Gaza: Washington al Centro del Nuovo Ordine mediorientale. La stabilizzazione americana che riprogetta la Geopolitica

Di Cristina Di Silvio*

WASHINGTON D.C.  A poche settimane dal fragile cessate il fuoco mediato da Donald Trump tra Israele e Hamas, Washington ha lanciato una manovra strategica di portata storica: la creazione dell’International Stabilization Force (ISF).

Concepi­ta non come una tradizionale missione di peacekeeping, ma come un’operazione avanzata di stabilizzazione urbana e governance tecnica multilivello, la ISF mira a esercitare controllo operativo, sicurezza e governance su Gaza, relegando l’Autorità Palestinese a un ruolo marginale e ignorando la soluzione dei due Stati.

Il Presidente Trump con Benjamin Netanyahu

La presentazione al Consiglio di Sicurezza ONU il 6 novembre 2025 segna un cambio di paradigma: gli Stati Uniti diventano il centro nevralgico della sicurezza e della governance regionale, con Israele ed Egitto come partner operativi principali.

La ISF si struttura su tre livelli interconnessi, concepiti per garantire rapidità decisionale e flessibilità tattica in un ambiente urbano complesso e densamente popolato:

Comando strategico americano, supervisione della pianificazione politica, delle regole d’ingaggio multilaterali, del coordinamento con Israele ed Egitto e della gestione dei finanziamenti internazionali.

Comando tattico multinazionale aggrega contingenti provenienti da Egitto, Turchia, Indonesia e Azerbaigian, garantendo interoperabilità, comunicazioni cifrate e coordinamento ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance)

Esecuzione sul terreno unità modulari operative per sicurezza urbana, protezione civile, smilitarizzazione selettiva delle infrastrutture di Hamas e gestione dei corridoi logistici e umanitari.

Questa architettura permette di centralizzare le decisioni strategiche senza sacrificare la reattività tattica in contesti urbani complessi.

Carri Merkava ripresi a ridosso della Striscia

Sebbene truppe siano già insediate in tre nodi strategici della Striscia, la missione non è ancora pienamente operativa.

Le unità stanno completando la fase preparatoria, che comprende: costruzione di basi avanzate e hub logistici modulari; Integrazione dei sistemi ISR e delle comunicazioni cifrate tra contingenti multinazionali; Addestramento congiunto e definizione di protocolli interoperabili di comando e controllo.

Questa fase è cruciale per garantire la resilienza della catena di comando, la gestione urbana e la prontezza operativa prima del pieno dispiegamento. La missione integra asset ISR avanzati, tra cui UAV tattici, sensori urbani, sistemi di geolocalizzazione e raccolta dati in tempo reale.

Gli strumenti permettono: monitoraggio continuo delle infrastrutture critiche e dei movimenti di Hamas, supporto alle decisioni operative sul terreno, coordinamento rapido con Israele ed Egitto per prevenire escalation.

Le unità operative dispongono inoltre di: team di intervento rapido modulari, addestrati per scenari urbani ad alta densità civile, capacità di demining e neutralizzazione mirata di minacce, squadre di sicurezza civile per protezione dei corridoi umanitari e dei civili vulnerabili.

La Striscia sarà gestita da un’amministrazione palestinese tecnica, subordinata al Board of Peace presieduto da Trump.

L’Autorità Palestinese viene esclusa da ruoli significativi e la soluzione dei due Stati non è contemplata, garantendo agli Stati Uniti il monopolio strategico sulla stabilizzazione e sulla governance locale.

Il sostegno internazionale è condizionato: i Paesi arabi richiedono consenso bilaterale (Israele e palestinesi) prima di impegnare truppe o risorse. L’Europa mantiene prudenza diplomatica, mentre Washington spinge per un’adozione rapida della risoluzione ONU.

Una riunione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite

La missione dipende da contributi multilaterali, con i Paesi del Golfo, soprattutto Arabia Saudita, attesi a coprire la maggior parte dei costi.

La logistica è modulare: hub avanzati nei tre nodi iniziali, corridoi di rifornimento protetti, magazzini mobili e sistemi di trasporto tattico rapido, a garantire continuità operativa anche sotto attacchi mirati o sabotaggi. L’ambiente operativo è complesso: densità urbana elevata, infrastrutture sotterranee, presenza civile massiccia.

Gli scenari critici includono: attacchi diretti o sabotaggi da parte di Hamas, discrepanze operative tra contingenti multinazionali, pressioni politiche esterne sul Board of Peace, limitazioni finanziarie o logistiche, che potrebbero ritardare il pieno dispiegamento.

Mitigazione: unità mobili di intervento rapido, ISR costante, protocolli flessibili di comando, addestramento congiunto e comunicazioni cifrate sicure.

Timeline operativa: Fase preparatoria (in corso): insediamento nei tre nodi, costruzione basi, test ISR e interoperabilità; Fase iniziale operativa: sicurezza urbana limitata, smilitarizzazione selettiva, gestione corridoi umanitari, piena operatività: estensione della presenza in tutta la Striscia, governance tecnica pienamente operativa, implementazione completa delle unità di polizia palestinesi.

La transizione tra le fasi dipende dalla ratifica ONU, dal consenso multilaterale e dalla disponibilità finanziaria.

