Francia: l’Esercito cerca il suo soldato meccanico. Robot, droni e comando umano nella nuova guerra europea

Di Giuseppe Gagliano*

PARIGI. La Francia prova a entrare nella guerra del futuro con una parola d’ordine che dice tutto: robotizzare senza perdere il controllo umano. Dietro le dimostrazioni tecniche, i piccoli droni che si inseguono in volo, gli algoritmi addestrati in ambienti protetti e i robot terrestri mostrati nei saloni della difesa, si muove una questione molto più grande: l’esercito francese vuole restare nella corsa tecnologica mentre il campo di battaglia cambia più velocemente delle dottrine militari, dei bilanci pubblici e delle abitudini politiche.

Operatori dell’Esercito francese durante un’esercitazione

A Rennes, dentro la struttura sperimentale chiamata Cheope, accanto agli uffici dell’Agenzia ministeriale per l’intelligenza artificiale della difesa, si prova a ridurre la distanza fra laboratorio e guerra reale. Reti di protezione, sensori, elaboratori, simulazioni e prove dal vivo servono a verificare in tempi brevi ciò che altrimenti resterebbe confinato nei programmi informatici. La logica è brutale e corretta: se un sistema non funziona in un ambiente controllato, non funzionerà certo sotto il fuoco nemico, nel fango, con le comunicazioni disturbate, le batterie scariche, i satelliti accecati e i soldati costretti a decidere in pochi secondi.

La dimostrazione del drone guidato da intelligenza artificiale, capace di inseguire e intercettare un altro velivolo, indica la direzione. Non si tratta più soltanto di pilotare meglio le macchine. Si tratta di affidare alle macchine una parte crescente dell’osservazione, della selezione, della reazione e, domani, forse anche dell’azione letale. Il comando umano resta il principio dichiarato. Ma la velocità della guerra tecnologica spinge inevitabilmente verso sistemi che decidono prima dell’uomo, o almeno più rapidamente dell’uomo.

 

La lezione ucraina

La guerra in Ucraina ha demolito molte illusioni europee. Ha mostrato che i droni non sono più un accessorio per eserciti ricchi, ma una componente ordinaria del combattimento. Ha dimostrato che la sorveglianza continua, la saturazione dello spazio aereo a bassa quota, l’uso di velivoli a basso costo, la guerra elettronica e l’adattamento rapido dei sistemi possono cambiare il rapporto fra prezzo, efficacia e sopravvivenza.

Un carro armato da milioni di euro può essere immobilizzato da un drone economico. Una trincea può essere individuata da un apparecchio commerciale modificato. Un deposito può essere colpito grazie a dati raccolti in tempo reale. Un comandante può perdere il vantaggio tattico perché l’avversario vede prima, decide prima e colpisce prima. La robotizzazione dell’esercito francese nasce da questa constatazione: la superiorità militare non dipende più solo dalla qualità delle piattaforme tradizionali, ma dalla capacità di integrare sensori, algoritmi, comunicazioni, droni, robot terrestri e fuoco di precisione.

Per Parigi, questo è un passaggio delicato. La Francia possiede ancora una cultura militare autonoma, una base industriale importante, capacità nucleari, spazio, sicurezza informatica, missilistica, aeronautica, forze speciali e tradizione di intervento esterno. Ma nel settore della robotica militare e dell’intelligenza artificiale applicata al combattimento, la competizione è spietata. Stati Uniti, Cina, Israele, Turchia, Corea del Sud e Ucraina stessa stanno avanzando rapidamente. Restare indietro significherebbe perdere non solo capacità operativa, ma anche influenza industriale e peso geopolitico.

 

Il soldato aumentato e il rischio della dipendenza

L’unità robotica che l’Agenzia ministeriale per l’intelligenza artificiale della difesa dovrà presentare rappresenta più di un esperimento. È il tentativo di costruire un modello di combattimento in cui il soldato non viene sostituito, ma circondato da macchine: droni per osservare, robot terrestri per esplorare, sistemi autonomi per intercettare, algoritmi per ordinare le informazioni, mezzi senza equipaggio per ridurre l’esposizione umana.

In teoria, tutto questo aumenta la protezione delle truppe. In pratica, apre una nuova dipendenza. Un esercito robotizzato ha bisogno di componenti elettronici, semiconduttori, batterie, collegamenti sicuri, dati, aggiornamenti, infrastrutture informatiche, protezione contro attacchi digitali e capacità di produzione rapida. Non basta progettare un robot. Bisogna saperlo costruire in massa, riparare, aggiornare, sostituire, proteggere e usare dentro una dottrina coerente.

