ExxonMobil in Venezuela: quando il petrolio riconcilia i nemici

Di Giuseppe Gagliano*

CARACAS. Secondo il Wall Street Journal, ExxonMobil potrebbe firmare un protocollo d’intesa con Petróleos de Venezuela per valutare il proprio ritorno nel settore petrolifero venezuelano. A quasi vent’anni dall’uscita dal Paese, il colosso americano esaminerebbe diversi giacimenti, già produttivi o ancora da sviluppare, che rappresenterebbero complessivamente oltre 50 miliardi di barili.

L’ExxonMobil Building di Spring (Texas), sede della compagna Exxon Mobile – Credit – Michael Martin from Cypress, Texas

Naturalmente occorre prudenza. Un protocollo d’intesa non equivale a un investimento e, ancor meno, a un pozzo in produzione. I negoziati potrebbero essere rinviati, interrotti o semplicemente utilizzati come strumento politico. Ma il fatto stesso che esistano costituisce già una notizia strategica.

Per anni Washington ha descritto il governo venezuelano come una dittatura da isolare. Caracas, da parte sua, ha denunciato l’imperialismo statunitense e accusato le compagnie straniere di voler saccheggiare le risorse nazionali. I discorsi restano, ma ingegneri, avvocati e finanzieri sono tornati a sedersi intorno allo stesso tavolo.

Il petrolio possiede questa straordinaria qualità: riesce a semplificare improvvisamente i dibattiti ideologici.

ExxonMobil aveva lasciato il Venezuela dopo le nazionalizzazioni avviate sotto Hugo Chávez. A differenza di altre società, aveva rifiutato le condizioni imposte da Caracas e intrapreso una lunga battaglia legale per ottenere un risarcimento. Il suo eventuale ritorno non rappresenterebbe quindi una semplice operazione commerciale, ma una forma di riconciliazione tra due avversari che si conoscono abbastanza bene da continuare a diffidare l’uno dell’altro.

L’ormai defunto Presidente venezuelano Hugo Chavez

Per il Venezuela, l’interesse è evidente. Il Paese possiede le maggiori riserve petrolifere accertate del mondo, ma la produzione rimane frenata dall’invecchiamento degli impianti, dalla scarsità degli investimenti, dalla fuga delle competenze, dalla corruzione e dalle sanzioni internazionali. Possedere petrolio nel sottosuolo non basta: servono capitali, tecnologie, infrastrutture e mercati capaci di trasformarlo in entrate.

ExxonMobil potrebbe fornire una parte di questi elementi. In cambio otterrebbe accesso a risorse immense, proprio mentre le grandi potenze stanno riscoprendo che la transizione energetica non comporta l’immediata scomparsa degli idrocarburi.

I 50 miliardi di barili citati devono però essere interpretati con cautela. Non corrispondono necessariamente a riserve immediatamente recuperabili o economicamente redditizie. Il greggio venezuelano è spesso pesante, costoso da estrarre e bisognoso di impianti specifici. Tra la risorsa geologica e il barile venduto sul mercato mondiale si estende un territorio popolato da sanzioni, infrastrutture degradate, rischi politici e investimenti miliardari.

Washington potrebbe comunque considerare il ritorno di ExxonMobil uno strumento per esercitare una nuova influenza su Caracas. Una compagnia americana stabilmente presente in Venezuela creerebbe interessi economici comuni, offrirebbe un canale permanente di negoziazione e limiterebbe potenzialmente lo spazio conquistato da Cina, Russia e Iran.

Il riavvicinamento non dimostrerebbe quindi che gli Stati Uniti si fidano del governo venezuelano. Indicherebbe piuttosto che preferiscono tentare di condizionarlo attraverso l’economia, invece di continuare a osservare i propri avversari riempire il vuoto lasciato dalle sanzioni.

Le sanzioni hanno infatti prodotto risultati ambigui. Hanno indebolito l’economia venezuelana e ridotto le risorse dello Stato, senza provocare il cambiamento politico annunciato. Hanno inoltre spinto Caracas ad approfondire le relazioni con le potenze concorrenti di Washington. A forza di voler isolare un Paese, si rischia talvolta di consegnarlo ai propri rivali.

Per Nicolás Maduro, l’apertura a ExxonMobil consentirebbe di attirare capitali e ottenere, contemporaneamente, una forma implicita di riconoscimento. Gli investimenti stranieri funzionano anche come certificati di normalizzazione politica. Quando ritorna una multinazionale americana, le altre imprese cominciano inevitabilmente a chiedersi se non sia arrivato il momento di fare altrettanto.

Caracas dovrà però fornire garanzie concrete. ExxonMobil non mobiliterà miliardi sulla base di un sorriso ministeriale o di un comunicato sull’amicizia tra i popoli. La compagnia pretenderà stabilità contrattuale, protezione degli investimenti, possibilità di trasferire i profitti e un quadro sufficientemente prevedibile da scongiurare una nuova nazionalizzazione.

È qui che si giocherà la partita. Caracas vuole i capitali stranieri senza rinunciare al controllo politico della propria industria. ExxonMobil vuole le riserve venezuelane senza diventare nuovamente ostaggio di una decisione sovrana. Entrambe le parti ricordano perfettamente come terminò la precedente collaborazione.

I colloqui previsti a Houston, in occasione della riunione ministeriale del G20 sull’abbondanza energetica, offriranno lo scenario ideale. Si parlerà di sicurezza energetica, investimenti e cooperazione. Le parole “democrazia”, “socialismo” e “imperialismo” saranno probabilmente pronunciate con una certa moderazione: potrebbero disturbare i calcoli finanziari.

Se l’accordo sarà concluso, non segnerà la fine dello scontro tra Washington e Caracas. Dimostrerà semplicemente che entrambi hanno individuato un interesse superiore alle loro dispute pubbliche.

Il Venezuela ha bisogno di denaro e tecnologia. Gli Stati Uniti vogliono diversificare gli approvvigionamenti e recuperare spazio in un Paese nel quale i loro concorrenti sono avanzati. ExxonMobil, da parte sua, vede decine di miliardi di barili.

La diplomazia può aspettare. Il petrolio, invece, sa essere molto convincente.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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