FRANCIA: STORIE DI VALOROSI PREPOSTI DOGANALI E DI GENDARMI. IL DEBITO DI RICONOSCENZA DELLA MARINERIA ITALIANA

Di Gerardo Severino*

MILANO.  Abbiamo più volte trattato, sulle pagine di Report Difesa, la tematica legata al Corpo delle Dogane e a quello della Gendarmeria Nazionale Francese, scrutati sia da un punto di vista strettamente storico, sia contemporaneo, con saggi realizzati sia da parte di chi scrive che personalmente dal Direttore di questa testata Luca Tatarelli, con uno straordinario reportage da Parigi interamente dedicato all’attuale organizzazione della Gendarmeria.

Ufficiale della Gendarmeria Francese in una foto del 1890

Ai Doganieri e ai Gendarmi Francesi – non lo avevamo mai raccontato prima d’ora – sono legate innumerevoli azioni di salvataggio, verificatesi prevalentemente lungo le coste di Francia e dei suoi possedimenti coloniali, laddove i beneficiari furono non pochi marinai italiani, così come le loro imbarcazioni.

Per diverse di tali operazioni, contraddistinte da autentica generosità, ma soprattutto da elevato coraggio e altissima professionalità, pervennero importanti decorazioni, soprattutto al Valor di Marina, come ricorderemo attraverso queste brevi note, per le quali abbiamo scelto due tra i fatti più eclatanti.

Beni-Urgine (Algeria), 17 dicembre 1865

 Il fatto che stiamo per raccontare ebbe luogo a Beni-Urgine, nella pianura di Bône (Bona, ovvero Annaba), la storica città costiera nel nord-est dell’Algeria, non molto distante dal confine con la Tunisia, in una fredda giornata del dicembre 1865, allorquando naufragò tra quelle acque il Brich scooner “Marietta”, appartenente alla Marineria di Mazzara del Vallo.

La prova di altissimo coraggio che vide protagonisti i Doganieri e i Gendarmi Francesi, allora di stanza a Beni-Urgine, fu davvero straordinaria, tanto da far meritare ai rispettivi comandanti delle importanti Onorificenze italiane.

Finanziere italiano e Gendarme francese (inizi Novecento)

Siamo riusciti a ricostruire fedelmente l’episodio principalmente grazie ad una vecchia copia di una rivista dello stesso Corpo delle Dogane, al quale ci affideremo per alcuni tratti salienti. Ebbene, il naufragio avvenne all’alba del 17 dicembre, allorquando, verso le sei del mattino, la “Marietta”, colta da un terribile fortunale, si arenò in un tratto di spiaggia di Beni-Urgine. Dalla “Corrispondenza” di cui sopra apprendiamo che il Comandante Alessio Jette, Ispettore Divisionale delle Dogane Imperiali Francesi, fu informato del disastro verso le sette del mattino.

L’ufficiale montò subito a cavallo e a briglia sciolta — accompagnato dal suo attendente, il Preposto delle Dogane a cavallo Allegrini — raggiunse in un batter baleno Beni-Urgine. Qui valutò la situazione dei naufraghi insieme ai Preposti Davan e Cossé, intervenuti nel frattempo e rimasti a guardia del relitto della “Marietta”. Spogliatosi degli abiti più pesanti, l’ufficiale si gettò tra i flutti per raggiungere la goletta, il cui equipaggio appariva paralizzato dal terrore e dal freddo.

Tale fu l’impulso spontaneo di quel cuore generoso, con grande stupore dei suoi subordinati, tanto che, come ricorda la corrispondenza: “Nonostante i tenaci sforzi, questo intrepido soccorritore viene ripetutamente abbattuto e scaraventato sulla spiaggia dalla forza, dalla massa e dal rapido susseguirsi delle onde. Con l’aiuto dei suoi assistenti, spinge faticosamente in acqua un’imbarcazione per tentare di nuovo l’impresa, ma il mezzo si capovolge immediatamente. Immerso tra le onde, incita i naufraghi con gesti e grida, esortandoli a lanciargli una cima d’ormeggio; confuse e demoralizzate, quelle povere anime faticano a comprendere la situazione, ma alla fine si mobilitano per aiutare il loro salvatore, mentre le mani rattrappite lottano dolorosamente per tendergli la corda, proprio mentre sopraggiunge il brigadiere della Gendarmeria Steffanez con tre gendarmi, tutti muniti di funi. Questo rinforzo infuse in tutti nuova forza e fiducia; gli sforzi vennero raddoppiati, sia da terra che dalla nave; infine, fu organizzato un sistema di spola: il salvataggio stava per avere inizio…ma non del tutto! Un senso di fratellanza e uno scrupolo umanitario avrebbero trattenuto quei poveri naufraghi sul loro pericolante relitto, prolungando lo sfinimento e l’ansia di chi tentava di salvarli”[1].