Qui compare la dimensione economica e geoeconomica. La robotica militare non è soltanto una questione di difesa. È una filiera industriale completa: università, centri di ricerca, imprese tecnologiche, elettronica, meccanica, software, telecomunicazioni, materiali, energia. Chi domina queste filiere controlla una parte della guerra futura. Chi le importa, resta vulnerabile. La Francia vuole evitare di diventare semplice cliente di sistemi americani o israeliani. Ma per riuscirci deve investire, coordinare, accelerare e soprattutto accettare che la guerra industriale non si vince con annunci ministeriali.

 

Il comando umano come promessa politica

La formula del comando umano serve a rassicurare. Nessun governo democratico vuole ammettere di preparare macchine capaci di uccidere in autonomia. Il principio resta quindi quello dell’uomo nel circuito decisionale. Tuttavia, più aumenta la velocità degli scontri, più il tempo umano diventa un collo di bottiglia. Se un drone nemico arriva in pochi secondi, se uno sciame satura le difese, se un algoritmo individua un bersaglio prima che un operatore possa verificare tutto, la tentazione di delegare crescerà.

È qui che si apre il problema morale e politico. L’intelligenza artificiale militare promette precisione, rapidità e riduzione delle perdite. Ma può anche produrre opacità, errori sistemici, responsabilità diluite e automatizzazione della violenza. Se una macchina sbaglia bersaglio, chi risponde? Il programmatore, il comandante, il ministro, il produttore, l’operatore? La guerra robotizzata rischia di rendere più facile l’uso della forza proprio perché riduce il costo politico immediato della perdita di soldati.

Per la Francia, Paese che ama presentarsi come potenza di equilibrio e custode di una certa autonomia strategica, la questione è ancora più sensibile. Non basta sviluppare sistemi avanzati. Bisogna definire una dottrina d’uso, un quadro giuridico, limiti operativi e regole di responsabilità. Altrimenti il comando umano resterà una formula elegante sopra una realtà sempre più automatizzata.

 

La valutazione militare

Sul piano operativo, la robotizzazione può offrire vantaggi evidenti all’esercito francese. Può migliorare la ricognizione, ridurre l’esposizione dei soldati, moltiplicare la presenza sul terreno, aumentare la capacità di colpire bersagli mobili, proteggere convogli, sorvegliare aree urbane, individuare mine, intercettare droni avversari e sostenere unità leggere in ambienti complessi.

Ma il rischio è credere che la tecnologia sostituisca la massa. La guerra in Ucraina ha dimostrato il contrario: la tecnologia è decisiva, ma senza scorte, munizioni, uomini addestrati, logistica e produzione continua non basta. La Francia, come molti Paesi europei, ha eserciti professionali di alta qualità ma numericamente limitati. La robotica può compensare alcune debolezze, non cancellarle. Può aumentare l’efficacia di una forza, non creare miracolosamente profondità strategica.

La guerra futura sarà probabilmente ibrida: uomini e macchine, trincee e algoritmi, artiglieria e droni, guerra elettronica e fanteria, satelliti e combattimenti ravvicinati. Chi saprà integrare questi livelli avrà un vantaggio. Chi li tratterà come vetrina tecnologica rischierà di perdere contro avversari meno sofisticati ma più adattabili.

 

La posta geopolitica

La robotizzazione dell’esercito francese va letta dentro il più ampio risveglio militare europeo. Parigi vuole restare una potenza guida, ma deve fare i conti con il ritorno della Germania nella spesa militare, con il peso della Polonia sul fianco orientale, con il dinamismo britannico, con l’esperienza ucraina e con la presenza permanente degli Stati Uniti. La tecnologia diventa quindi anche una forma di diplomazia: chi produce i sistemi del futuro detta standard, addestra alleati, esporta dottrina e crea dipendenze.

Se la Francia riuscirà a costruire una filiera nazionale ed europea credibile nella robotica militare, potrà rafforzare la propria autonomia strategica. Se invece resterà intrappolata fra prototipi brillanti, fondi insufficienti e lentezze burocratiche, finirà per acquistare all’estero ciò che oggi cerca di sviluppare in casa.

Il punto decisivo è questo: il campo di battaglia non aspetta l’Europa. Mentre Parigi discute di unità robotiche, altri Paesi stanno già impiegando droni, algoritmi e sistemi autonomi in guerra reale. La Francia ha ancora competenze, intelligenza tecnica e ambizione. Ma deve trasformare la promessa in produzione, la dimostrazione in dottrina, il prototipo in capacità militare.

La macchina non sostituirà il soldato. Lo renderà più potente, più controllato, più dipendente da reti invisibili e forse più esposto a nuove fragilità. La guerra del futuro non sarà disumana perché combattuta dai robot. Sarà disumana se l’uomo userà i robot per sottrarsi alla responsabilità politica della guerra.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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