Elezioni Presidenziali USA: “Sleeping Joe” e un mondo difficile

Di Vincenzo Santo*

Washington. Joe Biden ne esce vincitore.

Joe Biden, i media USA lo dichiarano nuovo Presidente

Francamente prevedibile. Ma occorrerà aspettare il 14 dicembre prossimo, il primo lunedì dopo i primi due mercoledì di dicembre, perché la commissione elettorale ufficializzi i risultati. Fatti salvi i riconteggi e le azioni legali di Trump.

Che strano popolo l’italiano. Giornate e ore di notiziari impiegati per scoprire chi sarà il prossimo occupante dell’ufficio ovale.

Manco fosse l’elezione del Papa. Una nevrosi collettiva che ovviamente, sullo stage del teatrino politico italiano ha dato vita al tifo da stadio, con da una parte i puritani progressisti a sventolare slogan anti-Trump più che a favore di Biden, dall’altro, la performance della mascherina pro-Trump.

Ancora una volta, da noi, dall’ignoranza ideologizzata emerge l’orrore del declino del pensiero. Il progressismo mondiale esaltato dai dati di queste ore che danno Biden in vantaggio e, quindi, eccitati che da questa vittoria l’America rientrerà nella storia del mondo, dopo quattro anni di oscurantismo.

Chissà se anche a “Sleeping Joe” verrà conferito un qualche Nobel, come la dittatura progressista riuscì a celebrare Obama prima che questi mettesse una qualsivoglia firma su un documento ufficiale e che, da pacifista blasonato, iniziasse ad aumentare i lanci dei missili americani contro i terroristi fondamentalisti, veri o presunti non importa,  un po’ dappertutto, dall’Afghanistan, dove fu artefice di un paio di surge, al Medio Oriente all’Africa.

Soldati americani in Afghanistan

Un respiro di sollievo ora aleggia nel mondo dell’internazionale nostrana, senza che nessuno si sia mai chiesto e si sia sforzato di far capire agli italiani cosa mai potrebbe cambiare se a Trump succedesse Biden.

La cosa più importante secondo me. E ignorando quello che tutto sommato a Trump occorrerebbe riconoscere, cioè una maggiore attenzione per l’economia reale, anche con buoni risultati, non ultimo la rinegoziazione del North American Free Trade Agreement (NAFTA), confluito poi nel United States-Mexico-Canada Agreement (USMCA), a vantaggio della produzione domestica.

Ciò che dovrebbe riuscire bene a un imprenditore, anche se francamente risultati messi in discussione da una lacerante epidemia, devo dire forse non gestita con tatto e intelligenza, ma con sfrontatezza incosciente.

Tuttavia, se è riuscito a venir fuori da non so quanti fallimenti, delle qualità deve pure averle. Si racconta che Bill Gates, il fondatore di Microsoft, nello scegliere i suoi collaboratori lo facesse sulla base di questo criterio, essere uscito indenne da almeno un fallimento.

Per l’estero, si deve riconoscere il suo impegno a contrastare ciò che passa per essere il deep state americano alimentato per lo più dal filone neoliberista, che non è né azzurro né rosso, se questi sono i colori che oggi caratterizzano la polarizzazione politica statunitense.

Più di altri ha fatto sentire il fiato sul collo a Cina e Corea del Nord, messo in discussione un accordo farlocco quale quello sul nucleare iraniano, che di fatto seguiva l’andazzo dello spingere il barattolo solo un po’ più in là, e quello di Parigi, capestro per l’economia mondiale, più basato su pur comprensibili utopie ma fragile dinanzi ai numeri reali che sostengono l’impossibilità tecnologica, nel breve e medio termine, di basarsi completamente su energie rinnovabili. E dico purtroppo!

Kim e Trump nel corso di un incontro a Singapore nel 2018

E convincere il deep state, e i militari, a ritirarsi dai teatri di guerra è una bella impresa. Infatti, ci è andato vicino. E non credo che Biden darà seguito alle politiche di Trump in questo ambito.

COSA CI DOBBIAMO ASPETTARE DAL NUOVO PRESIDENTE AMERICANO?

Ma torniamo a bomba, cambierà qualcosa in modo significativo?  Il mondo sembra versare nel disperato bisogno della guida americana, ma che cosa ci si può aspettare dal prossimo Presidente americano?

L’America non è più l’unico boss mondiale. Di questo dobbiamo convincerci. Ma forse è l’unica con la capacità di porre riparo ai danni autoinflitti e di circondarsi più facilmente di amici e compiacenti, rispetto a Mosca e Pechino.

E tuttavia, questa tiritera sul conteggio dei voti fa sorgere troppi dubbi sulla tenuta sociale e democratica del suo tessuto statale e sull’efficienza dell’apparato. E sanare lo scetticismo degli amici e degli alleati sarà cosa ardua.

Ma sarà dura anche per gli altri riprendere a parlarsi e a stringersi la mano, COVID permettendo.

