria in una scelta di potenza. Kaja Kallas ha dovuto ammettere che i numeri non ci sono. E non ci sono perché i due Paesi che contano di più, Germania e Italia, hanno scelto di non rompere. La Germania lo ha fatto in nome del “dialogo costruttivo”, formula diplomatica che spesso serve a mascherare l’assenza di volontà politica. L’Italia lo ha fatto con la consueta prudenza tattica, evitando di esporsi frontalmente ma lasciando capire che nessuna decisione ostile a Israele sarebbe passata.
Il Parlamento dell’Unione Europea a Bruxelles (foto Salvatori)
La frattura europea
La vicenda mostra una frattura ormai strutturale dentro l’Unione. Da una parte c’è il blocco dei Paesi che, per convinzione politica, pressione interna o postura ideologica, ritiene non più sostenibile mantenere normali relazioni con Israele mentre continuano operazioni militari, restrizioni umanitarie, violenze in Cisgiordania ed escalation in Libano. Dall’altra parte ci sono gli Stati che vedono nel rapporto con Israele un nodo strategico troppo importante per essere sacrificato a una politica sanzionatoria dall’esito incerto.
La Spagna di Pedro Sanchez si è collocata alla testa del primo fronte, accentuando il proprio profilo di contestazione morale e politica. Il Belgio ha usato toni duri, ma più realistici, ammettendo che una sospensione totale è fuori portata. Francia e Svezia hanno cercato una via intermedia: non colpire l’intero impianto delle relazioni, ma almeno i prodotti degli insediamenti e le esportazioni verso quei territori. È una linea che segnala il tentativo di spostare il baricentro della pressione sul terreno commerciale, dove Bruxelles dispone di strumenti più credibili.
Ma la sostanza non cambia: l’Europa è divisa non tanto su Gaza o sulla Cisgiordania, quanto sul significato politico da attribuire al rapporto con Israele. Per alcuni è un partner da richiamare all’ordine. Per altri è un alleato strategico da non isolare, soprattutto mentre il Medio Oriente resta attraversato da guerre, deterrenze incrociate e rivalità con l’Iran.
Il peso di Berlino e Roma
Senza Germania e Italia, qualsiasi iniziativa punitiva resta mutilata. Berlino pesa per ragioni storiche, politiche e industriali. Il rapporto tedesco con Israele non è solo una relazione diplomatica: è un pilastro morale della politica estera tedesca del dopoguerra, che negli anni si è intrecciato con cooperazione tecnologica, sicurezza, intelligence e difesa. Chiedere alla Germania di avallare una sospensione dell’accordo di associazione significa chiedere a Berlino una rottura identitaria prima ancora che politica. Non sorprende quindi che il ministro Johann Wadephul abbia liquidato la proposta come inopportuna.
L’Italia si muove invece secondo una logica diversa, ma convergente. Roma non ha né il vincolo storico tedesco né l’attivismo ideologico spagnolo. Ha però una tradizione di politica estera fondata sull’equilibrio, sulla prudenza e sulla protezione dei margini di manovra nel Mediterraneo allargato. Antonio Tajani ha scelto una formula attendista, ma il messaggio è limpido: l’Italia non vuole un salto verso una linea di scontro frontale con Israele. Dietro questa posizione c’è il timore di compromettere relazioni economiche, scientifiche, tecnologiche e di sicurezza, ma anche la volontà di non aggiungere un ulteriore elemento di frizione in una regione già destabilizzata.
Palazzo Chigi, sede del Governo
La leva economica che l’Europa non usa
Qui si apre il punto geoeconomico decisivo. Nel 2024 gli scambi commerciali tra Unione Europea e Israele hanno raggiunto 42,6 miliardi di euro. L’Europa rappresenta quasi un terzo del commercio estero israeliano. Questo dato spiega due cose. La prima: Bruxelles dispone teoricamente di una leva economica notevole. La seconda: proprio per questo usarla significherebbe assumersi costi politici, industriali e strategici rilevanti.
Sospendere o anche solo limitare l’accordo di associazione non sarebbe un gesto simbolico. Vorrebbe dire colpire un ecosistema di relazioni che comprende tecnologie avanzate, farmaceutica, difesa, cyber, ricerca, agricoltura specializzata e cooperazione industriale. Israele non è per l’Europa soltanto una questione di politica estera: è anche un nodo di innovazione e sicurezza economica. Ecco perché i governi più prudenti esitano. Non perché ignorino la questione palestinese, ma perché sanno che una scelta di rottura produrrebbe effetti a catena che andrebbero ben oltre il piano morale.
