Di Giuseppe Gagliano*
ROMA. Il volume di Francesco Frasca, “Il grande gioco del Pacifico. Geopolitica del potere marittimo”, si presenta come un’opera ambiziosa, costruita attorno a una tesi forte: l’Indo-Pacifico non è soltanto il teatro geopolitico più importante del XXI secolo, ma il luogo in cui si rende visibile una continuità storica di lunga durata.

Dietro le crisi contemporanee, Taiwan, il Mar Cinese Meridionale, la competizione tra Stati Uniti e Cina, le nuove alleanze militari, le catene dei semiconduttori, le rotte energetiche, agiscono strutture più profonde: geografia, mare, Stretti, porti, corridoi commerciali, controllo dei flussi.
Il libro nasce come raccolta e rielaborazione di articoli pubblicati tra il 1996 e il 2013 su Rivista Marittima e Informazioni della Difesa, ma non ha il carattere frammentario di una semplice antologia. Al contrario, appare come un’opera ricomposta attorno a un disegno unitario: spiegare perché il Pacifico, e più precisamente l’Indo-Pacifico, sia diventato il centro della nuova competizione mondiale. L’autore lo fa con un metodo che intreccia storia militare, geopolitica classica, geoeconomia, teoria del sistema-mondo e analisi strategica contemporanea.
Il punto di partenza è chiaro: non si può capire il presente guardando soltanto agli eventi.
Le crisi navali, le esercitazioni militari, gli incidenti diplomatici, le sanzioni tecnologiche, le tensioni attorno a Taiwan o alle Isole Spratly sono la superficie.
Sotto esistono strutture più resistenti: la posizione degli stretti, la dipendenza energetica, la vulnerabilità delle rotte, la funzione dei porti, la centralità dei passaggi obbligati. Qui Frasca recupera la lezione di Fernand Braudel: la storia non è fatta solo di eventi, ma di durate lunghe, di vincoli geografici e di sistemi economici che attraversano i secoli.
Uno dei meriti principali del volume è proprio questo: spostare l’analisi dell’Indo-Pacifico fuori dalla cronaca immediata.

Frasca non parte da Xi Jinping, da Biden, da Trump, dal Quad o dall’AUKUS. Parte da Malacca, da Macao, da Taiwan, da Zheng He, dai portoghesi, dagli olandesi, dalle Compagnie delle Indie, dalla logica antica e sempre attuale secondo cui chi controlla i passaggi marittimi controlla il commercio, e chi controlla il commercio dispone di una quota decisiva del potere mondiale.

Questa impostazione dà al libro una profondità rara nel dibattito corrente.
Molte analisi sull’Indo-Pacifico si limitano a descrivere la rivalità tra Washington e Pechino come una nuova guerra fredda, una competizione ideologica o una sfida per la supremazia tecnologica. Frasca mostra invece che quella rivalità è anche il capitolo più recente di una storia molto più lunga: la lotta per organizzare lo spazio marittimo mondiale.
Il Pacifico non è dunque un semplice scenario. È un sistema. E come ogni sistema ha nodi, gerarchie, periferie, centri, linee di comunicazione e punti di strozzatura.
La prima parte teorica del volume è particolarmente importante.
L’autore mette in dialogo Braudel, Wallerstein, Mahan, Corbett e Mackinder. Braudel offre la profondità temporale.
Wallerstein consente di leggere il Pacifico dentro la logica del sistema-mondo capitalistico.
Mahan ricorda che la potenza marittima è inseparabile dal commercio e dalla grandezza nazionale.
Corbett introduce una visione più flessibile e politica del controllo del mare.
Mackinder riporta il mare al suo rapporto con la massa continentale eurasiatica.
Da questa combinazione nasce una chiave interpretativa efficace.
La Cina contemporanea non viene descritta soltanto come una potenza industriale in ascesa, ma come un attore che tenta di uscire dalla vulnerabilità marittima.
La sua dipendenza dalle rotte energetiche, il cosiddetto dilemma di Malacca, la necessità di proteggere le linee di comunicazione verso il Medio Oriente e l’Africa, la costruzione di infrastrutture portuali, la presenza a Gibuti, la proiezione nel Mar Cinese Meridionale: tutto questo appare come parte di una strategia coerente.
Pechino non vuole soltanto commerciare. Vuole ridurre la propria esposizione al controllo altrui dei mari.
Il confronto con gli Stati Uniti emerge allora in tutta la sua portata.
Washington non difende soltanto Taiwan o la libertà di navigazione in senso astratto. Difende l’architettura marittima costruita dopo il 1945: basi, alleanze, flotte, accessi, trattati, presenza avanzata, capacità di interdizione.
La supremazia statunitense è stata per decenni una supremazia oceanica. Il potere americano si è fondato sulla capacità di garantire, sorvegliare e, se necessario, bloccare la circolazione globale.
La Cina, diventata potenza manifatturiera, commerciale e tecnologica, non può accettare indefinitamente che i propri rifornimenti essenziali passino attraverso spazi presidiati dalla marina rivale.
La parte storica del volume è forse la più suggestiva.
Il lettore viene accompagnato dentro la formazione del sistema marittimo asiatico prima ancora dell’arrivo europeo. L’Asia non era affatto uno spazio vuoto, inerte, in attesa dell’iniziativa occidentale. Era già un mondo di rotte, mercanti, scambi, potenze costiere, reti cinesi, arabe, indiane, malesi.
L’arrivo dei portoghesi non crea il commercio asiatico: lo intercetta. La conquista di Malacca nel 1511 diventa, nella lettura di Frasca, un momento fondativo perché rivela una verità strategica destinata a ripetersi: non serve conquistare tutto un continente; basta controllare i suoi passaggi obbligati.
Da qui deriva una delle intuizioni più forti del libro: l’impero marittimo non è necessariamente impero territoriale.
Il Portogallo, poi l’Olanda, poi la Gran Bretagna, poi gli Stati Uniti hanno esercitato potere non sempre attraverso il possesso diretto della terra, ma attraverso il controllo dei nodi. Fortezze, porti, stazioni navali, basi, concessioni, isole, stretti.
L’impero marittimo è una rete. Non occupa ogni spazio, ma presidia i punti decisivi. In questo senso, il libro permette di leggere in continuità storica Goa, Malacca, Macao, Singapore, Hong Kong, Diego Garcia, Guam, Okinawa, Gibuti.
Molto interessante è anche il trattamento di Taiwan.
L’isola non appare soltanto come la questione politica irrisolta tra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica di Cina.
Appare come un nodo storico di lunga durata, una terra collocata in posizione ambigua: troppo vicina alla Cina per non essere considerata strategica da Pechino, troppo importante per le rotte e per l’equilibrio regionale per essere ignorata dalle potenze esterne.
Dai mercanti del Fujian alla presenza olandese, dalla competizione coloniale al confronto sino-americano, Taiwan conserva la stessa funzione: porta, scudo, piattaforma, anello di una catena marittima.
Qui il libro raggiunge uno dei suoi punti più convincenti.
La crisi di Taiwan non viene ridotta a una disputa nazionalistica o ideologica.
È anche una questione di geografia strategica. Per la Cina, Taiwan è il varco verso il Pacifico aperto e il punto che spezza o completa la prima catena di isole.
Per gli Stati Uniti e i loro alleati, Taiwan è un elemento essenziale dell’architettura di contenimento marittimo. Per l’economia mondiale, Taiwan è il cuore della produzione avanzata di semiconduttori. L’isola è dunque, contemporaneamente, problema storico, militare, industriale, tecnologico e geoeconomico.
Un altro pregio del volume è la capacità di tenere insieme mare e tecnologia. Frasca mostra che la competizione indo-pacifica non riguarda solo portaerei, sottomarini, missili antinave o basi navali. Riguarda anche semiconduttori, cavi sottomarini, catene del valore, infrastrutture portuali, piattaforme logistiche, energia, dati, finanza. In altre parole, il mare contemporaneo non trasporta soltanto merci. Trasporta potere. E nel mondo attuale il potere è fatto di materie prime, componenti elettroniche, informazioni, connessioni digitali, flussi finanziari, assicurazioni, standard tecnici.
Da questo punto di vista, il libro ha una chiara dimensione geoeconomica.
L’Indo-Pacifico non è importante solo perché vi si concentrano flotte e rivalità militari, ma perché vi passa una quota decisiva dell’economia mondiale.
Energia dal Golfo Persico verso l’Asia orientale, merci cinesi verso l’Europa e l’America, componenti tecnologici da Taiwan e Corea del Sud, materie prime dall’Australia, flussi commerciali attraverso Malacca, Lombok, Sonda, Bab el-Mandeb e Hormuz. La sicurezza militare delle rotte diventa sicurezza industriale; la sicurezza industriale diventa autonomia strategica; l’autonomia strategica diventa potere politico.
Il libro è efficace anche quando descrive la strategia cinese come combinazione di mare e terra. Pechino non si muove soltanto secondo una logica mahaniana, cioè di costruzione della potenza navale. Si muove anche secondo una logica mackinderiana, cercando profondità continentale attraverso l’Asia centrale, la Belt and Road Initiative, i corridoi infrastrutturali, le vie ferroviarie, energetiche e terrestri. La Cina cerca di essere, insieme, potenza marittima e potenza continentale.
È questa ambizione doppia a preoccupare gli Stati Uniti, perché una Cina capace di consolidarsi sul continente eurasiatico e di proiettarsi sugli oceani metterebbe in discussione l’intero equilibrio costruito dall’Occidente negli ultimi secoli.
In questa prospettiva, il volume di Frasca ha anche un valore pedagogico.
Aiuta il lettore a capire che la geopolitica non è fatta soltanto di dichiarazioni ufficiali o vertici diplomatici. È fatta di porti, fondali, cantieri navali, capacità logistiche, assicurazioni marittime, colli di bottiglia, profondità strategica, demografia, tecnologia, industria. La potenza non è mai una sola cosa. È sempre un insieme di fattori materiali, politici, militari e simbolici.
La parte dedicata agli scenari conferma l’impostazione realista dell’opera. Frasca non sembra cedere né al catastrofismo automatico né all’ottimismo diplomatico.
Gli scenari possibili, cooperazione gestita, contenimento competitivo, conflitto per Taiwan, multipolarismo regionalizzato, mostrano che il futuro dell’Indo-Pacifico non è già scritto.
Tuttavia, il libro suggerisce che alcune pressioni strutturali renderanno difficile una stabilizzazione piena.
La Cina non può rinunciare a ridurre la propria vulnerabilità marittima; gli Stati Uniti non possono abbandonare senza costi enormi la propria architettura di supremazia navale; gli attori regionali non vogliono essere trasformati in semplici pedine; l’economia globale non può permettersi una rottura traumatica delle rotte.
Il conflitto per Taiwan, in questa cornice, è lo scenario più drammatico ma non l’unico.
Anche senza guerra aperta, la competizione può produrre militarizzazione permanente, corsa agli armamenti, sanzioni tecnologiche, frammentazione delle catene produttive, pressione sulle potenze medie, guerre ibride, incidenti navali, coercizione economica.
In altre parole, il confronto può restare sotto la soglia della guerra e tuttavia modificare profondamente l’ordine mondiale.
È qui che il richiamo a Corbett diventa particolarmente utile: il controllo del mare non è sempre assoluto, e la guerra marittima non coincide necessariamente con la battaglia decisiva. Può essere pressione continua, interdizione selettiva, presenza, pattugliamento, ambiguità , logoramento.
Dal punto di vista stilistico, il volume ha un andamento solido, argomentativo, talvolta quasi didattico.
Non indulge in tecnicismi inutili, ma conserva un impianto colto e documentato.
La scelta di fondere teoria, storia e attualità rende il libro accessibile a un pubblico ampio ma interessato: studiosi di geopolitica, ufficiali, analisti, giornalisti, lettori attenti alle relazioni internazionali. Il rischio, in opere di questo tipo, è sempre quello di accumulare riferimenti senza costruire una vera linea interpretativa.
Frasca evita questo rischio perché mantiene al centro una domanda costante: che cosa significa controllare il mare nell’epoca della competizione sino-americana?
Naturalmente, proprio l’ampiezza dell’ambizione comporta qualche limite. Alcuni passaggi avrebbero potuto essere ulteriormente approfonditi, soprattutto sul ruolo dell’Europa nell’Indo-Pacifico. Il libro ne parla, ma il tema meriterebbe forse uno sviluppo ancora più ampio: la Francia come potenza residente grazie ai territori d’oltremare, il Regno Unito post-Brexit, l’Italia come potenza marittima mediterranea interessata indirettamente alle rotte indo-pacifiche, l’Unione Europea tra dipendenza commerciale e debolezza militare.
Anche la dimensione africana, soprattutto il collegamento tra Oceano Indiano, Mar Rosso e Mediterraneo, potrebbe essere letta come parte integrante dello stesso sistema.
Ma si tratta di osservazioni che confermano, più che ridurre, il valore del libro. Il grande gioco del Pacifico apre molte piste.
Ricorda che l’Indo-Pacifico non è lontano dall’Europa.
Una crisi a Taiwan colpirebbe l’industria europea; una crisi a Malacca altererebbe i tempi e i costi del commercio globale; una crisi a Hormuz inciderebbe sull’energia; una crisi nel Mar Rosso cambierebbe la logistica mediterranea.
Il Pacifico è lontano sulle carte, ma vicino nelle catene del valore.
La conclusione più forte che si ricava dalla lettura è che il mare resta il grande ordinatore invisibile della politica mondiale.
Nel Novecento si è spesso pensato che la tecnologia, l’aviazione, il nucleare, lo spazio e il digitale avrebbero relativizzato la geografia.
Il libro di Frasca mostra il contrario: la tecnologia cambia gli strumenti, ma non cancella i vincoli.
Le portaerei sostituiscono i vascelli, i missili sostituiscono i cannoni, i cavi sottomarini accompagnano le rotte mercantili, i semiconduttori prendono il posto delle spezie come merce strategica.
Ma la logica resta sorprendentemente simile: controllare la circolazione significa controllare la ricchezza; controllare la ricchezza significa incidere sulla gerarchia del potere.
Per questo il volume è utile non solo come studio sul Pacifico, ma come riflessione generale sulla potenza. Frasca invita a guardare oltre la retorica diplomatica e oltre la cronaca militare. Invita a chiedersi dove passano le merci, dove transitano le navi, dove si concentrano i porti, dove si trovano i colli di bottiglia, chi costruisce le infrastrutture, chi garantisce la sicurezza, chi può interrompere i flussi.
Sono queste le domande decisive della geopolitica contemporanea.
Il grande gioco del Pacifico è dunque un libro importante perché restituisce centralità a una verità antica: il mare non è periferia della storia, ma una delle sue strutture fondamentali.
L’Indo-Pacifico è oggi il luogo in cui si incontrano la lunga durata del potere marittimo e la trasformazione tecnologica del capitalismo globale.
Qui si decide una parte essenziale del futuro: non solo il rapporto tra Cina e Stati Uniti, ma la forma stessa dell’ordine internazionale.
E il merito del volume di Francesco Frasca è di mostrarlo senza cedere alla moda del momento, ma collocando la competizione attuale dentro una storia di cinque secoli, dove cambiano gli attori, cambiano le bandiere, cambiano le merci, ma resta intatta la domanda decisiva: chi controlla il mare?
Francesco Frasca: Il grande gioco del Pacifico. Geopolitica del potere marittimo. Università  di Roma  “La Sapienza” – Anno 2026. – ISBN 978-1-105-25240-2. https:https://www.lulu.com/shop/francesco-frasca/il-grande-gioco-del- pacifico-geopolitica-del-potere-marittimo/paperback/product- nvr29vn.html? page=1&pageSize=4
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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