Il multilateralismo che Biden sceglierà, e come lui altri prima di lui, è solo funzionale agli obiettivi americani, di per sé non è un interesse ma un modo per conseguire quegli obiettivi. Sia chiaro.

E questi obiettivi, io credo con Biden non cambieranno, potranno variare le modalità, appunto.

Anzi, mentre Trump ha onestamente ma maldestramente denunciato l’inutilità di taluni organismi internazionali (NATO, WTO, Nazioni Unite stesse, ecc …), i suoi avversari, inclusi molti degli “amici” repubblicani, hanno da sempre considerato questi organismi quali veri e propri strumenti nelle loro mani, quasi appartenessero a Washington. Piegandoli ai propri interessi.

Forse il mondo se ne sta accorgendo. Almeno i cinesi. Se non fossimo noi occidentali dei ciechi multilateralisti e soprattutto anti trumpisti per partito preso più che pro-Biden, come se la simpatia o l’antipatia debbano per forza trovare posto nelle relazioni internazionali, ce ne saremmo accorti da un pezzo.

E Biden riprenderà questa strada e questo sfruttamento per rideterminare il tracciato degli interessi americani e le linee rosse da non travalicare, riguardanti queste, lo ripeto, il nucleare iraniano, ma anche la sicurezza di Israele, la lotta al terrorismo fondamentalista e la stabilità dei prezzi del petrolio.

Ma anche la non proliferazione nucleare in genere e gli accordi sulla limitazione delle armi nucleari. Le solite cose, insomma.

In questo, almeno, Trump potrebbe essere considerato più genuino. E per certi versi, più efficace, avendo trovato il modo di isolare nel mondo arabo le pretestuose e anacronistiche rivendicazioni palestinesi. Principale causa di instabilità in quella parte del mondo.

Per Biden non sarà facile rimettere in sistema e in fase la politica estera con quella domestica su cui Trump ha principalmente mirato e, ripeto, con successi riguardo all’economia reale.

Di certo, un approccio “protezionista” ha messo radici e non sarà facile sradicarlo, pur con il sostegno dei soliti liberal  tifosi dell’immigrazione, del multilateralismo a tutti i costi, dell’energia pulita e degli inginocchiamenti per strada e nei campi sportivi.

Certo, danni all’estero ne ha avviati il buon Donald, a partire dall’inconsulta ansia di porre fine, senza un end state ragionevole e chiaro, alle campagne in atto.

Ma pure Obama aveva generato un grosso problema strategico dichiarando unilateralmente il ritiro dall’Afghanistan di decine di migliaia di soldati americani sulla base di un suo calendario, per cui il passaggio da ISAF a RS è avvenuto per miracolo del Natale del 2014. Niente di nuovo quindi.

Trump e Obama

Ma mentre Obama aveva inaugurato il suo “pivot to Asia”, l’amministrazione Trump ha strutturato il “Free and open Indo-Pacific (FOIP)”, un concetto strategico lavorato assieme ai giapponesi, più audace e più aderente alla realtà geopolitica del momento, in quanto mette in connessione il Pacifico con l’Africa Orientale facendo perno sul Sud Est asiatico.

Quindi, di fatto sull’ASEAN, ma con un occhio di riguardo all’India, già tirata dentro, sebbene inizialmente riluttante a farlo, nel Quadrilateral Security dialogue (QUAD).

La prossima NATO dell’Est probabilmente, a dispetto di Pechino. E magari Biden ridiscuterà l’accesso americano nel Trans-Pacific Partnership (TPP), ora ridenominato TPP-11 (oppure Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership – CPTPP) per il numero di Paesi che comunque vi hanno aderito.

Un accordo da cui Trump si era dissociato perché dannoso, a suo dire, per l’economia americana.

IL RUOLO DELLA CINA

La Cina? Pechino ormai non segue più l’indicazione del padre, Deng Xiaoping, della sua attuale potenza, cioè quella di mantenere un basso profilo a livello internazionale.

Anzi, Xi Jinping ha promosso una politica molto più proattiva volta a mettere la Cina al centro del palcoscenico internazionale, ponendo sfide nuove al “vecchio” ordine internazionale strutturato dopo la Seconda Guerra Mondiale, proprio dagli Stati Uniti.

Trump con il suo omologo cinese Xi Jinping

L’approccio di Biden si scosterà da quello più aggressivo di Trump, cercando di rubare a Xi il principale cavallo di battaglia, la globalizzazione, e trascinandolo sul confronto internazionale basato sui temi dei cambiamenti climatici, quindi sull’energia pulita, oltre a quelli sul commercio, i diritti civili e così via. Insomma, le cose che infastidiscono i cinesi.

Il Regno Unito e l’Unione Europea rappresentano due ambiti difficili da ricucire e da riprendere per Biden, dati i contrasti commerciali di Trump con la Germania e le simpatie di Johnson per lo stesso Trump.

Ma anche per via delle antipatie e i sospetti radicati nell’entourage europeo per il trumpismo. Ma anche nella consapevolezza che giammai gli americani vedrebbero di buon occhio qualcosa di più di quello che l’Unione è oggi.

