Di Giuseppe Gagliano*
L’AVANA. Cuba torna al centro della scena non perché sia una grande potenza, non perché disponga di mezzi militari capaci di minacciare realmente gli Stati Uniti, non perché possa modificare da sola gli equilibri del continente americano.

L’isola torna nel mirino perché è il luogo dove Washington può tentare di riaffermare, con un costo apparentemente contenuto, la propria capacità di intimidazione strategica.
L’ordine esecutivo 14404 firmato da Donald Trump va letto in questa chiave. Non è soltanto un nuovo pacchetto sanzionatorio. È un atto politico costruito per trasformare Cuba da problema regionale a minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

La formula è nota: si individua un bersaglio fragile, lo si inserisce nella categoria della minaccia strategica, lo si collega a reti militari, finanziarie e di intelligence ostili, poi si crea lo spazio giuridico e diplomatico per colpirlo.
È la stessa grammatica del potere usata contro Iran, Venezuela e Russia. Solo che, nel caso cubano, il paradosso è ancora più evidente. L’isola è economicamente esausta, attraversata da crisi energetiche, carenze alimentari, infrastrutture logorate, migrazione crescente e malcontento sociale.
Proprio questa debolezza, però, la rende appetibile. Un nemico troppo forte obbliga alla prudenza. Un nemico debole consente la dimostrazione di forza.
L’embargo diventa guerra economica extraterritoriale
La novità più importante non è la conferma dell’embargo, che accompagna Cuba da decenni.
La novità è il salto di qualità: le sanzioni secondarie. Washington non si limita più a punire entità cubane o cittadini statunitensi che intrattengono rapporti economici con L’Avana.
Ora minaccia aziende straniere, banche internazionali, intermediari finanziari e gruppi non americani che mantengono relazioni con settori strategici dell’economia cubana.
Energia, difesa, servizi finanziari, sicurezza, metalli e miniere, con particolare attenzione al nichel: sono questi i comparti presi di mira. Non si tratta di dettagli tecnici. Sono le arterie minime della sopravvivenza economica di uno Stato già in difficoltà.

Colpire questi settori significa impedire a Cuba di importare carburante, attrarre investimenti, commerciare materie prime, finanziare infrastrutture, sostenere i servizi essenziali.
Il Tesoro americano e il Dipartimento di Stato possono congelare beni, bloccare transazioni in dollari, escludere banche straniere dal sistema finanziario statunitense. In altre parole, gli Stati Uniti usano la centralità del dollaro come arma geopolitica.
È la forma più efficace e meno visibile della guerra economica contemporanea: non servono portaerei davanti alla costa, basta chiudere l’accesso ai circuiti finanziari globali.
Questa è la vera forza dell’impero americano nel XXI secolo. Non soltanto basi militari, missili, intelligence e alleanze. Ma la capacità di decidere chi può respirare economicamente e chi no.
GAESA, il bersaglio perfetto
In questa architettura GAESA diventa il nemico ideale.
Il conglomerato economico legato all’apparato militare cubano viene descritto da Washington come il cuore cleptocratico del sistema, una struttura capace di controllare una quota enorme dell’economia dell’isola e di drenare risorse a vantaggio dell’élite politico-militare.
La narrazione è politicamente efficace perché consente agli Stati Uniti di compiere una distinzione artificiale ma utile: da una parte il popolo cubano, presentato come vittima; dall’altra il sistema economico-militare, presentato come usurpatore.
È la classica preparazione psicologica delle campagne di pressione: non si colpisce un Paese, si colpisce una cricca; non si strangola un’economia, si libera una popolazione; non si produce sofferenza sociale, si combatte la corruzione.
Il problema è che le sanzioni non colpiscono mai solo i vertici. Quando si bloccano energia, finanza, carburante, logistica, importazioni e investimenti, a pagare non sono soltanto i generali o i dirigenti del partito
Pagano gli ospedali, i trasporti, le famiglie, le imprese minime, le scuole, i servizi pubblici. La guerra economica ha sempre un volto morale nei comunicati ufficiali e un volto sociale nella vita quotidiana.
