Germania: per Berlino arriva la bocciatura all’ONU. Gaza, il Sud globale e il tramonto della superiorità morale europea

Di Giuseppe Gagliano*

BERLINO. La sconfitta della Germania nella corsa a un seggio non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è un semplice incidente diplomatico. È un segnale politico. Berlino, secondo grande finanziatore dell’ONU, potenza economica centrale dell’Unione Europea, Paese abituato a presentarsi come custode del diritto internazionale, è stata battuta da Austria e Portogallo nel gruppo Europa occidentale e altri Stati.

Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz

 

I numeri parlano con una chiarezza che la diplomazia fatica a mascherare: Portogallo 134 voti, Austria 131, Germania 104. Per essere eletta serviva la maggioranza qualificata dei due terzi dell’Assemblea generale. Berlino non solo non l’ha raggiunta, ma è rimasta molto indietro rispetto agli altri due candidati. In termini simbolici, è una bocciatura severa. In termini geopolitici, è il segno di una frattura sempre più evidente tra l’Europa occidentale e una larga parte del resto del mondo.

La Germania paga il prezzo di una politica estera che negli ultimi anni ha accumulato contraddizioni.

Da un lato ha invocato con forza il diritto internazionale contro la Russia in Ucraina.

Dall’altro ha mantenuto una linea di sostegno quasi incondizionato a Israele nel conflitto di Gaza, anche mentre aumentavano accuse, denunce e pressioni internazionali per fermare le operazioni militari e tutelare la popolazione civile palestinese.

Il Sud globale non ha dimenticato questa doppia misura. E l’Assemblea generale dell’ONU dove ogni Stato ha un voto, è il luogo in cui le gerarchie occidentali contano meno e le percezioni politiche contano di più.

Gaza come spartiacque diplomatico

Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha ammesso che alcune posizioni di Berlino hanno pesato sul voto.

Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul

Ha citato il sostegno all’Ucraina e la responsabilità storica della Germania verso Israele. È una formula prudente, ma dice molto.

La Germania ha costruito per decenni una parte fondamentale della propria identità politica postbellica sulla memoria dell’Olocausto e sulla difesa di Israele. Questo elemento resta centrale nella cultura politica tedesca, ma nel contesto attuale si è trasformato in un vincolo strategico.

Il problema non è il riconoscimento della responsabilità storica tedesca.

Il problema nasce quando quella responsabilità diventa incapacità di giudicare le azioni concrete di uno Stato alleato. In altre parole, Berlino rischia di trasformare la memoria in automatismo politico.

E quando la difesa di Israele viene percepita come indifferenza verso la sofferenza palestinese, la posizione tedesca perde credibilità.

Nel mondo arabo, in Africa, in America Latina e in gran parte dell’Asia, Gaza non è letta soltanto come una crisi mediorientale.

È vista come la prova dell’ipocrisia occidentale. L’Occidente chiede legalità quando viene violata la sovranità ucraina, ma appare molto meno severo quando il problema riguarda i palestinesi.

Questa percezione, giusta o sbagliata che sia nei dettagli, è ormai politicamente potentissima.

La Germania è diventata uno dei bersagli principali di questa critica perché pretendeva di unire forza economica, autorità morale e ambizione diplomatica. Il voto all’Onu dimostra che questa combinazione non funziona più automaticamente.

Il ritorno del Sud globale

La bocciatura tedesca va letta dentro una trasformazione più ampia.

Il Sud globale non accetta più di essere trattato come pubblico passivo delle lezioni occidentali.

Gli Stati africani, asiatici e latinoamericani osservano l’Ucraina, Gaza, le sanzioni, il debito, il commercio, la transizione energetica e vedono un sistema internazionale in cui le regole sembrano spesso applicate secondo convenienza.

Distruzioni a Gaza

Per decenni l’Europa ha creduto di poter compensare la propria debolezza militare con la forza normativa: diritti umani, multilateralismo, sviluppo, cooperazione, istituzioni internazionali. Ma questa forza normativa funziona solo se viene percepita come coerente. Se diventa selettiva, si rovescia nel suo contrario: non più autorità morale, ma presunzione.

La Germania, più di altri Paesi europei, si è presentata come potenza civile. Ha parlato di responsabilità, regole, valori, cooperazione. Ma nel momento in cui quei valori vengono messi alla prova da crisi diverse, la sua linea appare squilibrata. In Ucraina, fermezza assoluta contro l’aggressore. A Gaza, prudenza, ambiguità, protezione diplomatica di Israele. Il mondo non occidentale ha colto la contraddizione e l’ha trasformata in voto.

La dimensione geoeconomica: pagare non basta più

Il dato più interessante è che la Germania non è un Paese qualsiasi dentro le Nazioni Unite. È uno dei principali contributori finanziari dell’organizzazione. Questo avrebbe dovuto garantirle un capitale politico considerevole.

Invece non è bastato.

È un segnale importante. La potenza economica non compra più automaticamente consenso diplomatico.

Il denaro resta decisivo, ma non sostituisce la legittimità politica. Berlino può finanziare istituzioni, programmi, agenzie e iniziative multilaterali, ma se viene percepita come parte di un ordine occidentale selettivo, il suo peso finanziario diventa insufficiente.

La geoeconomia del voto ONU è chiara: molti Paesi del Sud globale non vogliono rompere con l’Europa, ma vogliono farle capire che il tempo della deferenza è finito.

Non basta essere grandi contribuenti. Non basta avere industria, moneta forte, diplomazia professionale. Bisogna anche essere credibili nella lettura delle crisi internazionali.

