Gaza: il nodo irrisolto del Medio Oriente. Una tregua che non ha vincitori né vinti. La resilienza di Hamas, La lunga strada verso la ricostruzione economica, sociale e infrastrutturale

Di Giuseppe Gagliano 

GAZA. La tregua che si sta negoziando nella Striscia di Gaza non lascia spazio a illusioni.

Non ci sono vincitori né vinti.

Israele non ha raggiunto l’obiettivo dichiarato di eliminare militarmente Hamas e il movimento palestinese ha resistito, pagando un prezzo altissimo, senza però ottenere una vittoria decisiva. È un equilibrio instabile, che riflette più il fallimento delle strategie militari e politiche che un reale progresso verso la pace.

Un’immagine dei festteggiamenti dopo l’annuncio dell’accordo

 

Israele: un traguardo mancato

L’obiettivo di Tel Aviv era chiaro fin dall’inizio: annientare Hamas, non solo come forza militare ma anche come entità politica.

Un’ambizione non nuova, già annunciata in passato, ma mai realizzata. Nonostante mesi di operazioni, Israele non è riuscito a cancellare la struttura organizzativa di Hamas, che continua a operare, dimostrando una sorprendente resilienza.

Miliziani di Hamas entrano in territorio israeliano il 7 ottobre 2023

Hamas ha subito perdite enormi: migliaia di miliziani uccisi e una devastazione senza precedenti nella Striscia. Eppure, secondo fonti israeliane, il movimento mantiene una significativa capacità operativa, tanto che solo pochi giorni fa le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno colpito oltre cinquanta obiettivi.

Questo conferma che la minaccia di Hamas è tutt’altro che debellata, rendendo sempre più evidente come l’operazione militare israeliana non abbia raggiunto il suo scopo.

Hamas: la resistenza come vittoria

Per Hamas, sopravvivere all’assalto israeliano rappresenta già una forma di vittoria.

Dopo il devastante attacco del 7 ottobre e le successive operazioni israeliane, il movimento si è riorganizzato, reclutando migliaia di nuovi combattenti tra una popolazione esasperata dalle distruzioni. Questo dato evidenzia che, lungi dall’essere eliminata, la struttura di Hamas è ancora profondamente radicata nella società palestinese.

Se la resistenza a Gaza si è dimostrata tenace, il futuro rimane però incerto. Israele non accetterà mai una tregua che lasci Hamas al potere, e le condizioni per una stabilizzazione a lungo termine appaiono ancora lontane.

Il ruolo dell’Iran e dei proxy regionali

A livello geopolitico, la partita si allarga al ruolo dell’Iran e del suo sistema di alleanze regionali. Nonostante i duri colpi subiti da Hamas e Hezbollah, il sistema dei proxy iraniani non è stato disarticolato. Hezbollah continua a operare in Libano e gli Houthi in Yemen vantano successi geopolitici rilevanti, come la minaccia al traffico marittimo nel Mar Rosso.

L’eliminazione di diversi leader di Hamas e di Hezbollah, pur avendo un forte impatto simbolico, non ha cambiato la dinamica del conflitto. Questi movimenti sono preparati a gestire ricambi interni e a mantenere il controllo delle proprie basi operative.

La pressione internazionale: USA ed Egitto in campo

La tregua, se raggiunta, sarà frutto delle pressioni congiunte di Stati Uniti ed Egitto. L’amministrazione Biden ha investito molto nel processo, ma la vera spinta potrebbe arrivare con il ritorno di Donald Trump, che promette di affrontare i conflitti globali con un approccio pragmatico. Trump, amico di Netanyahu, potrebbe giocare un ruolo determinante, bilanciando la sua inclinazione verso Israele con la necessità di stabilizzare l’area.

L’Egitto, dal canto suo, è stato un mediatore fondamentale, insistendo sul ritiro israeliano dal corridoio di Filadelfia, al confine con il Sinai. Questo tratto è strategico per il controllo del contrabbando, ma il suo presidio da parte di Israele è percepito come una violazione della sovranità egiziana.