Certo, GAESA è anche il simbolo delle contraddizioni interne cubane.
Il peso dell’apparato militare nell’economia, la gestione opaca delle risorse, gli investimenti nel turismo mentre l’isola sprofondava nella crisi, la costruzione di alberghi in un Paese con occupazione turistica debole e infrastrutture civili allo stremo: tutto questo racconta l’incapacità del sistema cubano di riformarsi davvero.
Ma Washington non interviene per correggere questi squilibri. Li usa.
La crisi energetica come leva di destabilizzazione
Il punto più delicato è l’energia. Cuba è entrata in una fase di vulnerabilità estrema: blackout, difficoltà nei trasporti, carenza di combustibili, rete elettrica fragile, dipendenza dall’estero. In un contesto simile, il blocco dei carburanti non è una misura diplomatica. È un’arma.
Una “carestia energetica” non produce soltanto disagio materiale.
Produce delegittimazione politica. Se manca la luce, se i trasporti si fermano, se gli ospedali funzionano a fatica, se i generi essenziali diventano più difficili da distribuire, il potere perde la sua ultima giustificazione: garantire almeno la sopravvivenza.
Qui si vede la logica profonda della pressione americana.
Non serve necessariamente invadere Cuba. Può bastare spingere l’isola verso il collasso amministrativo, economico e sociale, lasciando che la crisi interna faccia ciò che la forza militare renderebbe troppo costoso. È una strategia di asfissia controllata: creare condizioni intollerabili e poi presentare il crollo come conseguenza naturale del fallimento del regime.
La CIA a L’Avana e il ritorno della diplomazia coercitiva
La visita del direttore della CIA, John Ratcliffe, assume dunque un significato che va oltre il canale riservato.
Quando il capo dell’intelligence americana si reca a Cuba per chiedere cambiamenti economici e di sicurezza, il messaggio è inequivocabile: il dossier cubano non è più soltanto diplomatico, è entrato nella dimensione operativa della sicurezza nazionale.
Il fatto che la visita coincida con la crisi petrolifera, con le mosse giudiziarie contro Raúl Castro e con il rilancio delle accuse legate all’abbattimento dei due aerei del 1996 non può essere considerato casuale. Washington sta costruendo un fascicolo complessivo: sanzioni economiche, delegittimazione politica, pressione giudiziaria, allarme militare, intelligence, narrazione umanitaria.

È la stessa tecnica già vista altrove: trasformare un conflitto politico in un caso penale, trasformare un governo ostile in una rete criminale, trasformare un avversario statale in un bersaglio di polizia internazionale.
Così si evita di dichiarare apertamente una guerra e si costruisce una cornice di legalità apparente.
L’eventuale incriminazione di Raúl Castro avrebbe infatti un valore enorme sul piano simbolico. Non colpirebbe soltanto un ex dirigente.
Colpirebbe la memoria politica della rivoluzione cubana, la continuità storica del castrismo, il mito fondativo dello Stato post-1959.
Sarebbe un attacco al cuore della legittimità cubana.
Il dossier droni e la costruzione della minaccia militare
Poi arriva il dossier dei droni.
Secondo l’intelligence americana, Cuba avrebbe acquisito oltre trecento droni da Russia e Iran, con capacità variabili e possibili rischi per Guantánamo e altri obiettivi regionali. Anche qui bisogna distinguere tra dato militare e uso politico del dato.
Dal punto di vista strettamente strategico, Cuba può certamente rafforzare alcune capacità asimmetriche. Droni, guerra elettronica, intelligence sui segnali, cooperazione con Russia, Cina e Iran: tutto questo può creare fastidio agli Stati Uniti, soprattutto per la prossimità geografica.
Guantánamo è una base simbolicamente e militarmente sensibile. La presenza di strutture di raccolta informativa russe o cinesi sull’isola rappresenta da anni una preoccupazione americana.
Ma un conto è il fastidio strategico, un altro è una minaccia esistenziale.
Cuba non ha la capacità di sostenere un confronto militare diretto con gli Stati Uniti. La sua forza, semmai, sarebbe quella di rendere più costoso un eventuale intervento, di creare incertezza, di mostrare che l’isola non sarebbe completamente indifesa.
