Di Paola Ducci*
PARIGI (nostro servizio particolare). In alcune regioni della Francia, la Prima Guerra Mondiale non è mai davvero finita.
Le cosiddette zones rouges (“zone rosse”) sono vaste aree che ancora oggi, più di un secolo dopo la fine del conflitto, restano troppo contaminate e pericolose per essere abitate o coltivate.

Durante la Grande Guerra, la Francia fu teatro di uno dei conflitti più devastanti e industrializzati della storia.
Per la prima volta vennero impiegati carri armati, gas velenosi ed esplosivi in quantità immense.
Solo nella zona di Verdun, nel 1916, furono sparati circa 60 milioni di proiettili di cui 15 milioni non esplosero all’impatto. Questi ordigni inesplosi, insieme ai gas tossici e ai metalli pesanti, trasformarono ampie zone del territorio in paesaggi lunari completamente privi di vita.

Quando la guerra finì, nel novembre 1918, circa il 7% del territorio francese – più di 4 mila Comuni in 13 Dipartimenti – era stato distrutto.
Il Ministero francese dei Territori Liberati decise allora di suddividere le aree colpite in tre categorie: Zone verdi (Zones vertes): danni limitati, recuperabili; Zone gialle (Zones jaunes): danni gravi ma non totali; Zone rosse (Zones rouges): le più vicine al fronte, completamente devastate e inabitabili.
Il lavoro di bonifica fu immenso.
Migliaia di prigionieri di guerra tedeschi, lavoratori stranieri (persino dalla Cina) e volontari si occuparono di rimuovere munizioni e resti umani. I cadaveri non identificati furono raccolti in ossari come quello di Douaumont, che custodisce le spoglie di circa 130 mila soldati francesi e tedeschi.
Ancora oggi ossa di soldati vengono occasionalmente ritrovate.
Le zone verdi e gialle furono restituite abbastanza presto all’uso civile.
Le zone rosse, invece, vennero dichiarate perdute: erano descritte dai rapporti ufficiali come “completamente devastate, impossibili da bonificare, inadatte alla vita umana”.
Nel 1919 le zone rosse coprivano circa 1.800 chilometri quadrati. Il terreno era saturo di proiettili inesplosi e contaminato da arsenico, piombo, rame, mercurio e altre sostanze tossiche.
Col passare del tempo una parte di questi terreni fu recuperata, spesso su pressione dei contadini locali desiderosi di tornare a coltivare.
Nel 1927 la superficie delle zone rosse si era ridotta a 490 chilometri quadrati e oggi ne restano circa 100 chilometri quadrati, equivalenti all’area di Parigi.
Tuttavia queste aree continuano a rappresentare un pericolo reale.
Ogni anno gli agricoltori che lavorano nei terreni vicini riportano in superficie una cosiddetta “raccolta di ferro” di circa 900 tonnellate di ordigni inesplosi.
La Sécurité Civile francese, incaricata della loro rimozione, stima che serviranno circa 700 anni per ripulire completamente il suolo francese dai residui bellici della Prima Guerra Mondiale.
Ma il problema non riguarda solo le bombe. Il suolo è ancora impregnato di gas tossici, acidi e metalli pesanti. In alcune aree l’arsenico è talmente concentrato da impedire la crescita di qualsiasi vegetazione. Anche nei luoghi meno colpiti gli studiosi notano ancora oggi una ridotta biodiversità: molte piante e animali non riescono a ripopolare quei terreni.
Alcuni esperti ritengono che potrebbero volerci fino a 10.000 anni per eliminare completamente gli effetti dell’inquinamento.
La Prima Guerra Mondiale, definita “la guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre”, ha invece lasciato un’eredità tossica e duratura.
Eppure in Francia se ne parla poco: molte di queste aree sono state lasciate alla natura e trasformate in foreste di guerra (forêts de guerre), come nella regione dello Champagne.
Le conseguenze ambientali, però, sono tutt’altro che scomparse.
Nel 2012, in 544 Comuni francesi fu vietato l’uso dell’acqua potabile locale a causa dell’eccessiva presenza di perclorato, una sostanza chimica usata per la fabbricazione di munizioni.
Gli esperti avvertono inoltre che funghi, selvaggina e persino cibo cucinato su legna raccolta in ex zone rosse possono contenere tossine.
È stato rilevato che i cinghiali dei boschi di Verdun hanno nei loro fegati alti livelli di piombo e che anche alcuni vini francesi mostrano tracce di contaminazione dovute alle botti di rovere prodotte con legno proveniente da queste aree.
Più di cento anni dopo la fine della Grande Guerra, le zones rouges restano quindi una ferita ecologica e umana aperta, un monito silenzioso di quanto a lungo possa durare l’impatto ambientale della guerra moderna.
E’ la terribile eredità nascosta del primo conflitto mondiale.
*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa
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