Di Bruno Di Gioacchino
TEL AVIV. A soli cinque giorni dall’inizio delle ostilità, l’Iran si trova in una condizione operativa compromessa sotto il profilo militare, cibernetico e politico.

L’offensiva israeliana, calibrata, rapida e sinergica, ha colpito oltre 100 obiettivi tra siti missilistici, centrali nucleari e bunker militari nei pressi di Natanz, neutralizzando circa 30 lanciatori e tre depositi, oltre a eliminare quattro alti comandanti dei Pasdaran.
Al contempo, la reazione iraniana ha visto il lancio di oltre 150 missili balistici e più di 100 droni verso Israele il 13 giugno, ma la maggior parte sono stati intercettati dal sistema Arrow; circa 22 israeliani sono rimasti feriti, e almeno 7 sono stati uccisi.
La reazione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei, che oggi ha minacciato “danni irreparabili” nel caso di un intervento statunitense, appare più un gesto strategico di debolezza che di deterrenza credibile. In un contesto dove l’Iran brucia riserve di armamenti e perde coesione politica interna, l’enfasi retorica su una minaccia generica rischia di suonare come un’ammissione di isolamento operativo.

Il confronto attuale tra Israele e Iran segna una tappa decisiva della “nuova guerra contro le democrazie”, in cui le autocrazie – Russia, Cina e Teheran – cercano di rimodellare l’ordine di sicurezza globale.
Israele, attraverso un’azione congiunta tra Mossad, Aman e Unità 8200, ha messo in campo più di 200 aerei in cinque ondate per colpire decine di obiettivi chiave, devastando infrastrutture controverse e logistiche, ma anche producendo una svolta dottrinale nell’uso coordinato di cyber, droni e guerra convenzionale.

Il conflitto è la continuazione della strategia di contenimento iraniana lungo la “autostrada sciita” (Teheran–Baghdad–Damasco–Beirut), ma questa volta Israele ha saputo minarne il cuore operativo.

Le difese iraniane sono state disarticolate, la rete dei Pasdaran smantellata, le capacità missilistiche in gran parte neutralizzate: un’impronta precisa e chirurgica che fa della guerra un’arena asimmetrica gestita da un sistema integrato di intelligence.
Non si tratta tuttavia di una vittoria pura per Israele.
Le città di Be’er Sheva, Ashkelon, Tel Aviv e anche Gerusalemme hanno subito impatti significativi.

I razzi iraniani, pur in gran parte intercettati, hanno provocato almeno 7 vittime israeliane e decine di feriti.
Le sirene antiaeree scandiscono la quotidianità di milioni di civili, costretti a rifugiarsi a ogni allarme.
È evidente che la strategia iraniana, pur debole sul piano militare, punta deliberatamente a colpire la popolazione, generando panico e insicurezza più che effetti tattici diretti.
Il pericolo più grave non è ora nucleare – la capacità missilistica iraniana rimane compromessa e le scorte limitate – bensì una rappresaglia simbolica portata avanti da milizie proxy come Hezbollah o Houthi, probabilmente orchestrata per salvare la faccia e rassicurare la popolazione interna.
Se non dovesse neppure riuscire in questo, il regime rischierebbe un crollo di legittimità tra i suoi stessi cittadini e nel mondo arabo sunnita.
Il sostegno statunitense – documentato attraverso l’invio di caccia di rifornimento e gruppi navali, pur senza coinvolgimento diretto nei raid – ha confermato la scelta americana: Israele ha agito per legittima difesa, ma la posta in gioco è alta.
Il Presidente Trump ha richiesto a gran voce la resa incondizionata dell’Iran e ribadito che Teheran non dovrà mai acquisire un’arma nucleare.
L’esito iniziale del conflitto segnala dunque una vittoria tattica israeliana, ma apre un ciclo strategico lungo e instabile, in cui la credibilità delle democrazie dipenderà dalla loro capacità di non sottovalutare l’evoluzione delle minacce ibride e di consolidare un fronte compatto, non solo militare ma anche politico e culturale, piuttosto che difendersi con una semipropaganda antiterroristica.
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