Di Fabrizio Scarinci
ROMA. Come noto, il progressivo scioglimento delle calotte polari, dovuto al fenomeno dei cambiamenti climatici, sta rendendo il Mar Glaciale Artico sempre più accessibile.
In virtù di questa maggiore accessibilità, l’area in questione sembrerebbe aver acquisito una centralità senza precedenti a livello politico-strategico, diventando anch’essa un importante teatro di competizione tra le maggiori potenze del pianeta.
Non è, infatti, un caso se nella regione si assiste, da anni, ad un notevole incremento delle attività spionistiche e militari dei maggiori Paesi rivieraschi, tra cui, come tutti sanno, figurano anche Russia e Stati Uniti.
Allo stesso modo, non è un caso neppure il fatto che la Repubblica Popolare Cinese, identificata da Washington come il suo principale rivale strategico, sia anch’essa sempre più presente nell’area.
Tra i vari fattori alla base di questo progressivo interessamento, figurano anche le enormi potenzialità economiche derivanti dal controllo di questo sempre più prezioso bacino.
Oltre ad essere particolarmente ricco di materie prime e di risorse energetiche, infatti, qualora fosse pienamente navigabile, esso potrebbe consentire una notevole riduzione dei tempi e dei costi per ciò che concerne il trasporto di merci via mare tra Estremo Oriente e Nord-Atlantico, comportando una “rivoluzione” non da poco nell’ambito dei commercio marittimi.
Una rivoluzione che, come è facile osservare, impatterebbe notevolmente anche sul “nostro” Mediterraneo, divenuto negli ultimi due secoli la principale “scorciatoia” da percorrere allo scopo di velocizzare i commerci tra Europa e Asia.
Tutto questo impone, ovviamente, una maggiore conoscenza delle sempre più complesse dinamiche che caratterizzano l’Artico e, allo scopo di approfondire la tematica in questione, Report Difesa ha intervistato Emanuela Somalvico, Direttrice dell’Osservatorio sull’Intelligence dell’Artico autrice del saggio “Prospettiva Artico. Nuove sfide per l’intelligence”, edito, con prefazione del Professor Mario Caligiuri, dalla casa editrice “Edizioni Fondazione Margherita Hack”.

Direttore, il Mar Glaciale Artico, complici i cambiamenti climatici in atto, risulta sempre più accessibile, sia per quanto riguarda la navigazione, sia per ciò che concerne lo sfruttamento delle materie prime presenti. Quali sono le dinamiche che derivano da questa situazione?
Con il costante scioglimento dei ghiacci e una maggiore percorribilità delle rotte cosiddette artiche cresce l’interesse internazionale per l’utilizzo di uno specchio d’acqua fino ad oggi non percorribile. Le rotte principali da tenere oggi in considerazione sono due, ovvero quella a nord est, che attraversa gli arcipelaghi di fronte alle coste canadesi e quella a nord ovest, che lambisce il territorio russo. Entrambe stanno diventando percorribili per un sempre maggior numero di mesi all’anno, fornendo la possibilità di rendere i viaggi tra Asia ed Europa o continente americano molto più brevi in termini di tempo, meno dispendiosi e, oltretutto, meno inquinanti.
In generale, un più agevole accesso al Mare Artico apre a nuove possibilità di utilizzo della superficie e dello sfruttamento dei fondali, con il rischio di accendere (o riaccendere) competizioni vecchie e nuove. E’ inoltre opportuno osservare con attenzione e agire in termini di prevenzione in contrasto a probabili fenomeni di infiltrazioni criminali nei nuovi sviluppi economici dell’Artico.
Russia e Cina, ad oggi i principali competitor dell’Occidente, sembrano entrambe molto attive nella regione. Quali sono i loro obiettivi?
Si può indubbiamente parlare di partnership tra Cina e Russia nelle nuove dinamiche artiche.
Per la Russia l’Artico rappresenta un aspetto determinante per lo sviluppo della sua economia, considerato che circa il 20% del territorio russo ricade in zona artica e che appartiene alla Russia oltre il 50% delle coste che si affacciano sul Mare Artico. E’ dunque evidente che sia estremamente elevato l’interesse per le materie prime di cui l’Artico abbonda, in termini di petrolio, gas, terre rare, diamanti ma anche riserve ittiche.
La Cina, invece, che dal 2013 ha assunto lo status di membro osservatore nel Consiglio Artico, già dal 2008 aveva rivendicato il titolo di “near Arctic State”, ritenendo necessaria la propria forte presenza nel territorio polare per via del contrasto ai cambiamenti climatici, i cui effetti devastanti colpiscono con veemenza anche la stessa Cina.