Ecco perché il dossier dei droni è utile a Washington.
Non deve dimostrare che Cuba possa vincere.
Deve suggerire che Cuba stia diventando pericolosa. Basta questo per preparare l’opinione pubblica, rassicurare i falchi della Florida, giustificare nuove sanzioni e aprire il campo a opzioni più dure.
Il limite militare: Cuba non è il Venezuela
Tuttavia la strada dell’intervento diretto resta complessa. Cuba non è il Venezuela. Non esiste una replica semplice del modello costruito intorno a Maduro. L’isola ha una storia diversa, un apparato di sicurezza radicato, una forte identità nazionale antiamericana, una geografia politica particolare e una memoria ancora viva dell’ostilità statunitense.
Un’operazione militare a novanta miglia dalla Florida avrebbe costi politici enormi. Non solo per il rischio di resistenza interna cubana, ma anche per le conseguenze diplomatiche in America Latina, nei Caraibi e presso i Paesi del Sud globale.
Un’invasione americana di Cuba riaprirebbe in modo brutale il capitolo della dottrina Monroe, confermando l’idea che Washington consideri ancora l’emisfero occidentale come un proprio spazio imperiale.
Il Pentagono conosce questi rischi. Una guerra scelta contro Cuba, mentre restano aperti altri fronti internazionali, sarebbe un azzardo.
Soprattutto se gli Stati Uniti sono già impegnati in una competizione globale con Cina, Russia e Iran.
Lo scenario geopolitico: Pechino osserva, Mosca incassa, Teheran impara
La partita cubana non riguarda soltanto Cuba.
Riguarda la credibilità americana davanti alla Cina. Se Washington vuole dimostrare che Pechino non è in grado di proteggere i propri partner, Cuba diventa un teatro ideale. È vicina agli Stati Uniti, economicamente vulnerabile, politicamente isolabile, simbolicamente potente.
Per Pechino, Cuba è un tassello della proiezione strategica globale, non un alleato da difendere a ogni costo. La Cina può offrire credito, tecnologia, infrastrutture, intelligence, commercio. Ma difficilmente rischierebbe uno scontro diretto per l’isola.
Mosca, invece, può usare Cuba come carta di disturbo, una risposta speculare alla pressione occidentale vicino ai confini russi. Teheran può vedere nell’isola una piattaforma di cooperazione asimmetrica, utile più sul piano politico che su quello militare.
Così Cuba diventa una piccola pedina in una partita enorme. Ma le pedine, quando stanno nel punto giusto della scacchiera, possono bloccare movimenti decisivi.
La vera posta in gioco
La domanda non è se Washington invaderà Cuba domani. La domanda è se gli Stati Uniti stiano preparando le condizioni politiche, economiche e giuridiche per rendere pensabile ciò che oggi appare ancora estremo.
La sequenza è chiara: sanzioni secondarie, isolamento finanziario, attacco al conglomerato economico-militare, pressione energetica, visita della CIA, possibile incriminazione di Raúl Castro, allarme sui droni, richiamo alla presenza russa, cinese e iraniana.
Ogni elemento da solo può sembrare gestibile. Tutti insieme compongono una strategia di compressione.
Cuba è certamente responsabile di molte delle proprie fragilità. Il sistema economico resta rigido, inefficiente, dominato da apparati opachi, incapace di offrire alla popolazione una prospettiva materiale credibile. Ma la politica statunitense non mira a risolvere questa crisi. Mira a usarla.
E qui sta il cuore della vicenda. Non siamo davanti a una semplice controversia diplomatica. Siamo davanti a un esperimento di guerra economica, pressione d’intelligence e delegittimazione strategica contro uno Stato debole ma simbolicamente enorme.
Cuba serve a Washington per parlare al mondo: agli alleati esitanti, ai rivali globali, ai governi latinoamericani, agli elettori della Florida, agli apparati militari.
Il messaggio è antico e brutale: chi sfida l’ordine americano può essere strangolato, isolato, incriminato, destabilizzato.
Anche se piccolo. Anzi, soprattutto se piccolo.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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