Tuttavia, Biden cercherà di riprendere alla mano queste utili alleanze, convenendo persino su difficili tematiche, l’Accordo di Parigi sul clima e il nucleare iraniano, per confrontarsi con maggiore forza con gli oramai storici avversari, Russia, Cina, Corea del Nord e lo stesso Iran.

Ma non al prezzo di sacrificarsi nel ruolo di salvatore dell’economia continentale, con un nuovo piano Marshall.

Da escludere quindi al momento, anche per ragioni di politica interna, la rimessa in agenda del Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), anche questo a suo tempo cassato da Trump.

Obama non se n’era accorto, distratto come è stato dall’aggressività russa, reale per quanto riguarda i suoi “orticelli”, Caucaso e Ucraina, e presunta per i Baltici, ma la Cina ha cambiato il mondo.

E le sanzioni economiche non basteranno a fermarne l’ascesa. Forse a frenarla un po’, ma per fare questo Biden ha bisogno di Mosca, dissociandola da Pechino.

Quindi è possibile che la politica verso Mosca cambi, inaugurando così un approccio diametralmente opposto a quello adottato da Kissinger negli anni ’70, quando doveva essere la Cina ad essere allontanata da Mosca. Pur considerando il fastidioso impegno russo nel Medio Oriente.

Certo, il Medio Oriente. Ho accennato al possibile approccio democratico più morbido nei confronti dell’Iran, più favorevole a riprendere la negoziazione sul nucleare, ma Biden dovrebbe fare i conti con gli “alleati” del Golfo, sauditi ed Emirati.

Quindi è tutto da vedere, e molto sarà indirizzato dai rapporti dell’intelligence, inclusa quella israeliana. Insomma, non credo che con un’amministrazione democratica le simpatie nella regione potranno sensibilmente mutare.

Certo, pressioni, almeno di facciata, ci saranno sul modo di condurre la guerra in Yemen o sulla politica “nazionalistica” di Tel Aviv, ma niente di più. Posizione più propensa a riprendere i colloqui con Teheran, quindi, ma da qui a cancellare le sanzioni ce ne passa.

Azioni di guerra in Yemen

Tutto sommato, è facile che con Biden tanto il Medio Oriente, a parte l’Iran, quanto il Nord Africa calino di importanza.

Anche l’interesse di Trump per il Maghreb era minimo così come, a parte la breve e dannata parentesi della “primavera araba”, lo era stato per Obama, rimasto scottato dalle vicende libiche e dall’imperizia della Clinton, sua Segretario di Stato di allora.

Ne potrebbe venir fuori un’attenzione reattiva, volta a che una certa stabilità venga mantenuta e luogo di battaglia per la lotta al terrorismo. Niente di più.

Ma è la Cina, lo ripeto, che rimarrà nel mirino di Washington. Del resto, sia Biden che Trump hanno definito la Cina la più pressante preoccupazione di politica estera che gli Stati Uniti debbano affrontare oggi.

Anche qui, forse emergerà una maggiore volontà di trattare rispetto alla via trumpiano più incline a una decisa intensificazione della guerra commerciale, ma non credo a una immediata rimozione dei dazi su Pechino. Non farebbe contenta l’India e tanti altri nel già accennato Indo-Pacifico.

In giro per il mondo, si assiste a realtà che avanzano i propri interessi soprattutto sfruttando determinate circostanze favorevoli e il Mediterraneo non fa eccezione, con l’intraprendenza turca che vediamo in queste settimane.

Biden dovrà fare i conti anche con questo “alleato” recalcitrante, che si muove lungo pericolosi tracciati islamisti e le cui mire vanno a impattare pericolosamente nell’orticello di casa di un altro potente che sarebbe utile al proprio fianco, Mosca.

Un alleato scaltro, Ankara, che però non aspetta altro che farsi cacciare dalla NATO e farsi sanzionare dall’UE per agire più liberamente.

Più a oriente, un’alleanza più serrata con Delhi lo potrebbe mettere in più forte contrapposizione con l’altro gigante, ed eccoci nuovamente a Pechino.

E parlando di quel quadrante, la “nuova America” dovrà verificare e chiarire cosa possa significare e fino a che punto spingersi nel “proteggere” Taiwan e come muoversi per fronteggiare le offensive finanziarie e commerciali cinesi tanto in America Latina quanto nell’Africa nera.

Il FOIP e il QUAD o il multilateralismo liberal a tutti i costi saranno sufficienti a contrastare l’ascesa anche militare di Pechino e a mettersi di traverso alle arterie vitali della politica estera cinese, teorizzate e realizzate nel grande progetto del Belt and Road Initiative?

Oppure, per l’inevitabilità dell’ascesa cinese e per le tensioni crescenti nel Rimland varrebbe la pena accarezzare l’ipotesi di un onorevole neoisolazionismo, rispolverando Monroe?

E soprattutto, “sleeping Joe” reggerà il tutto?

*Generale di Corpo d’Armata (Ris) dell’Esercito

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