Egitto: Dal massacro di Rafah alla cospirazione del luglio scorso. La storia di 13 anni di complotti contro Il Cairo

Di Chiara Cavalieri* 

IL CAIRO. Il 5 agosto 2012, 16soldati egiziani venivano barbaramente trucidati  in un attacco a un posto di blocco militare nei pressi di Rafah, al confine con Gaza.

Un commando armato, affiliato a gruppi jihadisti attivi tra la Striscia e il Sinai, colpiva in un momento di estrema vulnerabilità per lo Stato egiziano, ancora scosso dalla transizione post-rivoluzionaria.

Quell’attacco segnò una svolta.

Per la prima volta, la saldatura tra milizie islamiste palestinesi, gruppi jihadisti del Sinai e settori radicalizzati all’interno del Paese mostrava il volto più oscuro della destabilizzazione sistemica, alimentata da una rete ben più ampia e organizzata.

Luglio 2025: complotto sventato alla vigilia dell’anniversario

A 13 anni esatti da quel giorno, nel luglio scorso, l’Egitto ha sventato un nuovo tentativo di destabilizzazione, questa volta più sofisticato e pericoloso.

Secondo fonti dell’Intelligence egiziana, il piano prevedeva attacchi coordinati contro checkpoint nel Sinai, attentati nelle città turistiche sul Mar Rosso , attentato contro l’ areo presidenziale e operazioni mediatiche sincronizzate per rilanciare la retorica islamista.

La mente della cospirazione contro il Presidente Al Sisi, MOHAMED ABDELHAFIZ ABDALLA

 

Gli autori? Una costellazione ben nota: esponenti dei Fratelli Musulmani rifugiati all’estero, cellule di Hamas attive da Gaza, militanti del gruppo armato Hasm, e complici interni

. L’obiettivo: seminare panico, colpire l’economia turistica, delegittimare il Governo e rilanciare la narrativa di un Egitto fragile.

Una rete che resiste, ma perde appoggi

Al centro della cospirazione torna la rete ideologica dei Fratelli Musulmani, la cui struttura transnazionale ha goduto per anni della tolleranza, quando non del sostegno diretto, di alcuni Paesi.

Tra questi, la Turchia, che per oltre un decennio ha accolto esponenti della Fratellanza offrendo ospitalità, mezzi di comunicazione e protezione diplomatica.

Ma il quadro sta cambiando.

Negli ultimi mesi, Ankara ha chiuso diversi canali mediatici della Fratellanza e ha cominciato a estradare alcuni dei suoi principali esponenti, segnando un’inversione di rotta che testimonia un nuovo approccio turco, più pragmatico e meno ideologico, nei rapporti con Il Cairo.

Ciò nonostante, frammenti residui della rete islamista continuano a operare — in clandestinità o con appoggi informali — e mantengono i contatti con gruppi come Hamas e Hasm, quest’ultimo classificato come organizzazione terroristica da Egitto e Paesi arabi.

Tecnologia e Intelligence: così Il Cairo ha prevenuto la tragedia

Il fallimento del complotto è frutto della raffinata capacità dell’Intelligence egiziana, che ha potenziato il monitoraggio delle comunicazioni criptate, il controllo dei flussi finanziari sospetti e la sorveglianza elettronica delle infrastrutture sensibili.

Secondo fonti riservate, la tracciatura di fondi in arrivo dalla Turchia e da altre reti internazionali, insieme all’analisi di dispositivi mobili attivi nei pressi del confine, ha permesso di localizzare e neutralizzare i covi dei cospiratori prima della loro entrata in azione.

Il precedente: Rafah, il trauma e la svolta

Il massacro del 2012 avvenne sotto la presidenza di Mohamed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, e rivelò una pericolosa ambiguità politica: l’organizzazione appariva più interessata a proteggere le frange radicali che a garantire la sicurezza nazionale.

Il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi


Con l’arrivo di Abdel Fattah Al-Sisi al potere, la reazione dello Stato divenne netta: l’Egitto doveva liberarsi dal giogo ideologico islamista e riaffermare la propria identità nazionale, laica, sovrana, moderna.

La lotta al terrorismo diventò non solo una missione di sicurezza, ma una battaglia culturale e geopolitica.

Il Canale di Suez: simbolo di sovranità, obiettivo sensibile

“Ma l’Egitto che cosa ha mai perché tutto il mondo complotti contro di lui?”

Una domanda che si sente spesso, sia da chi si affaccia per la prima volta alla politica, sia da chi – in mala fede – cerca di confondere le coscienze.

Ma basta uno sguardo intorno per capire la realtà: Iraq, Siria, Libia, Yemen, Sudan.

Sono tutte Nazioni bruciate in una morsa creata su misura per finire con lo strangolare l’Egitto.

Il valore dell’ Egitto non si limita alle risorse che si tenta di svendere nel mercato nero, né al suo Esercito – che rappresenta l’unico vero baluardo contro la ridefinizione del Medio Oriente.

Né soltanto alla sua posizione geografica, crocevia dei Continenti.