Una presenza, quella cinese in Artico, che è cresciuta in maniera direttamente proporzionale all’aumento delle sanzioni nei confronti della Federazione russa a seguito dell’invasione del territorio ucraino.
La Repubblica Popolare Cinese è attiva sul piano scientifico, con l’attivazione di progetti e missioni che fanno capo alla stazione Yellow River Station nelle Svalbard, ma è anche molto presente con investimenti ingenti nelle attività di estrazione del gas nell’Artico russo e per lo sviluppo delle infrastrutture della Northern Sea Route. Al riguardo, Russia e Cina hanno firmato nel marzo 2023 un accordo di collaborazione che prevede anche la costruzione di nuove navi containers adatte a navigare in sicurezza anche in presenza di ghiacci (Arctic-class conteinerships) e sfruttare in tal modo la rotta per tutto il corso dell’anno.
Di fatto la città di Murmansk ospita un porto già operante per tutto l’anno. Nella stessa primavera 2023 le guardie costiere dei due Paesi hanno sottoscritto un patto per la sicurezza marittima, aprendo alla possibilità di esercitazioni congiunte e sancendo in questo modo la presenza legittima di navi cinesi con funzioni di controllo marittimo.
E’ proprio di questi giorni la notizia della presenza di quattro navi del China Navy Task Group, tra cui un incrociatore e un cacciatorpediniere, avvistate nei pressi delle isole Aleutine, che transitavano senza essere state intercettate dai radar.
Infine, non si deve dimenticare che è stata dichiarata la volontà di aprire un centro di ricerca e polo turistico nelle Svalbard che faccia capo ai Paesi BRICS, di cui Russia e Cina rappresentano l’asse portante.
A fronte del deterioramento dei rapporti della Federazione Russa con l’Occidente ed in particolare con il Consiglio Artico, l’apertura di una base operativa dei BRICS al Polo potrebbe far pensare al tentativo di strutturare un’alternativa al principale consesso internazionale che dal 1996 rappresenta gli Stati Artici.
Nell’area ci sono, però, anche americani, canadesi, norvegesi e danesi (questi ultimi parte dell’UE). Come stanno agendo gli attori occidentali presenti?
Gli attori in gioco nell’Artico sono, in primis, gli otto stati membri che fanno parte del forum intergovernativo denominato Consiglio Artico, ovvero tutti gli Stati che si affacciano sul Mare Artico, definiti, per questo, Stati Artici. Prima dello scoppio della guerra in Ucraina, nonostante alcune tensioni con la Russia si fossero già avvertite a seguito dell’annessione della Crimea, gli otto Stati Artici collaboravano su questioni quali quelle inerenti le conseguenze del cambiamento climatico, in un clima di cosiddetto “eccezionalismo artico”.
Infatti, nonostante la Federazione Russa avesse, già nel primo decennio di questo secolo, iniziato a dimostrare una costante e crescente volontà di aumentare la propria presenza polare, sia in relazione allo sviluppo infrastrutturale che per ciò che concerne la riattivazione di strutture militari già esistenti e la nascita di nuove basi militari o strutture dual-use, le preoccupazioni per i cambiamenti climatici e la relativa collaborazione a riguardo erano considerate prioritarie.
In tale contesto, neppure un’attività simbolicamente tanto rilevante come la bandiera russa piantata durante una missione del 2007 sul fondo del Polo Nord a 4300 metri di profondità aveva destato particolari allarmi concreti.
Dopo il febbraio 2022, sia per via del crescente clima di tensione dovuto al conflitto ucraino, sia per via della “necessità geopolitica” (per dirla con le parole di un atto ufficiale dell’UE) rappresentata dalla presenza di materie prime fondamentali quali metalli (nello specifico terre rare), e dal ricco bacino ittico artico, gli attori occidentali hanno modificato la propria postura anche in termini miliari.
In particolare, Canada e Stati Uniti hanno rivisto le proprie strategie artiche, nella consapevolezza di dover potenziare le proprie capacità nella regione.
Inoltre, con il recente ingresso nella NATO di Finlandia e Svezia, gli equilibri sono radicalmente mutati e si sono intensificate le esercitazioni congiunte nei territori polari.
