DGSE contro Gruppo Wagner

Di Giuseppe Gagliano*
Quando nel 2018 il gruppo Wagner mise piede nella Repubblica Centrafricana, a Parigi non lo considerarono una semplice comparsa nel teatro africano. Lo lessero come l’inizio di una fase nuova: un attore ibrido capace di muoversi come impresa privata e, nello stesso tempo, di funzionare come copertura e strumento operativo dell’apparato russo nei teatri di interesse del Cremlino, dalla Siria all’Ucraina, con un’espansione sempre più aggressiva in Africa.
La questione venne segnalata ai massimi livelli e riconosciuta come priorità nei circuiti decisionali dell’Eliseo. Eppure rimase a lungo in una sorta di limbo, senza un indirizzo politico chiaramente definito. Non per distrazione, ma per la combinazione di prudenza diplomatica e attrito amministrativo che, in Francia, spesso rallenta le risposte quando il dossier tocca al tempo stesso sicurezza, politica estera e diritto.
Il nodo della classificazione: Stato o privato
Al Ministero delle Forze Armate il caso si arenò in discussioni che sembravano accademiche ma erano, in realtà, cruciali: come classificare Wagner? Un’estensione delle forze armate russe o una società privata? La domanda aveva un risvolto immediato: il profilo legale delle operazioni. Condurre attività contro obiettivi riconducibili a uno Stato poteva risultare, nella lettura di molti, meno problematico sul piano giuridico rispetto ad azioni che rischiassero di coinvolgere interessi qualificabili come privati.
In quel periodo, inoltre, l’apparato russo non veniva percepito come onnipresente e pervasivo come sarebbe stato giudicato negli anni successivi. Anche per questo la classificazione aveva una funzione di tutela: definire Wagner come braccio operativo dello Stato serviva a ridurre le ambiguità, non a crearle.
Mercenari della Wagner in Africa
La paura del confronto diretto e i tempi lunghi della “Casa Russia”
Affrontare Mosca, tuttavia, intimidiva persino le strutture incaricate di farlo. Un dirigente di alto livello ammise, in una riunione interna, che si trattava ancora di un nodo sensibile. Dentro la componente che lavorava storicamente sui dossier russi, si era più abituati ai tempi lunghi dell’intelligence e a una gestione fatta di pazienza, contatti, canali aperti e scambi indiretti. La prospettiva di uno scontro diretto motivava solo in parte: aumentava l’allerta, ma non accendeva automaticamente l’energia operativa.
Il contesto politico del 2019 contribuì a questa cautela. All’Eliseo la priorità restò mantenere aperti i canali con Mosca, dentro una strategia di distensione che privilegiava il dialogo e temeva che una risposta troppo aggressiva sul fronte Wagner potesse compromettere l’impianto diplomatico complessivo.
La cellula dedicata: piccola, specializzata, in rapida espansione
In questo quadro nacque, nel massimo riserbo, una cellula dedicata al fenomeno Wagner in Africa. All’inizio contava tre o quattro persone, ma crebbe rapidamente fino a superare le venti unità. Fu un’espansione guidata dal bisogno: l’avversario era fluido, multiforme, e richiedeva competenze differenti.
Il gruppo mise insieme specialisti dell’Africa, funzionari con fonti sul terreno, analisti di lingua russa e, soprattutto, esperti di raccolta da fonti aperte: la capacità di estrarre informazione utile da ciò che è disponibile online, di verificarla e di trasformarla in intelligence.
Il primo compito fu apparentemente semplice: raccogliere tutto ciò che si poteva su Wagner. In realtà era un lavoro lungo, paziente, e decisivo.
La sorpresa operativa: Wagner lasciava molte tracce digitali
Contrariamente a un’immagine diffusa, Wagner non era un’entità “invisibile”. Aveva una presenza digitale significativa. I suoi membri condividevano contenuti sui social, parlavano delle missioni, lasciavano indizi su gerarchie e spostamenti, mostravano equipaggiamenti e ambienti operativi. Quella sovraesposizione – volontaria o incosciente – fornì una massa di dati che, con tempo e budget dedicati, rese possibile ricostruire struttura, sedi e metodi dell’organizzazione.
Un elemento, nel racconto, spiccava per la sua forza: una testimonianza interna ammise che quella mappatura era stata costruita, almeno in quella fase, senza alcuna fonte infiltrata. E lo disse perché, nel tempo, i superiori avevano finito per credere il contrario, quasi a confermare quanto l’idea di “intelligence umana” restasse ancora più prestigiosa dell’analisi da fonti aperte.
Incrociando questi dati con altre risorse statali – immagini satellitari, riprese di droni, riscontri tecnici – la cellula iniziò a produrre risultati robusti. E quel capitale informativo si rivelò prezioso quando, nel febbraio 2022, la Russia invase l’Ucraina e Wagner diventò un avversario dichiarato, non più un attore “ambiguo” utile a mantenere distanze formali.
