Forze Armate e informazione: il duro lavoro del giornalista embedded. Quando soldati e reporter condividono esercitazioni e missioni all’estero

Di Marco Petrelli*

ROMA (nostro servizio particolare). “Volevo dirti che il tuo servizio sulla Folgore ha fatto più visite del calendario M.!”.

Paracadutisti della Folgore in un’attività di lancio nel corso dell’esercitazione

Il che era preoccupante: modelle di grido meno apprezzate dei parà della Folgore? Quesiti esistenziali a parte, sentirsi dire che il reportage aveva tirato al massimo fu un piacere.

Doppio piacere, anzi: perché avevi lavorato bene e perché avevi avuto la conferma che  la continuativa con il fango fino alla cintola non si batte.

Giornalisti impegnati in una manifestazione

“Mi raccomando, racconta chi sono” era ed è il suggerimento dei Direttori quando vai a narrare, dall’interno, un ambiente poco conosciuto quale quello militare.

In altre parole, parti da quelle basi che il lettore possa comprendere ed apprezzare: marce, addestramento, fatica, impegno. Fattori umani contro fattori macchine/sistemi d’arma, certamente affascinanti per
gli addetti ai lavori ma meno fruibili ad un pubblico eterogeneo.

Che sia per una rivista specializzata, che sia per un quotidiano il lavorodell’embedded è cosa dura, poiché in eterno equilibrio fra le richieste della Redazione (lo Stato Maggiore dei giornalisti) e le aspettative della
Forza Armata.

Il reporter con un fascio di giornali sottobraccio e il fotografo con tante macchine al collo testimoniano che dietro ogni fornitura di notizie ci debba essere preparazione

Fra l’esigenza di un linguaggio semplice per descrivere il quotidiano di un soldato e la necessità di avere una vetrina sulla carta stampata e sull’online.

Chi vi scrive ha cominciato così ed ha ottenuto i più bei successi professionali fra il fango ed il vento di un Poligono.

Un momento di un esercitazione al Poligono di Capo Teulada

Qualunque testata (magazine di moda maschile, rivista tecnica, stampa locale) non resiste
infatti ad un servizio vissuto, toccato con mano in cui esperienze fuoridal comune si mescolano all’immancabile aspetto umano.

E’ così in Italia, ma anche all’estero nei Teatri Operativi: la pattuglia, il market walk, l’ufficio di posta militare con tanto di timbro della missione riescono a comunicare di più d’un seminario di politica
internazionale. O dei power point, vera arma di “distrazione” di massa!

Una pattuglia di UNIFIL impegnata in un market walk

Perché, naturalmente, chi decide di recarsi all’estero ha già una preparazione sullo scenario geopolitico che andrà a visitare (o si spera l’abbia) ed è quindi in  cerca di storie da raccontare più che di dati da
riportare.

Fondamentale, prima dell’inizio di ogni attività, riuscire a capirsi bene con il P.I. che coordina l’attività, così da evitare delusioni ed incomprensioni da una parte e dall’altra.

Ciascuno dei due sta infatti lavorando ed il lavoro e la professionalità si rispettano sempre. E’ un
obbligo, lavorativo e morale.

Errore, invece, nel quale talvolta cadono entrambi è il non informarsi a sufficienza: il reporter sul contesto che pretende descrivere, il PI sul tipo di attività normalmente svolta da quel giornalista o sul taglio della
testata cui è destinato il servizio finale.

Perché i giornali rispecchiano un po’ le differenze fra le varie specialità delle Forze Armate: se vuoi il reportage “cinetico” hai più possibilità di realizzarlo inquadrato in un plotone di fucilieri piuttosto che al
commissariato.

Così come se si sceglie di ricorrere ad un linguaggio molto tecnico, forse il quotidiano generalista non è la pubblicazione più adatta.

Informarsi da ambo le parti ha, inoltre, due grandi vantaggi: un lavoro svolto meglio ed evitando fastidiose incomprensioni.

Si, ci rendiamo conto che è più facile giustificarsi dicendo “eh ma tanto i giornalisti…” , “eh ma i militari…”.

Giustificazioni figlie dell’approssimazione e della malavoglia.

Fare l’embedded è una delle più grandi soddisfazioni della categoria giornalistica: il tuo lavoro e la tua professionalità in un ambito poco conosciuto e tutto da scoprire, per te e per il tuo lettore.

Perché leggersi in prima pagina, ricordando il fango e l’acqua nelle mutande in una notte, fredda, di marzo, non può che suscitare un’entusiastica, nuova domanda: “Ok, quando si riparte?”.

*Giornalista

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