Età napoleonica: Dall’uno all’altro Mar, Bonaparte dall’esilio sull’Isola di Sant’Elena alla morte (5 maggio 1821)

Di Federica Nardo*

JAMESTOWN (ISOLA DI SANT’ELENA) – nostro servizio particolare. Sant’Elena, piccola isola. È questa la descrizione che quasi sempre troviamo, consultando un atlante, accanto a un quasi impercettibile puntino nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico, distante da tutto, lontano da qualsiasi contatto umano.

Sant’Elena è un’isola di origine vulcanica, un luogo inospitale e, fino alla metà del Seicento, totalmente disabitato, reso noto ai più soltanto da un tragico evento.

Proprio lì, su quello scoglio desolato, morì il più celebre tra i condottieri dell’età moderna, l’imperatore dei Re: Napoleone Bonaparte.

Come mai un così grand’uomo fu condannato a trascorrere gli ultimi sei anni della sua vita in un luogo tanto remoto?

Il viaggio verso Sant’Elena

Non era certo il primo illustre prigioniero a essere condannato all’allontanamento o alla reclusione.

Eppure, a differenza degli illustri politici, letterati e condottieri che condivisero un così triste epilogo delle loro gesta, egli fu condannato al destino peggiore: nessuna prigione, né nessun confine di stato potevano garantire, infatti, la damnatio memorie che gli inglesi speravano di infliggergli deportandolo in un luogo dimenticato dagli uomini e, forse, anche da Dio.

L’idea di relegare Bonaparte a Sant’Elena, così da renderlo inoffensivo e, soprattutto, far in modo che di lui scomparisse il ricordo, era stata premeditata da tempo, sin dal primo confinamento sull’Isola d’Elba.

Napoleone andava allontanato e sistemato in un luogo in cui poteva essere controllato, ma trascinarlo a forza sin dal principio su un’isola dalla quale non avrebbe più fatto ritorno sarebbe stato controproducente: avrebbe potuto causare delle rivolte popolari, i nostalgici dell’imperatore e coloro che volevano metterlo a capo dei neonati movimenti risorgimentali sarebbero insorti e questo Talleyrand, che tesseva insieme al Principe von Metternich e a Lord Castlereagh le trame del Congresso di Vienna, lo sapeva bene.

Il Principe von Metternich

Così le diable boiteux della politica estera francese decise di agire per gradi, attendendo il momento giusto e sfruttando la situazione a suo vantaggio.

L’occasione tanto bramata da Talleyrand arrivò nel 1814: dopo la disastrosa Campagna di Russia, la disfatta della Battaglia di Lipsia e la sanguinosa Campagna di Francia durante la quale per due mesi Bonaparte combatté alla testa della Vecchia Guardia contro la Sesta Coalizione lungo il confine orientale dell’Esagono.

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord nel celebre quadro di François Pascal Simon Gérard

Napoleone si ritrovò solo, sconfitto, barricato nel Palazzo di Fontainebleau, accerchiato dalle antiche potenze monarchiche alleate che si apprestavano a entrare vittoriose a Parigi.

Propose di sottoscrivere un trattato di pace, ma i nemici rifiutarono; tentò il suicidio per avvelenamento, ma venne salvato.

L’imperatore fu allora costretto a firmare il Trattato di Fontainebleau che prevedeva l’abdicazione, la rinuncia definitiva al trono di Francia e l’esilio sull’Isola d’Elba non come prigioniero, ma come sovrano.

L’arrivo di Napoleone all’Isola d’Elba

Quello che non molti sanno è che il trattato stabiliva che Bonaparte era una sorta di Re in esilio e manteneva quindi una certa dignità, preservando il suo prestigio.

L’esilio sull’Isola d’Elba era considerato dagli Alleati un compromesso che manteneva Napoleone lontano dalla Francia, ma gli consentiva comunque un certo grado di indipendenza.

L’idea di sistemarlo in un luogo confortevole e dentro ai confini europei aveva anche l’obiettivo di evitare che diventasse un martire politico o un simbolo di resistenza; si sperava, inoltre, che l’attenzione e il sostegno dei suoi sostenitori si sarebbero gradualmente affievoliti.