D’altra parte, continuare a non usare questa leva logora la credibilità europea. Se l’Unione invoca il diritto internazionale solo quando il costo politico è sopportabile, finisce per alimentare l’accusa di doppio standard. È esattamente su questo terreno che si inseriscono le critiche di Amnesty International e delle decine di organizzazioni che chiedono la sospensione dell’accordo. Il problema per Bruxelles è che queste accuse trovano sempre più ascolto nell’opinione pubblica europea.
Carri armati dell’Esercito israeliano
La dimensione strategico-militare
Sul piano strategico-militare, la scelta di non sospendere l’accordo segnala che una parte decisiva dell’Europa ritiene ancora prioritaria la stabilità del rapporto con Israele rispetto alla pressione coercitiva. Non si tratta solo di commercio. Israele è un attore militare centrale nel Mediterraneo orientale e nel Levante, con capacità di intelligence, difesa aerea, guerra elettronica, tecnologia missilistica e sicurezza interna che molti Paesi europei considerano essenziali in un’epoca di minacce ibride, terrorismo e instabilità regionale.
L’Europa sa bene che isolare Israele senza avere una strategia alternativa significa rinunciare a un partner di sicurezza, senza per questo garantire un miglioramento sul terreno. Kaja Kallas lo ha detto in modo brutale ma realistico: sospendere l’accordo fermerebbe l’espansione in Cisgiordania? Probabilmente no. È una frase politicamente scomoda, ma strategicamente fondata. Le sanzioni funzionano quando sono parte di una strategia coerente, sostenuta da potenza politica, unità decisionale e capacità di imporre costi reali. L’Unione non ha oggi nessuna di queste tre condizioni.
Anzi, l’impressione è che molti governi temano l’effetto opposto: una rottura europea con Israele potrebbe irrigidire ulteriormente Tel Aviv, ridurre i margini di influenza di Bruxelles e lasciare il campo libero ad altri attori, soprattutto agli Stati Uniti, che restano il riferimento strategico decisivo per lo Stato ebraico.
L’Europa tra diritto e impotenza
Il vero nodo è che l’Unione continua a voler apparire come potenza normativa senza accettare il prezzo dell’essere una potenza politica. L’articolo 2 dell’accordo di associazione richiama i valori  democratici e il rispetto dei diritti umani. Ma quando quei valori entrano in collisione con interessi strategici, economici e diplomatici, l’Europa arretra. È questo scarto tra linguaggio e decisione che svuota la sua credibilità.
La Francia e la Svezia, proponendo dazi sui prodotti degli insediamenti e restrizioni mirate, hanno colto almeno una verità: se non si può colpire l’intero rapporto, si può agire su singoli segmenti dove la legalità internazionale è più facilmente invocabile e la base politica più ampia. È una strategia di contenimento parziale, che non risolve il problema ma prova a evitare l’inerzia completa.
Scenari
Nel breve periodo, la sospensione dell’accordo resterà improbabile. Germania e Italia non sembrano intenzionate a cambiare posizione, e senza di loro i numeri non ci sono. Più realistico è uno spostamento verso misure selettive: etichettature più rigide, dazi sui prodotti degli insediamenti, restrizioni commerciali circoscritte, forse qualche atto simbolico sul piano diplomatico.
Nel medio periodo, però, il costo dell’immobilismo europeo potrebbe crescere. Se la situazione a Gaza, in Cisgiordania e in Libano continuerà a peggiorare, aumenteranno le pressioni interne ai governi europei, le mobilitazioni civili, le richieste dei corpi diplomatici e il disagio politico di quei Paesi che oggi difendono il mantenimento dello status quo.
Sul piano geoeconomico, l’Unione si trova davanti a una contraddizione classica: possiede strumenti commerciali importanti, ma teme di usarli perché ne subirebbe anch’essa le conseguenze. Sul piano geopolitico, continua a oscillare tra ambizione morale e dipendenza strategica. Sul piano militare, sa che Israele resta un attore troppo importante per essere trattato come un partner qualsiasi. E così, ancora una volta, l’Europa rimane in mezzo al guado: abbastanza forte per protestare, troppo divisa per decidere.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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