Nel frattempo, tre marinai giovanissimi, membri dell’equipaggio, essendo meno resistenti dei loro compagni più anziani, erano crollati emotivamente e, quindi, fisicamente, tanto che, per evitare che i loro corpi andassero perduti – essendo rimasti privi di sensi – erano stati legati ai pennoni.

I coraggiosi marinai volevano salvarli insieme a sé stessi – anzi, salvarli per primi – ma il freddo e l’impeto delle onde avevano stretto le legature a tal punto da rendere impossibile sciogliere i nodi, ovvero tagliare le corde non avendo a portata di mano alcun attrezzo.

Doganieri e Gendarmi dovettero, quindi, trovare un modo per far loro arrivare un coltello. Due sembravano del tutto in salvo, mentre un terzo fu slegato e sistemato sulla cima di collegamento, ma non riuscì ad afferrare la fune di traino.

Gendarmi e Doganieri Francesi con i colleghi italiani nei pressi di Mentone (inizi Novecento)

Il suo corpo si rovesciò, finendo a testa in giù tra i flutti; venne trascinato sotto l’imbarcazione, con un piede impigliato nel sartiame.

Fu estratto, ormai morente, da quella terribile situazione e trasportato a fatica a riva.

Qui l’Ispettore Doganale Jette gli strappò di dosso gli abiti, gli frizionò il petto all’altezza del cuore, lo avvolse in un giaccone e lo affidò alle cure di un addetto, per poi correre a riprendere il suo posto alla testa della cima di collegamento.

La cronaca prosegue evidenziando il fatto che il mare, aumentando la sua furia, s’infranse a più riprese sulla sfortunata goletta Siciliana, tanto che ogni ondata che spazzava il ponte minacciava di trascinare via i quattro marinai superstiti.

Essi abbandonarono dunque il loro coraggioso tentativo e, uno dopo l’altro, raggiunsero la riva lungo la cima, aiutati dai soccorritori dislocati a intervalli. Doganieri e Gendarmi si tenevano ben saldi per resistere alle onde, le quali, investendoli incessantemente, li avrebbero travolti se fossero mancati di quel punto d’appoggio.

Riprendiamo la citazione della corrispondenza: “Ma ecco la parte più commovente! L’ultimo marinaio rimasto a bordo si era a sua volta avventurato sulla doppia fune; mancavano ormai pochi metri alle mani tese verso di lui per salvarlo, quando le forze vennero meno alla sua volontà: lasciò la presa e precipitò pesantemente in mare! Era perduto… Cedendo d’istinto all’impulso di soccorrerlo, il signor Jette abbandonò a sua volta la fune, si slanciò verso il corpo del marinaio, lo afferrò, vi si aggrappò e sprofondò con lui tra i flutti… Sarebbe perito insieme a quell’uomo se non fosse stato per la prontezza di spirito e la presa d’acciaio di Steffanez; senza mai lasciare la corda, il Maresciallo d’Alloggio agguantò il corpo con una mano, sostenuto dal collega più vicino; tutti reagirono istintivamente a quel gesto e l’intera catena umana (degna davvero del pennello di un grande pittore) ebbe la meglio sulle onde infuriate! [2].

Dei nove uomini che componevano l’equipaggio della “Marietta”, due — preferendo una morte rapida a una fine lunga e straziante — si erano risolutamente gettati in acqua, non appena avevano ritenuto inevitabile la perdita della nave.

Dopo essere stati a lungo sballottati dai flutti, un’onda potentissima li aveva trascinati a riva; furono ritrovati più tardi, per fortuna vivi e in cerca di riparo, sotto un cespuglio. Altri due giovani mozzi, purtroppo, rimasero cadaveri, legati ai pennoni della “Marietta” che stava affondando.

