Di Giuseppe Gagliano*
BEIRUT. Il Libano è tornato a essere ciò che troppe volte è stato nella storia recente del Medio Oriente: non uno Stato sovrano pienamente padrone del proprio destino, ma una frontiera armata, un territorio cuscinetto, una zona di pressione dove si misurano potenze più grandi, interessi regionali e calcoli strategici che raramente coincidono con la sicurezza della popolazione civile.
La tregua sponsorizzata dagli Stati Uniti avrebbe dovuto congelare l’escalation. Invece, mentre la diplomazia annuncia proroghe e tavoli negoziali, il Sud del Libano continua a essere colpito. Il 18 e 19 maggio nuovi raid israeliani hanno investito città, villaggi, abitazioni, veicoli, motocicli, aree municipali. Il bilancio, secondo il Ministero della Salute libanese, ha superato i 3.000 morti dall’inizio delle ostilità del 2 marzo. Tra questi vi sarebbero centinaia di donne, bambini e operatori sanitari. Israele, dal canto suo, rivendica l’obiettivo di colpire Hezbollah e le reti militari che operano in aree civili.
Siamo dunque davanti a una tregua nominale, più diplomatica che reale. Un cessate il fuoco che non sospende la guerra, ma la rende più frammentata, più intermittente, più difficile da leggere. La guerra non si presenta più come offensiva generale, ma come sequenza di raid, eliminazioni mirate, droni, artiglieria, evacuazioni forzate, demolizioni, rappresaglie. È il modello della guerra permanente a bassa e media intensità, dove il confine tra operazione militare e pressione politica diventa sempre più sottile.

I raid, i villaggi e la logica della pressione
Il 19 maggio sei persone sono state uccise e tre ferite nel Sud del Libano. Un’abitazione a Kfarsir, nel distretto di Nabatiyeh, è stata colpita e distrutta, provocando quattro morti. A Harouf, un drone ha preso di mira un veicolo nei pressi dell’edificio municipale, uccidendo un civile e ferendo un membro del consiglio comunale impegnato nella distribuzione di pane alla popolazione. A Froun, nel distretto di Bint Jbeil, un altro drone ha colpito un motociclo causando un’ulteriore vittima.
Le operazioni israeliane hanno riguardato anche al-Shihabiya, Tiro, le alture di Rihan, il distretto di Jezzine, Dibbin e Marjayoun. Nelle prime ore della giornata, missili israeliani avevano colpito l’area di al-Maashouq, vicino alla periferia di Tiro, mentre abitazioni tra Harouf e Doueir erano state prese di mira. Non siamo di fronte a episodi isolati. È una trama militare coerente: colpire le infrastrutture di presenza, movimento e comando dell’avversario; costringere Hezbollah a ridurre la libertà operativa; svuotare aree considerate sensibili; produrre un effetto psicologico sulla popolazione.
La guerra moderna non occupa soltanto il terreno. Lo svuota. Lo rende inabitabile. Lo trasforma in spazio tattico. L’ordine di evacuazione emesso dalle Forze di Difesa Israeliane per dodici città e villaggi del Sud del Libano conferma questa logica. Toura, Nabatiyeh at-Tahta, Habboush, al-Bazouriyah, Tayr Debba, Kfar Houneh, Ain Qana, Libbaya, Jibshit, ash-Shehabiyah, Burj al-Shamali e Houmine al-Faouqa sono entrate nella geografia dell’avvertimento militare. Ai residenti è stato chiesto di allontanarsi di almeno un chilometro. Un chilometro, in guerra, può essere la distanza tra la vita e la morte. Ma può anche essere l’inizio di uno sradicamento.

Hezbollah tra resistenza, logoramento e rischio politico
Hezbollah continua a rispondere. Dopo il raid nei pressi di Baalbeck che ha ucciso Wael Mahmoud Abd al-Halim, comandante della Jihad Islamica Palestinese alleata del movimento sciita, insieme alla figlia, il gruppo libanese ha lanciato un drone esplosivo contro una postazione del sistema Iron Dome in Galilea. È il messaggio abituale: ogni colpo riceverà risposta, ogni eliminazione avrà un prezzo, ogni pressione israeliana produrrà una contropressione sul Nord di Israele.
Ma il problema di Hezbollah è più complesso che nel passato. Il movimento resta una forza militare radicata e una struttura politica potente, ma opera dentro un Libano devastato economicamente, fragile istituzionalmente, stanco socialmente. La sua capacità di sostenere un conflitto prolungato non dipende soltanto dai missili, dai droni o dai combattenti. Dipende dalla capacità di non essere percepito da una parte crescente della popolazione libanese come il fattore che trascina il Paese in una guerra senza uscita.
Il bilancio militare resta opaco. Israele sostiene di aver inflitto perdite pesanti. Reuters ha riferito stime interne secondo cui migliaia di miliziani di Hezbollah sarebbero stati uccisi, cifra smentita dal movimento. Il Ministero della Salute libanese non distingue con precisione tra civili e combattenti. È proprio questa opacità a rendere la guerra ancora più insidiosa: ogni parte costruisce il proprio racconto, mentre i numeri dei morti diventano campo di battaglia politico.
Israele e la zona di sicurezza
Israele afferma di dover proteggere il Nord del Paese dagli attacchi di Hezbollah. Da qui l’occupazione di una “zona di sicurezza” nel Sud del Libano e la demolizione di villaggi considerati funzionali alle operazioni del movimento sciita. Dal punto di vista israeliano, la logica è quella della profondità difensiva: impedire che Hezbollah possa avvicinarsi alla frontiera, colpire postazioni, infiltrarsi, lanciare razzi o droni.
Ma la profondità difensiva di uno Stato diventa spesso la perdita di sovranità dell’altro. È qui che il problema libanese assume piena rilevanza geopolitica. Israele cerca sicurezza oltre il proprio confine; Hezbollah cerca deterrenza dentro il territorio libanese; Beirut cerca di sopravvivere come Stato; Washington tenta di mediare senza rompere l’alleanza strategica con Israele; Teheran usa il fronte libanese come leva nel confronto più ampio con gli Stati Uniti.
Il Libano, ancora una volta, è il luogo dove le strategie altrui diventano macerie locali.
La tregua americana e il negoziato parallelo con l’Iran
La proroga di 45 giorni della tregua, concordata il 15 maggio dopo il terzo giro di colloqui tra Libano e Israele ospitati dagli Stati Uniti, è entrata in vigore tra il 18 e il 19 maggio. Ma nello stesso momento i raid continuavano. Hezbollah ha contestato la partecipazione di Beirut ai negoziati e ha proseguito le operazioni. Questo significa che il governo libanese partecipa a un processo diplomatico che non controlla pienamente, perché non controlla pienamente l’attore armato più importante sul proprio territorio.
È il nodo storico del Libano: lo Stato esiste, ma non monopolizza la forza. La diplomazia parla con Beirut, ma la guerra passa anche da Hezbollah. E Hezbollah, a sua volta, non è solo un partito libanese: è parte dell’asse regionale che lega Iran, Siria residua, milizie irachene, gruppi palestinesi e rete di deterrenza anti-israeliana.
Non a caso Teheran ha indicato la fine della guerra in Libano come una delle condizioni per un accordo più ampio con Washington. È un passaggio decisivo. Il fronte libanese non è più soltanto libanese. Diventa una carta nel negoziato tra Stati Uniti e Iran. In altre parole, il destino dei villaggi del Sud del Libano può dipendere anche da tavoli dove siedono potenze che ragionano in termini di energia, sanzioni, Hormuz, nucleare, alleanze regionali e sicurezza israeliana.
Lo scenario economico: il Libano verso un nuovo collasso
La guerra colpisce un Paese già distrutto dalla crisi finanziaria, dall’inflazione, dalla svalutazione, dalla paralisi istituzionale e dall’emigrazione di massa. Ogni raid nel Sud non produce solo morti. Produce sfollati, case distrutte, attività agricole interrotte, scuole chiuse, commercio paralizzato, infrastrutture danneggiate, servizi sanitari sotto pressione.