In questo momento stiamo, pertanto, assistendo ad una escalation silenziosa ma preoccupante della tensione, che si declina in attività afferenti alla categoria delle cosiddette “minacce ibride”, tra cui azioni di disturbo di GPS, tensioni ai confini della Finlandia per via degli intensi arrivi di migranti, attacchi cyber sempre più frequenti alle infrastrutture e una forte intensificazione delle attività di spionaggio. Per dirla con le parole del Comandante del Military Committee della NATO, l’Ammiraglio Rob Bauer: “The North Atlantic alliance has to be prepared for the unexpected”.
Dall’apertura del Canale di Suez il Mediterraneo ha sempre rappresentato una fondamentale via di collegamento tra Occidente e continente asiatico. Quale potrebbe avere sull’importanza del nostro bacino la crescente navigabilità dell’Artico?
La possibile apertura di nuove rotte, che si sta concretizzando a causa dello scioglimento dei ghiacci, potrebbe senz’altro avere risvolti molto significativi.
Il monitoraggio di tali evidenze rappresenta, a mio parere, un’assoluta priorità. Infatti, se è vero che un panorama concreto di nuove rotte artiche funzionanti a pieno titolo e percorribili per molti mesi dell’anno è ancora lontano nel tempo e le infrastrutture portuali adeguate per gestire un traffico marittimo consistente sono ancora piuttosto scarse, il fatto che il 90% del commercio mondiale si svolga attraverso rotte marittime non va certo trascurato, così come il ruolo da protagonista della Cina nel traffico mondiale di merci.
I maggiori porti commerciali sono, attualmente, i porti asiatici e la Cina, oltre ad essere il più grande costruttore navale del mondo, vanta anche la seconda flotta commerciale del pianeta.
Risulta quindi evidente che, qualora le merci asiatiche venissero prevalentemente movimentate lungo le rotte artiche, rendendo i viaggi più corti e riducendo dunque anche le emissioni inquinanti, si ridurrebbe drasticamente la centralità che è oggi riservata al commercio marittimo nel Mediterraneo.
Ciò potrebbe avere pesantissimi risvolti per i porti italiani e, quindi, a cascata, sulla nostra economia.
Doveroso quindi valutare, basando le analisi su dati realistici, sia i possibili scenari che potrebbero delinearsi a causa di una diversa strutturazione del commercio internazionale, sia quali azioni di mitigazione del rischio sarebbe necessario intraprendere con largo anticipo.
In Italia si parla da anni di “Strategia per l’Artico”. Qual è il ruolo che il nostro Paese intende giocare nella regione?
Il nostro Paese, oltre ad una lunga tradizione di esploratori e di attività scientifiche nel Polo, vanta la presenza di numerosi enti intergovernativi ed associazioni internazionali non governative e, dal 2013, anche il ruolo di Membro Osservatore nell’ambito del Consiglio Artico.
Uno status ottenuto anche da altri Stati europei ed asiatici, tra cui Francia, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Svizzera, UK, Giappone, Cina, Corea del Sud e perfino India e Singapore.
In generale, il nostro posizionamento è in linea con quello dell’Unione Europea, che vede nell’Artico un bacino potenzialmente prezioso in fatto di materie prime, nonché un importante riferimento per l’approvvigionamento delle riserve ittiche.
L’Italia, che riconosce la “priorità strategica” dell’Artico, si è dotata di una strategia polare già nel 2015, aggiornata a seguito delle audizioni tenutesi nell’ambito delle indagini conoscitive sulla strategia italiana per l’Artico durante la XVII Legislatura (2017).
Gli scienziati italiani partecipano ai diversi gruppi di lavoro nell’ambito del Consiglio Artico e molte eccellenze societarie italiane operano nei territori artici, in particolare nel settore energetico.
Presso il Ministero degli Esteri si riunisce il Tavolo Artico, coordinato dall’ambasciatore plenipotenziario dell’Artico che coordina le attività italiane.
Al Tavolo siede anche l’Osservatorio di Intelligence sull’Artico nato in seno alla Società Italiana di Intelligence, in cui ho l’onore e l’onere di ricoprire il ruolo di Direttore
In un contesto di cambiamenti globali come quello odierno, in cui l’Artico rappresenta un teatro di mutamenti sia per quanto riguarda le tematiche inerenti la sicurezza, sia per ciò che concerne quelle connesse al panorama economico internazionale, abbiamo ritenuto opportuno proporre una lettura delle dinamiche della regione polare in grado di cogliere i cosiddetti “segnali deboli”, con l’intento di contribuire alla formazione di una consapevolezza sulle possibili implicazioni celate dietro i macroscenari oggi in fieri.
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