Gaza: il punto della situazione in seguito al bluff di Hamas riguardo all’accordo e alla presa del valico di Rafah da parte di Tel Aviv

Di Fabrizio Scarinci

RAFAH (STRISCIA DI GAZA). Tre distinte fasi da sei settimane l’una.

Nella prima si avrebbero una temporanea cessazione delle ostilità, il ritiro delle forze israeliane dalle aree maggiormente popolate della Striscia di Gaza (a cui, ovviamente, si accompagnerebbe il progressivo ritorno dei civili nei propri luoghi d’origine), il graduale rilascio di 33 tra anziani, donne, malati e minori  da parte di Hamas (ognuno dei quali verrebbe liberato, a seconda dei casi, in cambio di 30-50 detenuti palestinesi riguardo ai nomi dei quali Tel Aviv non dovrebbe porre alcun veto), una prima pianificazione delle attività di ricostruzione e il ritorno sul territorio dell’UNWRA e di altre organizzazioni umanitarie.

Forze di terra israeliane operanti all’interno della Striscia di Gaza

Nella seconda si avrebbero il ritiro completo delle IDF e una seconda librazione di ostaggi (questa volta di sesso maschile, anche se non sarebbe chiaro in cambio di quanti detenuti).

Nella terza, infine, si avrebbe il definitivo scambio di prigionieri in mano ai due contendenti.

Sono questi, in linea di massima, i termini dell’accordo che Hamas ha dichiarato di aver accettato nella tarda serata di ieri.

Un testo che, pur essendo scaturito da alcune modifiche operate dai mediatori di Egitto e Qatar (o almeno così si era appreso inizialmente), sembrerebbe quantomeno “singolare”, oltre che, naturalmente, molto diverso dall’originale.

Nella remota ipotesi in cui fosse stato accettato, esso avrebbe, infatti, comportato una sostanziale resa dello Stato Ebraico e un completo ritorno allo status quo ante (un po’ come se l’aggressione diretta e su vasta scala del 7 ottobre scorso non fosse mai avvenuta).

Ovviamente, dopo aver brevemente esaminato il testo (verosimilmente redatto allo scopo di far ricadere le colpe del mancato accordo su Israele) gli israeliani hanno deciso di rigettarlo, intraprendendo quasi immediatamente una rapida operazione militare volta a prendere il controllo del valico di Rafah sul confine meridionale della Striscia.

Bandiera israeliana issata nei pressi del valico di Rafah

In particolare, secondo alcune fonti locali, già pochissime ore dopo la finta accettazione dell’accordo da parte di Hamas, mezzi corazzati e truppe appiedate di Tel Aviv avrebbero iniziato a muoversi (supportate dall’aviazione e dal fuoco dell’artiglieria) attraverso il valico di Karem Shalom (dunque a partire da sud-est) raggiungendo il valico in tempi molto brevi.

Ovviamente non si tratta della famigerata “azione finale” contro Hamas di cui si parla da ormai qualche mese a questa parte, ma piuttosto di una manovra (se si vuole preliminare) volta ad accerchiare gli ultimi combattenti dell’organizzazione ed impedire ai loro comandanti (ovviamente quelli presenti in loco, dato che i veri leader si trovano in Qatar) di fuggire verso l’Egitto.

Il valico di Rafah rappresenta, però, anche il principale punto di passaggio via terra degli aiuti destinati alla Striscia, ragion per cui, da più parti, è stato chiesto a Tel Aviv di provvedere il prima possibile alla sua riapertura.

Gli Stati Uniti, ad esempio, pur confermando il loro pieno sostegno allo Stato Ebraico, si sarebbero nuovamente detti contrari all’eventuale lancio di un’azione definitiva su Rafah ed avrebbero chiarito al governo di Benjamin Netanyahu di “esigere” la riapertura del valico in questione.

Quanto accaduto nelle prime ore di oggi non ha, però, impedito l’ulteriore ripresa dei negoziati del Cairo, ai quali Israele starebbe ora prendendo parte con una delegazione composta da membri dei suoi Servizi Segreti esterni.

Il suo scopo sarebbe, almeno per il momento, quello di verificare la disponibilità di Hamas ad accettare condizioni diverse rispetto a quelle presenti nel testo di ieri.

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