El Alamein: “Mancò la fortuna non il valore”

Di Giusy Criscuolo

Roma. Mi rivolgo a coloro che ridicolizzando la data di oggi, dicendomi: “Che cosa avrete da ricordare se è stata una sconfitta”. A tale affermazione, che non meriterebbe neppure risposta, replico con un cenno di storia, sottolineando che il piglio italiano ha dimostrato cosa siamo in grado di fare in caso di necessità. La guerra non piace a nessuno, ma se ci sei dentro lotti con onore fino alla fine. Sono passati 78 anni, ma il ricordo resta vivo come una volta.

Una lezione che ancora oggi viene raccolta nel patrimonio genetico ed esperienziale dei paracadutisti, che pur guardando al passato continuano a spendersi per quel Paese che tanto amarono nonostante fossero stati abbandonati al loro destino in quel del Nord Africa. Mossi solo per l’onore di difendere il Tricolore e delle tradizioni che rappresentavano.

Carri armati britannici avanzano nel deserto – Credit Wikipedia

Giugno 1942, l’avanzata di Rommel verso il Nilo sembrava non potesse essere più fermata. Reparti celeri italiani e tedeschi facevano a gara per giungere primi ad Alessandria. Mussolini aveva dato un ordine ben preciso: “Dovranno essere gli italiani”.

Questo è l’emozionante incipit del Film di Giorgio Ferroni – La Battaglia di El Alamein (1969), che racconta la seconda tragica e definitiva battaglia del Nord Africa durante la seconda guerra mondiale, dove migliaia di indomiti e valorosi militari dell’Esercito Italiano, dalla Folgore, ai Bersaglieri, ai Guastatori del Genio, persero la vita senza mai mollare un colpo. Alla vigilia l’Armata italiana era formata da 3 Corpi, due di fanteria ed uno corazzato, per un totale di cinque divisioni di fanteria quali: il 185ª Folgore, il 17ª Pavia, la 102ª Trento, il 27ª Brescia e il 25ª Bologna, due corazzate la 132ª Ariete e 133ª Littorio e la motorizzata 101ª Trieste.

Quando il generale Erwin Rommel si diresse verso il Nilo, la caduta dell’Egitto e la presa del canale di Suez sembrano inevitabili, le unità avanzate italiane e tedesche corsero verso Alessandria. Quel “prima gli italiani” segno il destino dei nostri valorosi caduti, che con grande attaccamento alla bandiera, dietro ad ideali considerati anche fuorvianti e ad una palese disillusione, continuarono a seguire gli ordini fino a perdere la vita. 6450 paracadutisti resistettero fino alla fine e solo 340 uscirono dall’incubo.

Poster del film la Battaglia di El Alamein

Valorosi Italiani, che utilizzati come scudo dall’esercito tedesco e additati dagli stranieri come un esercito disponibile, sacrificabile, arruffato e demoralizzato, hanno dato prova di grande coraggio, valore e dignità. Immolandosi con amor patrio riuscirono a far “breccia” anche tra le fila degli avversari. Valore che gli fu riconosciuto dallo stesso Winston Churhill che disse: “…dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore”.

Una battaglia che sembra non abbia avuto né vinti né vincitori, grazie al coraggio di questi indomiti paracadutisti, conosciuti inizialmente con il nome di 185° Cacciatori d’Africa divisione Paracadutisti e successivamente ribattezzato “Divisione Paracadutisti Folgore”.

Una storia tutta “italiana” che nei numerosi resoconti stranieri viene spesso accantonata o dimenticata. Ricordiamo infatti che italiani e tedeschi si ritrovarono uniti in una difficile Alleanza, combattendo gli inglesi nel deserto del Nord Africa, ma nella nostra storia e nell’eco di alcuni annali stranieri sarà il valore degli italiani ad echeggiare per l’indomito ardimento.

Feldmaresciallo Erwin Rommel ed il Maresciallo d’italia Ettore Bastico – Credit Web

Giunti per primi con la divisione Nembo, resistettero fino alla fine delle possibilità umane. Il tutto in una cornice ambientata nella seconda guerra mondiale dove a farla da padrone nel Nord Africa e tra le dune dei deserti, furono due battaglie decisive che si svolsero nel deserto occidentale a nord dell’Egitto. A partire dal 1- 27 luglio 1942, dove le forze italo-tedesche guidate dal Feldmaresciallo Erwin Rommel, si scontrarono con l’8a Armata britannica del generale Sir Claude Auchinleck, che tenne a bada le forze dell’Asse già indebolite dalla veloce avanzata degli avversari e dagli incessanti combattimenti. Inoltre gli inglesi avevano un vantaggio strategico e potevano rifornirsi e ristabilizzarsi più velocemente delle truppe italo-tedesche.

Va ricordato che all’inizio di quella campagna nefasta, il comandante delle forze italiane in Nord Africa, il Maresciallo d’Italia Ettore Bastico, si oppose all’offensiva in Egitto intuendo che sarebbe finita in un disastro. Valutando con grande correttezza il motivo per cui ciò sarebbe accaduto. Ipotizzò che le linee di rifornimento dell’Asse sarebbero state troppo deboli ed insufficienti. Ciò avrebbe rischiato (e così è stato) di indebolire le forze dell’Asse durante la campagna nell’arido deserto, soprattutto se queste fossero state bloccate per un periodo di tempo eccessivo. Probabilità che avrebbe dovuto allertare a causa della tenacia difensiva delle forze britanniche. Le nostre truppe già indebolite si trovarono ad affrontare la seconda battaglia di El Alamein che fu combattuta dal 23 ottobre al 4 novembre 1942.

