Gaza: la trincea tra Spirito e Spada. Una breve analisi dell’operazione Gideon’s Chariots II

Di Cristina Di Silvio*

WASHINGTON D.C. Israele ha ottenuto il via libera per la conquista totale di Gaza City con l’operazione ufficialmente denominata Gideon’s Chariots II – un richiamo diretto al giudice biblico Gedeone, figura del Libro dei Giudici (capitoli 6-8), che con soli 300 uomini, selezionati per fede e determinazione, sconfisse un’armata madianita di decine di migliaia.

Carri Merkava in azione

Non si tratta di un’allusione casuale: come allora, anche oggi Israele evoca l’idea di un’operazione chirurgica, motivata dalla convinzione, alimentata da simboli storici e religiosi, di dover affrontare un nemico insidioso, radicato e apparentemente superiore.

Il parallelo è chiaro: ridurre Hamas, territorialmente e militarmente, con determinazione, rigore strategico e una velocità tattica che miri a sorprendere e disarticolare il comando nemico.

Il capo di Stato Maggiore, Generale Eyal Zamir, ha tuttavia sollevato riserve cruciali.

Il capo di Stato Maggiore dell’IDF, Generale Eyal Zamir

Secondo alcune fonti interne, avrebbe definito l’operazione “potenzialmente letale” per gli ostaggi israeliani ancora vivi, e “una manovra che rischia di trascinare le truppe in una trappola urbana intricata, logorante, ad alto costo umano”.

In un recente briefing, l’IDF ha ribadito l’intenzione di “applicare una strategia operativa avanzata per la caduta del regime di Hamas, minimizzando le perdite e garantendo il ritorno degli ostaggi”.

Milizie di Hamas

Il dispositivo è pronto: 60 mila riservisti richiamati, corridoi umanitari predisposti, mappe di evacuazione tracciate.

L’assalto, se confermato, sarà totale.

Ma proprio mentre le truppe si mobilitano, Hamas lancia un segnale inaspettato.

Accetta, secondo quanto riferito da fonti interne all’AFP, una proposta di tregua della durata di 60 giorni.

La bozza dell’accordo, mediata da Qatar, Egitto e sostenuta tacitamente dagli Stati Uniti, prevede una sospensione bilaterale delle ostilità in cambio della liberazione immediata di 10 ostaggi israeliani, seguita dal rilascio progressivo di altri prigionieri e dalla restituzione di alcuni corpi.

Si tratterebbe di un compromesso in più fasi, con l’obiettivo ultimo di avviare trattative strutturali per una cessazione duratura del conflitto.

Il contesto geopolitico si fa sempre più denso.

L’Egitto ha espresso disponibilità a partecipare a una forza di stabilizzazione post-bellica con mandato delle Nazioni Unite.

Il primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mohammad Mustafa, ha annunciato l’istituzione imminente di un comitato ad interim per la gestione civile della Striscia nel periodo di transizione.

Un preludio, forse, alla ristrutturazione completa del sistema di governance dell’enclave.

Intanto, Hamas intensifica la propria campagna comunicativa: sui canali Telegram vicini al movimento, l’evacuazione viene descritta come “umiliazione”, “sfollamento forzato”, una narrazione che punta a consolidare l’immagine del martirio e dissuadere la popolazione civile dal lasciare le proprie case, anche a costo della vita.

Nel frattempo, in Israele, la frattura interna si allarga.

Il premier Benjamin Netanyahu continua a sostenere la linea dura, incalzato dall’ultradestra rappresentata da Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich.

Bezalel Smotrich

Per loro, nessun accordo parziale è accettabile: solo la resa incondizionata di Hamas, la completa liberazione degli ostaggi e il disarmo totale del movimento islamista possono rappresentare un esito accettabile.

Eppure, la piazza racconta un’altra storia.

Decine di migliaia di israeliani – familiari dei sequestrati, attivisti civili, cittadini comuni – hanno invaso le strade di Tel Aviv, Haifa, Gerusalemme.

Chiedono la fine delle ostilità, un accordo per il rilascio degli ostaggi, un’uscita da una guerra che, per molti, si è trasformata in una spirale senza fine.

I sondaggi parlano chiaro: l’80% degli israeliani è favorevole a un cessate il fuoco immediato. Inquadrare questa fase della guerra significa riconoscere come la linea di faglia non sia più solo militare, ma simbolica.

Gaza è divenuta, nella narrativa collettiva, un crocevia spirituale e geopolitico.

Il Corano descrive battaglie in cui la fede plasma la strategia (Sura Al-Anfal, Sura Al-Baqara), mentre nella Bibbia le città assediate sono teatro di prova divina.

La tensione tra sacro e profano, tra martirio e resistenza, tra giustizia e vendetta, si è fatta tangibile. Gaza, come un’arena antica, incarna ora lo scontro fra due visioni del mondo: quella della forza che pretende sicurezza attraverso la distruzione, e quella della fede che legittima il sacrificio come unica forma di resistenza.

Se Israele dà il via all’assalto, si apre uno scenario da guerra urbana a lungo termine: combattimenti ravvicinati, imboscate nei tunnel, perdite elevate tra civili e militari, e un’ulteriore destabilizzazione regionale.

Se accetta la tregua, potrebbe ottenere risultati strategici sul piano umanitario e diplomatico, ma rischia di apparire debole agli occhi di un elettorato diviso e di una coalizione governativa sempre più instabile.

Il tempo gioca un ruolo centrale: ogni ora che passa, ogni ostaggio che non torna, ogni missile che cade, trasforma una decisione militare in un evento irreversibile.

Gaza oggi è sospesa tra l’assalto e la trattativa, tra la trincea e il tavolo negoziale, tra l’eco della spada e il silenzio incerto della diplomazia.

La prossima mossa non sarà solo strategica: sarà storica, e segnerà il futuro non solo del conflitto israelo-palestinese, ma degli equilibri del Medio Oriente intero.

*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)

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