Il Sud del Libano non è soltanto una linea militare. È una regione agricola, sociale, familiare, economica. Ogni villaggio evacuato significa perdita di reddito, abbandono dei campi, aumento della dipendenza dagli aiuti, ulteriore pressione su un sistema statale già esausto. La guerra divora il territorio e insieme divora la possibilità stessa della ricostruzione.
Per Israele, il costo economico è diverso ma reale: evacuazione delle comunità del Nord, pressione sul bilancio militare, usura del sistema Iron Dome, insicurezza permanente per le aree di confine, rallentamento delle attività produttive. Una guerra di logoramento con Hezbollah non è mai gratuita. Anche quando Israele conserva una superiorità militare schiacciante, il prezzo strategico può crescere nel tempo.

La valutazione militare: superiorità israeliana, resilienza di Hezbollah
Sul piano militare, Israele mantiene il vantaggio aereo, tecnologico, di intelligence e di precisione. Può colpire comandanti, veicoli, abitazioni sospette, depositi, infrastrutture, aree di lancio. Può imporre evacuazioni e modellare il campo di battaglia. Ma Hezbollah conserva una capacità di resilienza che rende impossibile una vittoria rapida e definitiva.
Il movimento sciita non deve conquistare territorio israeliano per raggiungere i propri obiettivi. Deve sopravvivere, continuare a colpire, mantenere la minaccia sul Nord di Israele, dimostrare che la sicurezza israeliana non può essere ristabilita senza un costo. È la logica della deterrenza asimmetrica: Israele domina l’aria, Hezbollah sfrutta profondità, clandestinità, dispersione e capacità di saturazione.
Il rischio maggiore è l’allargamento. Un errore, un massacro particolarmente grave, un attacco riuscito contro una infrastruttura sensibile israeliana, o una decisione politica a Teheran o Tel Aviv, potrebbero trasformare la guerra intermittente in guerra aperta. E una guerra aperta in Libano non resterebbe confinata al Libano.

Il Libano come specchio del nuovo Medio Oriente
La crisi mostra il volto del Medio Oriente contemporaneo: tregue fragili, guerre senza dichiarazione, Stati indeboliti, milizie potenti, potenze esterne presenti, mediazioni ambigue, popolazioni intrappolate. Il Libano è il punto in cui la guerra di Gaza, il confronto Iran-Stati Uniti, la sicurezza israeliana e la crisi dell’ordine regionale si intrecciano.
La pace, in questo scenario, non può nascere soltanto da una proroga tecnica della tregua. Serve un accordo politico che affronti almeno tre livelli: la sicurezza del Nord di Israele, il ruolo armato di Hezbollah e la sovranità effettiva del Libano. Ma nessuno dei tre livelli è risolvibile senza il quarto: il rapporto tra Washington e Teheran.
Per questo la guerra in Libano è così pericolosa. Perché appare locale ma non lo è. Sembra una guerra di frontiera, ma è parte di una partita regionale. Colpisce villaggi e municipi, ma parla il linguaggio delle potenze. Produce morti libanesi e israeliani, ma decide equilibri che passano da Washington, Teheran, Tel Aviv, Riad e forse anche Pechino.
Il Libano continua a pagare il prezzo più alto della sua geografia. È troppo vicino a Israele per restare fuori dalla guerra. Troppo legato all’Iran attraverso Hezbollah per essere neutrale. Troppo fragile internamente per imporre la propria sovranità. Troppo importante regionalmente per essere lasciato in pace.
E così, mentre la diplomazia parla di tregua, il Sud brucia. La domanda vera non è se il cessate il fuoco sia stato prorogato. La domanda vera è se esista ancora qualcuno, nella regione e fuori dalla regione, davvero interessato a trasformare una tregua di carta in una pace reale.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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