Cinque furono tratti in salvo, sebbene per uno di loro i soccorsi giunsero troppo tardi: spirò proprio mentre i compagni stavano per ricevere quel conforto ristoratore e quel calore tanto attesi, portati dalle autorità civili e da un’unità di ambulanza militare, giunti sul posto solo dopo essersi inizialmente trattenuti presso il luogo dell’incaglio. “Una volta che i soccorritori e i naufraghi furono stati rivestiti, riscaldati e confortati, tutti gli sguardi si rivolsero al relitto della “Marietta”; lì, sballottati dal violento movimento dell’imbarcazione, si scorgevano i corpi dell’equipaggio: uomini soffocati dal gelo dell’aria. La scena era straziante: i naufraghi piangevano; uno di loro si disperava al pensiero di dover lasciare indietro, senza sepoltura, il corpo del nipote, e tutti gli astanti erano profondamente commossi. Nicolai, un marinaio della Dogana, spinto da un sentimento condiviso, si gettò in mare, raggiunse a fatica la nave e riportò a riva una delle salme. Ripeté l’impresa altre due volte, assistito con coraggio in questo compito arduo e di grande merito dal capitano Audigier, dal marinaio Hassen ben Saad e dall’ufficiale Bourbon, tutti e tre appartenenti al corpo della Dogana[3].

L’eroico salvataggio dei naufraghi della “Marietta” si protrasse dalle 7.30 alle 9.30. Per l’intera durata di quelle due ore, l’Ispettore Jette rimase in acqua in condizioni di gelo, mentre tutte le dune circostanti si imbiancavano di neve. “Il desiderio di compiere una buona azione moltiplica le forze e restituisce il pieno vigore della giovinezza; ne ho appena fatto esperienza diretta”.

Queste furono le parole pronunciate dall’Ufficiale Superiore delle Dogane a conclusione di quella movimentata mattina d’inverno. Furono, quelli, sentimenti che avrebbero unito il Comandante dei Doganieri al Maresciallo Giuseppe Steffanez, della gloriosa Gendarmeria, che assieme a lui verranno premiati da Re Vittorio Emanuele II. Con il Regio decreto in data 21 luglio 1866, l’Ispettore Alessio Nicola Jette fu insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, mentre il Maresciallo Giuseppe Steffanezz ricevette la Medaglia d’Argento al Valor di Marina “…per avere, con rischio della propria vita, cooperato col signor Jette alla salvezza dei naufraghi” [4].

 Aleria (Corsica), 1° gennaio 1890

 Il Piroscafo “Persia”, che nel 1890 faceva parte della celebre “Compagnia di Navigazione Generale Italiana”, era un bellissimo bastimento da 1209 tonnellate, con un motore di 140 cavalli vapore e ben 51 uomini d’equipaggio.

La spiaggia di Aleria in una cartolina di fine Ottocento

Era stato costruito e, quindi, varato a Jarrow, nell’Inghilterra nord-orientale, tra il 1869 e il 1870, presso i cantieri della famosa Azienda “Palmers Shipbuilding and Iron Company Limited”.

Assieme alle unità gemelle “India”, “Asia” e “Arabia”, il Piroscafo era stato ordinato dalla gloriosa Società “Raffaele Rubattino & C.”, iscritto, quindi, presso il Compartimento Marittimo di Genova e destinato inizialmente alle rotte delle Indie, assolvendo anche ai compiti del servizio postale[5]. A partire dal settembre del 1881, a seguito della fondazione della “Navigazione Generale Italiana”, sorta attraverso la fusione tra la flotta Palermitana “Ignazio & Vincenzo Florio” e la Genovese “Raffaele Rubattino & C”, in virtù della quale s’unirono i traffici nel Mediterraneo, verso le Americhe e l’Oriente, il Piroscafo “Persia” avrebbe operato prevalentemente nel Mediterraneo, assolvendo sia al traffico passeggeri che a quello mercantile. Per molti anni, poi, avrebbe assicurato soprattutto i collegamenti tra Livorno e Cagliari, ovvero per altre località della Sardegna.

E fu proprio in occasione di uno di essi che si verificò il naufragio del Piroscafo, lungo le coste della Corsica. A darne la notizia fu l’edizione del 3 gennaio del 1890 della diffusissima <<Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia>>, con una corrispondenza da Bastia:  “Il piroscafo Persia della Navigazione Generale Italiana, in viaggio da Livorno a Maddalena con 140 persone a bordo ha investito ieri mattina 1 volgente sulla piaggia di Aleria. Il salvataggio dei passeggeri, cominciato subito, è ora felicemente compiuto. É partito da Genova per Aleria l’altro piroscafo “Raffaele Rubattino”, della stessa Compagnia, mentre il Ministero della Marina ha telegrafato al Comando in capo del 1° Dipartimento a Spezia di inviare solleciti soccorsi” [6].

E, nel mentre sul luogo dell’incagliamento, Alleria, una località sita sulla costa orientale della Corsica, a metà strada tra Bastia e Porto Vecchio, si stavano dirigendo la Torpediniera n. 88 della Regia Marina e la nave oneraria “Città di Milano[7] (in seguito divenuta famosa per essere stata trasformata in nave posa cavi telegrafici sottomarini), la macchina dei soccorsi locale era già partita lo stesso giorno del naufragio, egregiamente predisposta dai Comandi della Gendarmeria Nazionale, in perfetta unione d’intenti con il Corpo delle Dogane, Marina da Guerra, altre Istituzioni, Marineria locale, pescatori del posto ed altri cittadini.

A coordinare l’operazione fu designato l’allora Capitano di Gendarmeria Vittorio Giraud, del Comando di Bastia, il quale fu sussidiato sul posto dal Sottotenente Giuseppe Castagnet, del Distaccamento di Ghisoni, dal Brigadiere Giovanni Battista Rostini e da altri Gendarmi.

Considerando l’alto numero dei passeggeri da evacuare, così come le varie problematiche legate all’assistenza e prima sistemazione dei naufraghi, imponente fu il concorso da parte di altri Enti, in primo luogo quello del Corpo delle Dogane, al Comando del Capitano Giulio Napoleone De Suzzoni, il quale mise a disposizione, oltre all’intera Brigata dei Preposti di Aleria, con in testa il Brigadiere Giuseppe Mazzoni, anche l’equipaggio della locale “Patache”[8] Guardacoste di Dogana”, al comando del Padrone Pietro Libero.

Notevole fu, poi, il ruolo svolto dalla “Societé centrale de sauvetage des naufrages”, in quel frangente presieduta dal Capitano di Vascello della Marina da Guerra in Corsica, Giacomo Teofilo Parfait, coadiuvato da altri ufficiali, ma soprattutto dal battello di salvataggio “Colomba”, del quale ne era Padrone Giacomo Renucci.

Non meno importante fu, infine, il ruolo esercitato in quell’occasione dal Cav. Augusto Orsini, Segretario presso il Regio Consolato Generale d’Italia a Bastia.

Le operazioni di soccorso furono, quindi, rapide e perfettamente sincronizzate fra loro, tanto da consentire ad una Relazione Statistica, stilata qualche tempo dopo, di utilizzare la seguente frase: “Anche per questo fatti, mercé la prontezza dei soccorsi, non si ebbero a lamentare spiacevoli conseguenze”  [9].

Il valore, lo spirito di sacrificio e, soprattutto, la generosità dimostrata anche in quell’occasione dai soccorritori Francesi non fu dimenticata dal Governo Italiano, sebbene “pilotata” dall’Autorità Consolare di Bastia, “molto attenta” nel considerare i ruoli di ciascuno dei soccorritori, ma tenendo a mente l’importanza dei gradi e delle qualifiche rivestite.

Fu, infatti, con Regio decreto del 30 marzo dello stesso 1890 che Re Umberto I concesse la Croce di Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia al Capitano di Vascello della Marina Francese Giacomo Teofilo Parfait, nonché sei Croci di Cavaliere dello stesso Ordine ad altrettanti ufficiali e funzionari, fra i quali lo stesso Segretario del Consolato d’Italia, Augusto Orsini, il Capitano delle Guardie Doganali Giulio Napoleone De Suzzoni e persino al Sig. Giovanni Ostima, Ispettore di Dogana del Circondario di Bastia.

In precedenza, esattamente il 23 di febbraio, era stata concessa la Medaglia d’Argento al Valor di Marina al Capitano Giraud, della Gendarmeria, all’intero equipaggio della “Patache di Dogana”, così come all’equipaggio del battello di salvataggio “Colomba”, ma anche al Sotto Capo Timoniere del Corpo Reale Equipaggi della Regia Marina Italiana, Emanuele Martola e ad altri quatto marinai.

Una modesta Medaglia di Bronzo al Valor di Marina fu, quindi, elargita al Sottotenente di Gendarmeria Giuseppe Castagnet e al Brigadiere Giovanni Battista Rostini, mentre solo un modesto “Attestato Officiale di Benemerenza” (praticamente un pezzo di carta) fu riservato al coraggioso Brigadiere di Dogana Giuseppe Mazzoni, ai Sotto Brigadieri Pietro Capponi e Carlo Antonio Graziani, nonché ai Preposti Nicola Angelini, Francesco Ciattoni ed Angelo Sante Luciani [10].

Ancora una volta, purtroppo, il dispositivo premiale italiano aveva dato il meglio di sé, riservando pomposi Cavalierati solo a persone in vista, mentre modeste Medaglie al Valor di Marina e Attestati furono riconosciuti a chi effettivamente aveva rischiato la pelle o comunque faticato non poco pur di trarre in salvo i 140 malcapitati passeggeri del “Persia”.

Non era certo una coincidenza, ma di quello stesso atteggiamento ne avevano sofferto in passato, ne soffrivano al presente e ne avrebbero sofferto anche in futuro gli omologhi Corpi di Polizia italiani, la Regia Guardia di Finanza e i Reali Carabinieri, non a caso accomunati, molto spesso, in analoghe operazioni di generosa filantropia, come pure abbiamo ricordato sempre su queste pagine [11].

Al di là di ciò, agli uomini della Gendarmeria Nazionale e del Corpo delle Dogane Francesi, la Marineria Italiana deve moltissimo.

Grazie a loro – lo abbiamo già ricordato in apertura – molte vite umane sono state tratte in salvo, a prescindere dalle Medaglie e dai Diplomi di riconoscenza che quei generosi avrebbero meritato. Del resto, come diceva il grande scrittore americano Henry Valentine Miller: “L’uomo ordinario è coinvolto nell’azione, l’eroe agisce. Un’immensa differenza”.

NOTE

[1] Cfr. Corrispondenza dal titolo “Sauvetage de la goëlette italienne la Marietta – Mazzana”, in <<La Douane et le Douanier. Percfectionnes>>, Alger, Imprimerie et Lithographie de F. Paysant, 1870, pag. 34-36.

[2] Ivi, pag. 38.

[3] Ivi, pag. 39.

[4] Cfr. Ministero della Marina, Bollettino Officiale 1866, n. 21, in data 26 luglio 1866, pag. 89.

[5] Cfr. “Appunti sul commercio della Gran Bretagna nel 1868. Rapporto del Cav. G. Capello, R. Console Generale a Liverpool (agosto 1870)”, in Ministero Affari Esteri, Bollettino Consolare, luglio, 1870, Firenze, Stabilimento Cinelli, 1870, pag. 239.

[6] Cfr.  Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n. 2 del 3 gennaio 1890, pag. 43.

[7] Ivi, pag. 41.

[8] La Patache (o patax) era un tipo di piccola imbarcazione a vela del passato, usata come nave da avviso, perlustrazione costiera o supporto logistico alle flotte maggiori.

[9] Cfr. Ministero delle Poste, Relazione Statistica intorno ai Servizi Postale e Telegrafico per l’esercizio 1889-90, Roma, Tipografia di L. Cecchini, 1891, pag. 112.

[10] Cfr. Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n. 91 in data 17 aprile 1890.

[11] Cfr. Gerardo Severino, “Speciale Festa dell’Arma dei Carabinieri: Fiamme d’Argento e Fiamme Gialle. Un’amicizia che sfida i secoli (1816 – 2026)”, in www.reportdifesa.it, 5 giugno 2026.

*Colonnello (Aus) della Guardia di Finanza –  Storico Militare. Membro del Comitato di Redazione Report Difesa

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