Tuttavia gli Alleati non avevano considerato un dato fondamentale: l’Isola d’Elba era anche un luogo abbastanza vicino da permettere a Talleyrand di tenere d’occhio l’ex imperatore, grazie alla sua fittissima rete di spie, e di riportarlo sul trono qualora fosse stato necessario.

Il Principe di Benevento era noto per la sua lungimiranza e, anche in quel caso, la sua prudenza si rivelò provvidenziale: il Congresso di Vienna era instabile e nei mesi di lavori che si susseguirono dal novembre 1814 al marzo 1815 a Schönbrunn c’era un clima di festa, si pensava all’organizzazione di spettacoli, banchetti e battute di caccia.

Qualcuno abbozzava l’idea di trasferire Napoleone dall’Isola d’Elba a un luogo più sicuro, ma era un pensiero soltanto accennato e, tra canti e risa che rievocavano l’Ancien Régime, del tutto trascurabile. Insomma, il Congresso danzava, ma non avanzava come disse il celebre scrittore Charles Joseph de Ligne in una lettera indirizzata proprio a Talleyrand che tollerava, con malcelato disappunto, i baccanali delle corone d’Europa.

Era quindi arrivato il momento di ribaltare, nuovamente, gli equilibri.

Nel frattempo, dopo dieci mesi passati a rivoluzionare la vita degli elbani, Napoleone nutriva l’ambizione di riprendere il suo trono: i suoi informatori gli riferivano che in Francia il clima era cambiato, che Luigi XVIII era un monarca indolente e stanco, incapace di governare e che il popolo lo rimpiangeva reclamandolo al grido: “Ci hanno venduto un maiale per diciotto luigi, ma non vale neanche mezzo napoleone”.

Così, approfittando della distrazione del suo carceriere, il Colonnello Neil Campbell, che si era recato sulla costa toscana per infilarsi nel letto della sua amante, madame Bartoli-Mugnai, nonché di un’eclissi di luna che gli avrebbe permesso di navigare indisturbato, Napoleone evase e, a bordo di un brigantino ridipinto da brick inglese, fece rotta verso le coste meridionali della Francia.

I dati che spesso sfuggono, a questo punto della storia, sono due: il primo è che Napoleone non fuggì col favore delle tenebre e in gran segreto, come molti credono.

L’imperatore partì da Portoferraio in pieno giorno, accompagnato da un corteo accorato di elbani che, in lacrime, lo salutarono e non ultimo tra questi il sindaco Traditi che gli donò le chiavi della città e lo invitò calorosamente a tornare.

Il secondo dato è che, nonostante tanto fermento, il Colonnello Campbell fu avvisato con oltre 48 ore di ritardo della partenza del suo illustre prigioniero,

Talleyrand, probabilmente anche grazie all’aiuto della fitta rete di massoni del Grande Oriente d’Italia che faceva capo a Eugène de Beauharnais, figliastro di Bonaparte, aveva fatto in modo di rintracciare Pietro Ollivier, un commissario della polizia francese di stanza a Piombino, ordinandogli di ritardare qualsiasi comunicazione proveniente dall’Isola d’Elba in cui venivano fornite notizie sull’imperatore.

La partenza di Napoleone, nella mente di Talleyrand, era necessaria: in primo luogo avrebbe messo fine allo stallo delle stagnanti trattative in corso al Congresso di Vienna poiché l’incombenza del vittorioso ritorno di Bonaparte avrebbe smosso gli animi; in secondo luogo avrebbe spodestato il Borbone dal trono.

Luigi XVIII era infatti l’individuo meno adatto al Regno che fosse mai asceso al soglio che era stato dei Valois poiché era intenzionato a far entrare in vigore una carta ottriata, la Costituzione Francese del 1814, nella quale si descriveva Sovrano per Grazia di Dio e imponeva ai francesi la religione cattolica e i privilegi nobiliari aboliti dalla Rivoluzione con il rischio dello scoppio di una guerra civile.

E così Napoleone tornò in Francia, da Golfe Juan arrivò a Parigi senza sparare neanche un colpo di moschetto e riprese il suo trono, iniziando quel volo lungo Cento Giorni che lo avrebbe portato alla disfatta definitiva con la sconfitta sul campo di Waterloo.

Fu proprio in quel lasso di tempo che gli Alleati decisero, su proposta di Talleyrand, di mettere Bonaparte fuorilegge e dichiararono che qualunque cittadino potesse catturarlo e ucciderlo impunemente, evitando così le lungaggini di un processo.

Questa volta, qualora fosse caduto nuovamente in mano nemica, l’imperatore non sarebbe stato trattato con i riguardi riservati al suo rango, ma sarebbe stato spedito dove non avrebbe più potuto dar fastidio. I principi riuniti alla corte asburgica furono a lungo indecisi sulla scelta della destinazione finale in cui relegare l’Orco, l’immondo Bonaparte.

Solo una cosa era certa: il luogo doveva essere quanto più lontano possibile dalla Francia, impervio, inospitale, capace di suscitare un pronto desiderio di morte in chiunque vi dimorasse.

Proprio per questo erano state escluse le Isole Azzorre, territorio scelto inizialmente, un arcipelago scoperto all’epoca dei grandi conquistatori spagnoli e che sembrava essere, secondo i testi scritti dagli esploratori, un luogo paradisiaco malgrado il clima caldo.

La scelta era quindi ricaduta su Sant’Elena, una minuscola isoletta lontana migliaia di leghe da qualsiasi terra abitata.

Occorreva però uno stratagemma: l’astuto Napoleone, benché sconfitto, si era rifugiato sull’Île d’Aix, una piccola isola a largo della Nouvelle Aquitaine, dove, dopo aver abbandonato l’idea di fuggire negli Stati Uniti per condurre una vita da studioso di fenomeni naturali coltivando la sua passione per l’apicoltura e vivendo soggetto al diritto comune e con lo status di privato cittadino, scrisse una commovente lettera al Principe Reggente d’Inghilterra.

Napoleone, in quelle righe, si dichiarava un novello Temistocle e sottoscriveva la resa, chiedendo protezione.

Bonaparte voleva infatti seguire l’esempio di Pasquale Paoli, il patriota còrso che aveva combattuto per l’indipendenza dell’isola natia di Bonaparte e che, quando i francesi assediarono la Corsica, si esiliò volontariamente a Londra dove visse per più di vent’anni sotto la protezione del Governo britannico.

L’imperatore era certo che sarebbe stato trattato come un prigioniero rispettabile poiché le leggi d’Oltremanica erano eque e giuste quasi quanto quelle presenti nel Codice Civile: riteneva che gli inglesi lo avrebbero tratteranno come un loro pari, gli avrebbero fornito un appezzamento di terreno su suolo britannico e lì gli avrebbero fatto finire i suoi giorni, ignorandolo.

Napoleone, da raffinato legislatore, era certo di poter finire i suoi giorni in tutta tranquillità in Inghilterra poiché poteva appellarsi all’Habeas Corpus Act del 1679: il writ, previsto dal corpus legislativo britannico già dal 1300, consacrato nel Bill of Rights e detto anche Great writ per la sua importanza fondamentale nel sistema giuridico inglese, garantiva il diritto di una persona di essere presentata davanti a un tribunale per determinare la legalità della sua detenzione e la sussistenza di precisi presupposti giuridici per poter limitare la sua libertà.

Napoleone era quindi certo che sarebbe stato trattato come un ospite e non come un detenuto poiché, in caso contrario, sarebbe stato visto come un martire della patria e il popolo sarebbe insorto, rimettendolo sul trono.

In effetti, gli inglesi non contravvennero alla parola data.

Promisero a Napoleone una residenza su suolo inglese e rispettarono quanto convenuto.

Sant’Elena era parte dell’immenso territorio coloniale albionico. A nulla valsero le proteste dell’Imperatore.

A bordo della nave da guerra “HMS Northumberland”, il 15 ottobre 1815 venne sbarcato, prigioniero ed esiliato, a Sant’Elena dalla quale non fece più ritorno, trascorrendo in quel luogo solitario gli ultimi sei anni di quella vita tanto avventurosa che abbandonò il 5 maggio 1821, chiudendo gli occhi un’ultima volta.

E così stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro.

La tomba di Napoleone a Parigi

I resti mortali di Napoleone dovettero aspettare quasi vent’anni e il permesso della Regina Vittoria per tornare in Francia e lì ancora riposa, nella monumentale tomba de Les Invalides dove ogni 5 maggio, da più di duecento anni e contro ogni aspettativa dei suoi nemici, viene ricordato e onorato con omaggi provenienti da tutta Europa.

*Associazione Napoleonica d’Italia

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