Carro armato italiano M13-40 Africa settentrionale – WikiCredit

Fu proprio qui che si decise la sorte dei “Leoni della Folgore”, che inizialmente erano stati allertati per l’aviolancio su Malta. Successivamente a causa dell’annullamento dell’invasione dell’isola, fortezza britannica per le linee di rifornimento sul Mediterraneo, la divisione Paracadutisti “Folgore” fu aviotrasportata in Africa.

L’offensiva dell’Asse italo-tedesco riuscì a resistere all’inizio, subendo la battuta di arresto ad El Alamein. Le forze alleate all’8a armata britannica, acquisirono informazioni sulla disposizione delle forze dell’Asse e su tutti i loro piani, fornendo al Feldmaresciallo Bernard Montgomery le basi per attaccare. Quest’ultimo, conscio dell’assenza dell’omonimo tedesco Rommel, lanciò un attacco diversivo a sud, con l’obiettivo di attirare le forze dell’Asse. Ciò avrebbe facilitato l’attacco principale a nord, attraverso l’apertura di due corridoi su vasti campi minati, consentendo il passaggio delle divisioni corazzate britanniche e sfruttando i vuoti creati dalle truppe a sud. Tuttavia, il progresso fu lento e Montgomery decise di cambiare tattica per combattere quella che chiamava una “battaglia fatiscente”.  Quando Rommel rientrò in Africa la sconfitta era già nell’aria.

Il feldmaresciallo Bernard Montgomery – credit Di Bundesarchiv, Bild 101I-784-0208-17A Moosmüller CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, httpscommons.wikimedia.orgwindex.phpcurid=24915789

La divisione australiana attaccò lungo la strada costiera, attirando le forze dell’Asse verso di loro. A questo punto Montgomery lanciò prontamente un nuovo attacco più a sud, costringendo l’armata tedesca a reagire in quella che divenne una grande battaglia tra carri armati. Alla data del 3 novembre Rommel aveva solo 30 carri armati riparabili in azione e il giorno successivo, nonostante le unità altamente meccanizzate, i molti mezzi di trasporto e l’ordine di Hitler di resistere e combattere fino all’ultimo uomo, decise di organizzare il suo ritiro. Riuscendo a disimpegnarsi e fuggire grazie alle difficoltà incontrate dagli inglesi a causa delle forti piogge e della carenza di carburante.

Il tutto andò a discapito della fanteria dell’esercito italiano che, lasciato in balia degli eventi, ebbe il compito di mantenere la posizione e contrastare le forze britanniche. Mentre gli inglesi attaccavano, le unità corazzate italiane furono le prime a sopportare il peggio. I loro modesti carri armati furono totalmente superati dai loro avversari sia in solidità di armamento che nella potenza di fuoco, senza parlare dell’affidabilità meccanica. Tuttavia, i carri armati italiani hanno combattuto fino alla fine e al meglio delle proprie capacità e fino all’ultimo uomo.

Italiani in azione – Credit Web

E qui sale un calore indescrivibile alla bocca dello stomaco, un fremito al ricordo dei nostri eroi mandati al macero, quando si legge che lo stesso feldmaresciallo Rommel scrisse: “Con l ‘Ariete – divisione carri armati italiani – abbiamo perso i nostri più vecchi compagni italiani, dai quali probabilmente avevamo sempre chiesto più di quanto loro, con il loro scarso armamento, fossero stati in grado di fare”.

Nonostante le difficoltà, le forze italiane combatterono con sorprendente ferocia ed efficacia. All’inizio dell’offensiva britannica, con l’operazione Lightfoot, il fronte sotto il controllo dalla Divisione Folgore respinse quattro attacchi britannici in quattro giorni nonostante fosse in inferiorità numerica di 5 a 1 sui cannoni, 13 a 1 sugli uomini (pattuglie di 5/10 italiani contro le pattuglie formate da 20/25 inglesi) e 70 a 1 sui carri armati. Anche la Divisione Corazzata Littorio e la Divisione Motorizzata Trieste inflissero pesanti perdite agli inglesi, combattendo fino all’ultimo uomo.

I sopravvissuti delle divisioni Bologna e Trento furono accerchiati dagli inglesi, ma si fecero strada fino all’ultimo, solo per morire nel deserto senza mezzi di trasporto.

La resistenza della Folgore riportata in un poster

Ma il peso della battaglia gravò sulla Divisione “F”, sui paracadutisti della Folgore, voluti ed altamente addestrati dal 1940.  Fu loro ordinato di mantenere le posizioni per dare il tempo alle altre forze dell’Asse di tornare in Libia. Combatterono con ingegno e con audacia fino all’ultimo munizionamento, rigettando un’avanzata britannica dopo l’altra. Tutti i loro carri armati, i cannoni anticarro e i mortai da trincea furono distrutti, ma ciò non bastò a fermarli. L’ingegno degli italiani, dettato dalla dedizione al compito loro assegnato e dall’attaccamento alla bandiera, improvvisarono le proprie armi anticarro ritornando nel deserto, dissotterrando le mine (da loro precedentemente posizionate) e usandole insieme alle bombe molotov, si scagliarono contro le forze nemiche attaccanti fino a quando non furono quasi completamente spazzate via.

Agli uomini della Folgore era stato ordinato di trattenere il nemico per 24 ore, invece hanno tenuto la posizione per ben 72 ore, distruggendo oltre 100 carri armati e veicoli nemici. La sopravvivenza delle forze tedesche scampate ai britannici è da legare unicamente al merito indomito delle truppe italiane, come quelle della Folgore, che pagarono con la propria vita la libertà di altri.

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