Difesa: Una leva militare “para-obbligatoria”? Perché SI!

Di Stefano Serafini

ROMA. Leggo sempre gli articoli del Dott. Marco Petrelli sia perché mi interessa la materia (che poi è quella militare), sia perché lo ritengo persona competente ed appassionata, qualità che – quando realmente si posseggono come nel suo caso – meritano sempre ascolto, fiducia e rispetto.

Due Caporali piloti mezzi corrazzati del 27° RAPS Udine di fronte a veicolo trasporto truppe M113  (Anno 1985)

Stavolta, però, non condivido il suo ultimo scritto, e mi riferisco a quello apparso su queste pagine il 21 maggio scorso riportante il titolo: “Difesa: Torna l’idea della leva. Perché non farlo, un esame in 4 punti” (https://www.reportdifesa.it/difesa-torna-lidea-della-leva-perche-non-farlo-un-esame-in-4-punti/)

Nel confutare il pensiero del Dott. Petrelli, premetto subito che il sottoscritto è stato militare di leva prima (nel 2°/27° Reggimento Artiglieria Pesante Semovente di Udine) e ispettore di una Forza di Polizia dello Stato poi, quindi credo di potermi esprimere con sufficiente cognizione di causa anche perché genitore di due ragazzi che, dopo gli studi, stanno per collocarsi nel mondo del lavoro senza aver necessariamente seguito le orme paterne.

Mi sembra stucchevole andare a ribattere punto per punto i 4 trattati dal Dott. Petrelli nel suo scritto, pur condividendo alcune preoccupazioni sulla sicurezza delle istallazioni militari nell’era degli smartphone e dei social, così come condivido il discorso economico inevitabilmente correlato alla re-introduzione della leva obbligatoria, però un’idea ben chiara della questione l’ho maturata e mi permetto di condividerla con i lettori di questa autorevole testata.

Comprendo che parlare di 6 mesi di naja è quantomeno paradossale, dunque se naja dev’essere che siano 12 mesi e non uno di meno, ovvero il tempo minino necessario ad addestrare e impiegare sufficientemente un soldato, un aviere o un marinaio, affinché il bagaglio formativo che gli conferisce la Forza Armata possa essere un qualcosa di saldo oltre che di duraturo nella sua futura vita da “civile”, un qualcosa da saper mettere a frutto al momento opportuno.

Comprendo poi le preoccupazioni connesse ad una generazione cresciuta in maniera sostanzialmente differente dalla mia (orgogliosamente “Boomer”), ma se questo già basterebbe a giustificare un non-obbligo alla leva per i giovani della “Generazione Z” non deve comunque pregiudicare le legittime aspirazioni di altri giovani desiderosi di provare e di “provarsi” in un’esperienza militare, senza che questo li costringa ad una procedura concorsuale per VFP di durata pluriennale.

Procedura che non a tutti può ovviamente garantire un impiego lavorativo e continuativo con le “stellette”.

Artigliere del 27° RAPS durante un servizio di guardia nella caserma Celio Nanino oggi dismessa (anno 1985)

Sulla funzione intrinsecamente civica e dunque “educativa” che indubbiamente aveva il servizio di leva non voglio argomentare più di tanto, constatando – con consapevole amarezza – quanto una gran parte della popolazione giovanile letteralmente inorridisca nel sentir parlare di difesa della Patria quale sacro dovere del cittadino (dove ho già letto queste parole..?) a maggior ragione se questo dovere lo si è fatto scadere a mero obbligo e per questo rifiutato in maniera quasi aprioristica, ciò secondo stili di vita finto-efficientisti nei quali nessuno (o quasi) vuol più perdere un solo minuto di tempo se non per gli esclusivi affari suoi.

Per questo una leva “para-obbligatoria” (passatemi il termine) potrebbe oggi ragionevolmente prevedere una percentuale (immagino un 10-20%) di militari che vada ad integrarsi ai ranghi professionali delle Forze Armate.

Parlo di “integrazione” e non di struttura perfettamente organica a quella ordinaria e per questo dotata di equipaggiamenti ridotti rispetto a quelli del soldato professionista.

A margine di queste mie considerazioni, ringraziando i lettori che hanno sin qui avuto la bontà di leggermi, ne vorrei aggiungere ancora un paio.

La prima è legata ad analisi che mi è capitato di leggere e redatte ex Ufficiali Generali di riconosciuto spessore; analisi nelle quali si metteva in risalto come il tanto decantato “pulsante” da schiacciare per annientare interi Battaglioni di soldati non abbia – per fortuna – trovato ancora concreta applicazione, pena la scomparsa della specie umana sulla Terra.

Batteria del 27 RAPS Udine su un obice semovente M107 al termine di un’esercitazione al Poligono militare di Capo Teulada (anno 1984)

Segno evidente che, al di là dell’altrettanto decantata “risposta tecnologica” precedentemente incarnata dalle potenze nucleari, i numeri di effettivi da poter disporre sul campo (e non solo) a tutto il 2024 continuano ancora a fare tutta la differenza del mondo, così come il conflitto russo-ucraino peraltro implacabilmente ci mostra con buona pace di chi continua a voler vedere una prossima soluzione (magari di forza) che non ci sarà.

La seconda considerazione la ricollego invece al problema che sta affliggendo le Forze Armate statunitensi, ormai in grossa crisi di arruolamenti nonostante lo “Zio Sam” non abbia al momento proprie truppe regolari impiegate in Teatri bellici…

Bene, per ovviare a tale evidente crisi lo stesso “Zio Sam” sta ora rivolgendo il suo celebre “I want you” verso l’universo LGBTQ, il che è come cercare abbonati allo stadio ma tra chi del calcio non importa assolutamente nulla, se non addirittura tra tifosi d’una squadra avversaria (e mi sono mantenuto).

Il resto delle considerazioni le lascio ad ognuno di Voi, invitando però a riflettere al riguardo d’una società che sta sempre più smarrendo la sua impronta identitaria, disgregata ormai com’è tra le migliaia e migliaia di canali social dove le chiacchiere che prima si perdevano davanti ai tavolini di un bar (magari tra la divertita commiserazione degli astanti) oggi raggiungono invece una platea potenzialmente illimitata quanto diversificata di utenti, provocando reazioni che metterebbero pensiero anche a quel grande studioso che fu Vilfredo Pareto secondo il suo inconfutabile teorema che in troppi ignorano e che, proprio nel campo della comunicazione, trova la sua più lampante e concreta espressione.

Canali social che, più che rappresentare un reale ed effettivo strumento di confronto, costituiscono invece una causa di disgregazione sociale e che – se non adeguatamente arginati dal ritorno e dalla diffusione d’una cultura realmente identitaria – ridurranno presto questa stessa società da una massa informe, inconsistente ed incolore, e come tale INCAPACE di difendersi da qualsiasi aggressione esterna come interna.

Sono profondamente convinto che talvolta – proprio per fare passi avanti – bisogna aver il coraggio di farne qualcuno indietro, senza dover essere sempre costretti ad accettare quella massima (beota a mio avviso) secondo la quale il mondo e il progresso vanno avanti.

Probabilmente verso il baratro mi sento di aggiungere, ma imperterritamente avanti…

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