Di Giuseppe Gagliano
PECHINO. Un altro alto ufficiale cinese svanisce dalla scena pubblica, e il silenzio di Pechino alimenta interrogativi.
Il Generale He Weidong, vice presidente della Commissione Militare Centrale (CMC), membro del Politburo e comandante del Teatro Orientale, non si vede da oltre un mese.

L’ultima sua apparizione risale all’11 marzo, quando presiedeva la chiusura del Congresso Nazionale del Popolo.
Da allora, un vuoto inquietante: assente a riunioni chiave del Politburo, a eventi diplomatici di alto profilo e persino a cerimonie simboliche come la piantumazione annuale di alberi, dove altri leader militari erano presenti. Cosa sta succedendo in Cina?
La risposta, come spesso accade nel labirinto della politica cinese, è avvolta nel mistero, ma i contorni di una nuova purga si fanno sempre più netti.

Xi Jinping, il “timoniere” del Partito Comunista Cinese (PCC), sembra proseguire con determinazione la sua campagna per consolidare il potere, e l’esercito, cuore pulsante della potenza cinese, è al centro di questa lotta. He Weidong non è un nome qualunque: a 67 anni, è una figura di spicco, responsabile del Comando orientale, l’area strategica che include Taiwan, epicentro delle tensioni con gli Stati Uniti.
La sua sparizione segue un copione già visto: prima il silenzio, poi le speculazioni, infine l’eventuale conferma di un’indagine per corruzione o di un’esclusione definitiva.
Negli ultimi anni, Xi ha colpito duramente i vertici militari.
Due ex ministri della Difesa, Li Shangfu e Wei Fenghe, sono stati rimossi nel 2023 e 2024, accusati di corruzione.
Più di recente, l’ammiraglio Miao Hua, figura di peso nella CMC, è finito sotto inchiesta a novembre 2024.
Ora tocca a He Weidong? I media statali tacciono, ma le immagini parlano: alle riunioni del Politburo, il Generale Zhang Youxia, primo vice presidente della CMC, è presente; He, invece, è un fantasma.
Anche eventi simbolici come il simposio per il ventennale della legge anti-secessione su Taiwan, un tema cruciale per Pechino, lo hanno visto assente, sostituito dal generale Liu Zhenli.
La Cina di Xi è un enigma che si svela a frammenti.
Da un lato, il Presidente ha trasformato il Paese in una superpotenza, con un esercito moderno e ambizioni globali. Dall’altro, la sua ossessione per il controllo lo porta a vedere minacce ovunque, persino tra i suoi Generali.

L’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) è una macchina formidabile, ma la sua crescente forza sembra preoccupare lo stesso Xi.
In un contesto di guerra commerciale con gli Stati Uniti e di crescenti tensioni sullo Stretto di Taiwan, un PLA potente è indispensabile, ma anche pericoloso: un’istituzione che, se non tenuta a freno, potrebbe sfidare l’autorità del Partito.

La “lotta alla corruzione” è il mantra ufficiale, ma dietro questa facciata si nasconde una battaglia per la lealtà. Xi non tollera ambiguità: chi non è allineato, sparisce.
Eppure, questo repulisti incessante solleva interrogativi.
Come può un esercito preparare operazioni complesse, come un’eventuale azione su Taiwan, se i suoi vertici vengono costantemente decimati?
La stabilità politica, garantita dal pugno di ferro di Xi, potrebbe essere una facciata che nasconde crepe profonde.
Non mancano voci che minimizzano
Alcuni analisti sostengono che le purghe non intacchino la solidità del sistema
Xi ha il controllo, e ogni figura rimossa viene rimpiazzata senza intoppi.
Ma il prezzo di questa strategia è alto. La Cina appare sempre più come un colosso guidato da un solo uomo, dove la fedeltà al leader prevale su ogni altra considerazione.
E se la sparizione di He Weidong fosse solo l’ultimo atto di un dramma più grande? In un mondo che guarda alla Cina con timore e ammirazione, la domanda non è solo chi sarà il prossimo a cadere, ma quanto a lungo questo gioco di potere potrà reggere senza spezzarsi.
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