Per la Germania è un colpo duro, perché tocca il cuore della sua ambizione postbellica: contare nel mondo senza essere una potenza militare classica. Berlino ha cercato influenza attraverso economia, commercio, diritto, istituzioni.

Ma quando l’ordine multilaterale diventa più conflittuale, la sola forza economica non garantisce più prestigio.

Valutazione strategica: Berlino tra Ucraina, Gaza e declino europeo

Dal punto di vista strategico, la Germania si trova intrappolata in tre crisi contemporanee.

La prima è l’Ucraina.

Militari ucraini (credit: Ministero della Difesa ucraino)

Berlino è diventata uno dei principali sostenitori europei di Kiev, ma questo l’ha esposta alla pressione russa e alla diffidenza dei Paesi che non vogliono schierarsi nella nuova guerra fredda tra Occidente e mondo eurasiatico.

Per una parte del Sud globale, l’insistenza europea sull’Ucraina appare sproporzionata rispetto al silenzio o alla prudenza europea su altre guerre.

La seconda è Gaza.

Qui la Germania non è riuscita a costruire una posizione capace di tenere insieme memoria storica, sicurezza israeliana e diritto dei palestinesi alla protezione. Il risultato è una linea percepita come subordinata a Israele e incapace di parlare al mondo arabo e musulmano.

La terza è la crisi dell’Europa come soggetto geopolitico.

L’Unione Europea pretende di avere una politica estera, ma spesso si muove come somma di riflessi nazionali, vincoli storici e dipendenze dagli Stati Uniti. La Germania ne è il caso più evidente: grande potenza economica, ma fragile nella decisione strategica; centrale in Europa, ma sempre più contestata fuori dall’Europa.

La sconfitta all’ONU non riguarda solo Berlino.

Riguarda l’intero continente europeo. Dimostra che il prestigio occidentale non è più automatico, che il Sud globale vota sempre più secondo interessi e risentimenti propri, e che la diplomazia europea deve fare i conti con un mondo meno disposto ad ascoltare prediche.

La memoria tedesca come vincolo geopolitico

Il rapporto con Israele è uno degli elementi più delicati della politica estera tedesca.

Dopo il 1945, la Germania ha costruito la propria legittimità internazionale anche attraverso il riconoscimento della colpa storica e il sostegno alla sicurezza israeliana. Questo ha avuto un significato morale e politico profondo.

Il Premier israeliano Benjamin Netanyahu

Ma ogni memoria, quando diventa politica di Stato, rischia di irrigidirsi. La domanda che oggi si pone Berlino è difficile: come difendere il diritto all’esistenza di Israele senza apparire complice di ogni scelta del Governo israeliano?

Come mantenere il dovere della memoria senza trasformarlo in cecità diplomatica? Come parlare di diritto internazionale in Ucraina se a Gaza il linguaggio diventa improvvisamente più cauto?

Questa è la contraddizione che ha pesato sulla candidatura tedesca. Non basta dire che la Russia ha fatto pressione contro Berlino. È certamente possibile che Mosca abbia lavorato per indebolire la candidatura tedesca.

Ma sarebbe comodo e insufficiente spiegare tutto così. La Russia può aver sfruttato un malcontento esistente; non l’ha creato dal nulla.

Il Presidente russo Vladimir Putin

La radice del problema è politica. Molti Stati hanno giudicato la Germania non più come potenza equilibrata, ma come attore troppo allineato, troppo rigido, troppo incapace di ascoltare il mondo non occidentale.

Una lezione per l’Europa

La sconfitta tedesca dovrebbe interessare anche l’Italia, la Francia e l’intera Unione Europea. Perché il messaggio è semplice: il mondo multipolare non si governa con il linguaggio morale degli anni Novanta. Non basta dichiararsi dalla parte delle regole.

Bisogna mostrare che quelle regole valgono per tutti.

L’Europa continua a pensare di essere il centro normativo del mondo, ma il mondo la guarda sempre più come una provincia ricca, divisa e dipendente dagli Stati Uniti.

Questo non significa che l’Europa sia irrilevante. Significa però che deve abbandonare l’illusione di essere automaticamente ascoltata.

Sul piano economico, l’Unione Europea resta un mercato decisivo.

Sul piano diplomatico, però, perde influenza se non riesce a parlare ai Paesi emergenti con meno arroganza e più realismo.

Il Sud globale non chiede soltanto aiuti, investimenti o partenariati.

Chiede rispetto politico. Chiede che l’Occidente non usi il diritto internazionale come un’arma a geometria variabile.

L’umiliazione come sintomo

La Germania esce da questa vicenda ridimensionata.

Non perché Austria e Portogallo siano irrilevanti, ma perché Berlino pensava di poter contare sul proprio peso economico e sulla propria reputazione multilaterale. Il voto ha dimostrato il contrario.

La vera umiliazione non sta nei 104 voti.

Sta nella scoperta che una parte crescente del mondo non crede più alla superiorità morale europea. Berlino paga Gaza, paga la rigidità sull’Ucraina, paga l’allineamento a Washington, paga la difficoltà di elaborare una politica estera davvero autonoma.

Il Consiglio di Sicurezza non cambia natura per una candidatura mancata.

Ma il segnale resta forte: il vecchio ordine occidentale perde presa, e chi non se ne accorge continuerà a confondere il potere con l’abitudine al comando. La Germania ha perso un voto. L’Europa ha ricevuto un avvertimento.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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