Di Giuseppe Gagliano*
PARIGI. Dalla campagna francese, tra incontri con il mondo agricolo e dichiarazioni misurate, era arrivato un messaggio che pesò più delle parole: la Francia aveva rimesso in moto canali tecnici per rendere possibile un nuovo dialogo politico tra Europa e Russia sulla guerra in Ucraina. Non si trattò di un annuncio clamoroso, ma di un’indicazione di metodo. Prima si ricostruivano i contatti, poi – forse – la politica avrebbe deciso se e come usarli. La scelta rifletteva una tradizione diplomatica francese che, anche nei momenti di massima tensione, aveva cercato spazi di manovra autonoma.
Macron aveva precisato che ogni passo sarebbe stato condiviso con Kiev e con i partner europei principali. Era un modo per disinnescare le critiche di chi temeva iniziative solitarie e, insieme, per rivendicare un ruolo guida. In realtà, dietro la prudenza formale si leggeva la consapevolezza che il quadro internazionale stava cambiando e che l’Europa rischiava di restare spettatrice.

L’effetto del riavvicinamento tra Washington e Mosca
Il fattore che aveva riaperto il dibattito nelle capitali europee era stato il riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. Quando le grandi potenze tornano a parlarsi, gli alleati temono sempre di subire decisioni prese altrove. L’Europa aveva avvertito il rischio di marginalizzazione nei futuri negoziati sulla sicurezza del continente e sugli assetti dell’Ucraina. Da qui la spinta, soprattutto italiana e francese, a riaprire un canale europeo. L’idea di un inviato unico dell’Unione andava letta in questa logica: contare qualcosa al tavolo dove si decideva la pace.
La Germania, al contrario, aveva mantenuto una linea più rigida, sostenendo che dialogare senza concessioni russe concrete avrebbe legittimato posizioni giudicate inaccettabili. Era la solita frattura europea tra chi privilegiava il contatto politico e chi temeva che il contatto diventasse cedimento.

Guerra sul terreno e credibilità negoziale
Mentre si parlava di diplomazia, la guerra aveva continuato a dettare i tempi. Gli attacchi russi contro le infrastrutture energetiche ucraine, nel pieno dell’inverno, avevano colpito la rete elettrica e aggravato la pressione sulla popolazione civile. Parigi li aveva condannati come incompatibili con una reale volontà di pace. Questo doppio binario – apertura diplomatica e condanna militare – mostrava il dilemma europeo: cercare uno sbocco politico senza ignorare la realtà del conflitto.
Dal punto di vista strategico militare, i bombardamenti sulle infrastrutture avevano confermato una dottrina di logoramento: indebolire la resilienza economica e sociale ucraina per rafforzare la posizione negoziale russa. Sul piano operativo, tali azioni avevano richiesto risorse rilevanti ma avevano prodotto effetti soprattutto psicologici e politici, più che decisivi sul campo.
La dimensione economica e tecnologica
Parallelamente, la cooperazione franco-ucraina aveva preso una piega sempre più concreta. I finanziamenti francesi per le infrastrutture critiche e gli accordi tra imprese dei due Paesi avevano indicato una strategia di lungo periodo: sostenere la capacità produttiva ucraina, localizzare parte delle filiere e trasferire tecnologie. Non solo ricostruzione, dunque, ma integrazione industriale.
I protocolli riguardavano ambiti sensibili: applicazioni di intelligenza artificiale, sistemi senza pilota, nuove piattaforme aeree, sminamento, agricoltura avanzata e collegamenti satellitari. In prospettiva geoeconomica, ciò significava legare l’Ucraina allo spazio produttivo europeo, riducendone la dipendenza esterna e preparando il terreno a una futura adesione economica più stretta all’Unione.
Uno spazio politico da riconquistare
Il tentativo francese di riaprire il dialogo con Mosca non rappresentava una svolta filorussa, ma il riconoscimento che nessuna guerra in Europa si era mai chiusa senza un passaggio negoziale. La vera posta in gioco era il ruolo europeo nel definire quell’esito. Senza iniziativa politica, il continente avrebbe subito le decisioni altrui; con troppa fretta, avrebbe rischiato di dividere il fronte interno.
Tra diplomazia prudente, sostegno militare indiretto a Kiev e competizione industriale, l’Europa stava cercando un equilibrio. Il riavvio dei contatti tecnici con la Russia andava letto come un segnale di realismo: preparare il terreno oggi per non arrivare impreparati domani. In un conflitto dove la forza contava ancora, ma non bastava più, la capacità di parlare con tutti restava una forma di potere.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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