La battaglia madre è per il controllo della vera gemma strategica dell’Egitto: il Canale di Suez.

Un’arteria strategica sotto un attacco costante

Per comprendere davvero la posta in gioco, dobbiamo porci una domanda fondamentale: qual è il vero valore del Canale di Suez? E perché il mondo non vuole lasciarlo in mano agli egizini?

Il Canale di Suez non è solo un corridoio economico. È una carta militare strategica, una chiave per controllare il mondo in caso di guerra.

Questo passaggio è il più veloce, corto ed efficiente per lo spostamento delle flotte e dei rifornimenti tra Oriente e Occidente. Per questo, finché resterà sotto amministrazione egiziana indipendente, continuerà a essere bersaglio di complotti.

La prova in una vecchia carta: un documento segreto britannico

Nel 2022, la BBC ha rivelato un documento militare segreto britannico del 1958 dal titolo: “Gli aspetti militari dello sviluppo del Canale di Suez”.https://www.bbc.com/arabic/middleeast-65812568?fbclid=IwQ0xDSwL-jjpjbGNrAv6ONGV4dG4DYWVtAjExAAEeKf87i-L-Wjis6ffrFxxWP8moRjYhq_TRNxcUeDxRjZhGvtDvJ7WzvvC3tyA_aem_K5OtSyFZU83yrudGfmNoKA

Questo non è un semplice documento, ma un’ammissione esplicita: l’Occidente ha sempre ostacolato ogni progetto egiziano che potesse dare all’Egitto il pieno controllo strategico del Canale.

Il Progetto Nasser: Una visione sabotata

Nel 1958, due anni dopo la nazionalizzazione del Canale, l’Egitto lancia un piano ambizioso: il Progetto Nasser.

Il Presidente egiziano Nasser

Esso prevedeva:

Approfondimento progressivo del Canale di Suez

  • Potenziamento per accogliere navi di grandi dimensioni
  • Scavo di un canale parallelo per permettere il passaggio nei due sensi.

Gli obiettivi: aumentare le entrate e trasformare il Canale in fonte autonoma di finanziamento per lo sviluppo e soprattutto valorizzarne il peso militare-strategico.

La reazione britannica? Un rifiuto totale.

Il Governo di Londra attivò l’Esercito, la diplomazia e le finanze per bloccare ogni finanziamento da parte della Banca Mondiale.

Un nodo di potere cruciale nella mappa dei futuri conflitti

In uno scenario globale in cui cresce lo scontro tra Sud Est ed Est (Cina e Russia) e Ovest (USA e UE), la prossima guerra – se verrà – sarà marittima.

Tra l’Oceano Indiano, il Pacifico e l’Atlantico, la rotta più corta tra i blocchi è il Canale di Suez.

Chi lo controlla può:

  • Tagliare i rifornimenti del nemico
  • Spostare le proprie forze più rapidamente
  • Vincere la guerra.

Oggi, l’estensione del Canale e il suo potenziamento stanno tornando al centro della politica nazionale e internazionale.

In un saggio pubblicato sul quotidiano egiziano “Al-Ahram” l’11 luglio scorso, l’analista Ahmad Mubarak mette in luce le implicazioni geopolitiche della doppia corsia del Canale di Suez e l’importanza di proteggerla dalla nuova guerra ibrida che si gioca anche sul piano narrativo.

Nel 2015 l’Egitto ha inaugurato il raddoppio del Canale, scavando un percorso parallelo lungo 35 chilometri e allargando e approfondendo 37 chilometri del canale originario.

Mubarak ricorda che già nel 1869, pochi mesi dopo l’apertura, l’Imperatore francese Napoleone III propose una seconda corsia per favorire il traffico nei due sensi. L’idea fu bocciata dagli inglesi che volevano conservare il controllo delle rotte e mantenere il monopolio marittimo.

Ora, a 150 anni di distanza, l’Egitto ha realizzato quel progetto in piena autonomia, senza aiuti esterni e con fondi interamente egiziani, raccogliendo 64 miliardi di sterline egiziane in soli otto giorni attraverso obbligazioni pubbliche.

Il progetto ha potenziato la capacità di transito da 49 a 97 navi al giorno, con ricavi stimati in oltre 13 miliardi di dollari nel 2023.

Il noto youtuber Ahmed Mubarak sostiene che il raddoppio rafforza la posizione egiziana nei confronti di Cina, India, Russia e Unione Europea, che stanno ripensando le loro rotte commerciali e le alleanze militari. In questo contesto, Mubarak evidenzia che le critiche mosse da alcune testate arabe ed europee non sono innocue, ma fanno parte di un tentativo coordinato di erodere la legittimità dell’Egitto come padrone del Canale.

Conclude con un appello alla vigilanza strategica, ricordando che oggi non si combattono solo guerre militari ma guerre di narrazione: controllare lo spazio del racconto è una delle forme più insidiose di controllo geopolitico. E Suez è – anche mediaticamente – un campo di battaglia decisivo.

Presidente dell’Associazione Eridanus, vice presidente di UCOI e UCOIM

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