Soldati nigerini
Gossi: smontare una trappola informativa
Con questa capacità di lettura e di tracciamento, la DGSE riuscì a identificare le aree operative successive di Wagner in Africa e a riconoscerne le tattiche, spesso costruite per colpire la Francia non solo sul terreno, ma anche nell’immaginario.
Nell’aprile 2022, nei pressi della base di Gossi, in Mali, alcuni uomini di Wagner travestiti da soldati tentarono di far credere alla popolazione che la Francia avesse commesso un massacro. La risposta fu immediata: l’esercito francese diffuse un video che mostrava i mercenari russi mentre costruivano una fossa comune, con l’obiettivo di neutralizzare sul nascere il sabotaggio informativo.
Qui si vide il punto: non bastava sapere. Bisognava anche impedire che l’avversario trasformasse la menzogna in senso comune.
“Trollare i troll”: quando l’intelligence entrò nello spazio pubblico
Wagner, infatti, agiva su due piani: quello operativo sul terreno e quello dell’influenza. Reclutava e schierava uomini armati, ma alimentava anche campagne e narrazioni filorusse rivolte al pubblico africano, facendo leva su una rete di propagazione digitale.
La cellula francese dovette adattarsi. Il suo lavoro non si limitò più alla raccolta e alla sintesi per la catena decisionale: iniziò a diffondere selettivamente alcune scoperte per smentire l’avversario e ridurre l’efficacia delle sue operazioni d’informazione. Ne derivarono effetti visibili: alcune inchieste locali aumentarono di qualità, alcuni documentari ricevettero sostegno, e comparvero nuovi account social capaci di amplificare contenuti e contro-narrazioni.
Per la DGSE fu una svolta culturale. Perché il suo “Dna” era la discrezione: raccogliere e conservare informazioni, non usarle come strumenti di influenza nello spazio pubblico. Eppure il contesto stava cambiando rapidamente.
La resistenza interna e il problema delle fonti
Questa trasformazione incontrò resistenze, soprattutto tra i più esperti. Il servizio aveva decenni di tecniche pensate per avvicinare fonti o obiettivi e ottenere informazioni. Ora, per una parte dell’attività, si trattava di avvicinare persone e ambienti anche per poter diffondere informazioni. Era un rovesciamento della logica tradizionale e, soprattutto, costringeva a ripensare la gestione di ciò che il servizio considerava più prezioso: le fonti.
La preoccupazione più forte riguardava il rischio di essere individuati. Nel linguaggio dell’intelligence, il punto era la “negazione plausibile”: la capacità, dopo un’operazione, di poter dire credibilmente “non siamo stati noi”. I contrari alla nuova linea temevano che la visibilità crescesse troppo e che la compartimentazione interna si indebolisse.
A questa obiezione, i fautori dell’adattamento rispondevano con un argomento brutale: nel mondo dell’informazione contemporaneo, la negazione pesa meno di un tempo. Wagner non si preoccupava davvero di essere identificato e i canali mediatici legati allo Stato russo non hanno mai fatto mistero del proprio ruolo. In un ambiente dove le narrazioni sponsorizzate dai governi sono ormai parte del paesaggio, la trasparenza di fatto – anche quando è propaganda – non produce più lo scandalo di un tempo.
Giugno 2023: l’ammutinamento seguito “quasi dall’interno” e l’epilogo
I risultati, raccontava il testo, finirono per zittire molti critici. Quando, a metà giugno 2023, Wagner – allora dispiegata in Ucraina – fu al centro di voci di ammutinamento, la DGSE prese in carico il dossier e allertò rapidamente l’Eliseo, che accolse con favore l’informazione.
Quando il 23 giugno il capo di Wagner, Yevgeny Prigozhin, avviò l’ammutinamento, il servizio seguì la crisi passo dopo passo, con un livello di comprensione che sembrò “quasi dall’interno”. La rivolta proseguì fino al suo esito: dopo che Wagner lanciò una colonna di truppe verso Mosca, Vladimir Putin denunciò il tradimento in un discorso televisivo il 24 giugno. Quella stessa sera Prigozhin ordinò ai suoi uomini di rientrare nelle caserme. L’uomo morì poi in un incidente aereo insieme ad altri dirigenti del gruppo, due mesi dopo l’inizio della rivolta fallita, in un episodio che molti osservatori interpretarono come un segnale di vendetta del Cremlino.
Il paradosso conclusivo: un successo rivendicato e lo shock del Niger
La tempestività nel cogliere i segnali della rivolta permise alla DGSE di rivendicare pubblicamente la propria capacità di previsione, grazie al lavoro di una cellula che, al momento della creazione, aveva attirato poca attenzione. Ma il racconto si chiudeva con un paradosso crudele: lo stesso giorno in cui sulla stampa apparve un articolo che riportava le congratulazioni presidenziali per l’azione del servizio contro Wagner in Africa, un colpo di Stato colse Parigi di sorpresa in Niger. Una coincidenza che, più di molte analisi, descriveva la natura del problema: nella nuova competizione africana, la Francia poteva vincere alcune battaglie informative e di intelligence, ma restava esposta agli shock politici improvvisi che ridisegnano, in poche ore, l’intero terreno di gioco.
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