L’ISF rappresenta un modello avanzato di stabilizzazione urbana e governance tecnica, dove capacità operative, tecnologia ISR e diplomazia multilaterale convergono sotto guida americana. Pur essendo attualmente in fase preparatoria, con truppe insediate ma non ancora pienamente operative, la missione costituisce un laboratorio globale per il controllo strategico statunitense, la sicurezza di Israele e l’innovazione nella gestione di territori urbani ad alto rischio geopolitico.

Se condotta con disciplina e consenso multilaterale, Gaza 2025 può diventare un punto di riferimento internazionale per la stabilizzazione controllata di territori complessi, consolidando la posizione degli Stati Uniti come garante unico della sicurezza regionale e della governance tecnica.

ENGLISH VERSION

Gaza: Washington at the Center of the New Middle Eastern Order. American Stabilization Redesigning Geopolitics

By Cristina Di Silvio*

WASHINGTON D.C. Just weeks after the fragile ceasefire mediated by Donald Trump between Israel and Hamas, Washington has launched a strategic maneuver of historic proportions: the creation of the International Stabilization Force (ISF).

Designed not as a traditional peacekeeping mission but as an advanced operation of urban stabilization and multi-level technical governance, the ISF aims to exercise operational control, security, and governance over Gaza, relegating the Palestinian Authority to a marginal role and disregarding the two-state solution.

Hamas militias

Its presentation to the UN Security Council on November 6, 2025, marks a paradigm shift: the United States becomes the nerve center of regional security and governance, with Israel and Egypt as the main operational partners.

The ISF is structured around three interconnected levels, designed to ensure rapid decision-making and tactical flexibility in a complex, densely populated urban environment: American Strategic Command – Oversees political planning, multilateral rules of engagement, coordination with Israel and Egypt, and management of international funding;  Multinational Tactical Command, Aggregates contingents from Egypt, Turkey, Indonesia, and Azerbaijan, ensuring interoperability, encrypted communications, and ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) coordination; Field Execution – Modular operational units for urban security, civil protection, selective demilitarization of Hamas infrastructure, and management of logistics and humanitarian corridors. This architecture allows strategic decisions to be centralized without sacrificing tactical responsiveness in complex urban settings. Although troops are already deployed at three strategic nodes in the Gaza Strip, the mission is not yet fully operational. Units are completing a preparatory phase, which includes: Construction of advanced bases and modular logistics hubs; Integration of ISR systems and encrypted communications among multinational contingents; Joint training and development of interoperable command and control protocols. This phase is crucial to ensure command chain resilience, urban management, and operational readiness before full deployment. The mission integrates advanced ISR assets, including tactical UAVs, urban sensors, geolocation systems, and real-time data collection tools.

Israelian soldiers in Gaza Strip

These tools enable: Continuous monitoring of critical infrastructure and Hamas movements; Operational decision support on the ground; Rapid coordination with Israel and Egypt to prevent escalation. Field units are also equipped with: Modular rapid response teams trained for high-density urban scenarios; Demining and targeted threat-neutralization capabilities; Civil security teams for the protection of humanitarian corridors and vulnerable civilians.

The Strip will be managed by a technical Palestinian administration, subordinate to the Board of Peace chaired by Trump.

The Palestinian Authority is excluded from meaningful roles, and the two-state solution is not considered, guaranteeing the United States a strategic monopoly over stabilization and local governance. International support is conditional: Arab countries demand bilateral consent (Israel and Palestinians) before committing troops or resources. Europe maintains diplomatic caution, while Washington pushes for rapid adoption of the UN resolution.

The mission relies on multilateral contributions, with Gulf states, particularly Saudi Arabia, expected to cover most costs.

Logistics are modular: advanced hubs at the three initial nodes, protected supply corridors, mobile warehouses, and rapid tactical transport systems ensure operational continuity even under targeted attacks or sabotage. The operational environment is complex: high urban density, underground infrastructure, and a large civilian presence. Critical scenarios include: Direct attacks or sabotage by Hamas; Operational discrepancies among multinational contingents; External political pressures on the Board of Peace; Financial or logistical limitations that could delay full deployment. Mitigation measures include mobile rapid intervention units, continuous ISR, flexible command protocols, joint training, and secure encrypted communications. Operational timeline: Preparatory Phase (ongoing): Deployment to the three nodes, base construction, ISR and interoperability testing; Initial Operational Phase: Limited urban security, selective demilitarization, humanitarian corridor management; Full Operational Phase: Extension of presence throughout the Strip, fully operational technical governance, complete implementation of Palestinian police units. Transition between phases depends on UN ratification, multilateral consensus, and financial availability.

The ISF represents an advanced model of urban stabilization and technical governance, where operational capabilities, ISR technology, and multilateral diplomacy converge under American leadership.

Although currently in the preparatory stage -with troops deployed but not yet fully operational – the mission constitutes a global laboratory for U.S. strategic control, Israeli security, and innovation in managing geopolitically high-risk urban territories.

If conducted with discipline and multilateral consensus, Gaza 2025 could become an international benchmark for controlled stabilization of complex territories, consolidating the United States’ position as the sole guarantor of regional security and technical governance.

*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni, geopolitica e diritti umani

**Expert in International Relations, Institutions, Geopolitics, and Human Rights

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