Un carro armato israeliano Merkava

 

Una guerra inutile?

Dopo più di un anno di conflitto, la domanda fondamentale rimane: a cosa è servita questa guerra? Se Hamas rimane saldamente al potere e le tensioni nella regione continuano, il rischio è che si sia combattuto inutilmente, accumulando solo distruzione e sofferenza.

L’attuale tregua rappresenta una pausa, non una soluzione. Gaza resta un nodo irrisolto del Medio Oriente, il simbolo di un equilibrio impossibile tra la sicurezza di Israele e le aspirazioni palestinesi.

Ma forse, come suggerisce il possibile ritorno di Trump, è il momento di immaginare una nuova via, dove la diplomazia prenda finalmente il posto delle armi.

Gaza oggi

Gaza è oggi un immenso cimitero di macerie.

In poco più di un anno, i bombardamenti incessanti e le demolizioni sistematiche da parte dell’Esercito israeliano hanno trasformato la Striscia in un territorio irriconoscibile.

Le cifre fanno rabbrividire: 40 milioni di tonnellate di detriti, un inferno di amianto e ordigni inesplosi, e quasi il 70% degli edifici distrutti o gravemente danneggiati.

 

Un’immagine dei bombardamenti su Gaza

Per rimuovere tutto questo, una flotta di 100 TIR dovrebbe lavorare senza sosta fino al 2040. Il paragone con Berlino del dopoguerra è inevitabile. Nel 1945, il 30% degli edifici era andato distrutto.

A Gaza, siamo oltre il doppio. Una distruzione talmente vasta che neppure l’oceano di dati forniti dall’Ufficio centrale di statistica palestinese riesce a renderne l’effettiva portata.

Eppure, i numeri parlano chiaro: 46.645 morti, 11 mila dispersi, 110 mila feriti.

Una popolazione ridotta del 6%, con 100 mila gazawi costretti a lasciare la loro terra.

Quelli che rimangono, 1,9 milioni di sfollati interni su una popolazione prebellica di 2,1 milioni, sopravvivono tra tende e macerie, con il 47% composto da bambini che, per la maggior parte, non vedranno mai un’aula scolastica.

La crisi umanitaria è totale. Le scuole sono un ricordo lontano: l’88% inutilizzabile, 660 mila studenti senza accesso all’istruzione, e per le Università non c’è più speranza.

Gli ospedali sono al collasso: metà ha chiuso, quelli ancora attivi sono in condizioni disperate.

La malnutrizione colpisce quasi tutti i bambini sotto i due anni e le loro madri, mentre l’economia è scomparsa: l’80% delle attività commerciali chiuse, il 70% dei terreni agricoli inutilizzabili, il bestiame ridotto al minimo.

E come se non bastasse, le strade sono impraticabili per il 68%, un numero che sale vertiginosamente nelle aree sotto il controllo israeliano. Nel cuore di questo inferno si trovano i corridoi della divisione, come quello di Netzarim, che taglia in due Gaza, o quello di Filadelfia, che separa la Striscia dall’Egitto.

Qui, l’Esercito israeliano ha distrutto tutto ciò che poteva ostacolare il controllo militare, estendendo le zone cuscinetto e lasciando solo rovine.

E poi c’è la ricostruzione, o meglio, l’utopia della ricostruzione. La Banca Mondiale e il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite parlano di cifre astronomiche: 40 miliardi di dollari e almeno 16 anni di lavori, ammesso che si possa iniziare domani.

Ma chi pagherà? Chi si assumerà la responsabilità di una simile impresa?

Le risposte, come sempre, restano sospese nel vuoto, mentre a Gaza la vita si spegne lentamente, un giorno dopo l’altro, tra le macerie di una tragedia senza fine.

©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto