GIORNO DEL RICORDO: LA STORIA DI UN ITALIANO, VITO BUTTI EROICO MARESCIALLO DELLE FIAMME GIALLE

Di Gerardo Severino*

ROMA (nostro servizio particolare).  Come è stato più volte ricordato, anche e soprattutto per merito di questo prestigioso quotidiano, il dramma vissuto dagli italiani in Istria, Dalmazia e più in generale lungo il confine orientale non è stato e non deve essere circoscritto alle sole comunità che vivevano pacificamente in quelle aree, bensì riguardò – e riguarda tuttora – l’intero popolo italiano, al quale appartenevano – e apparteranno per l’eternità – le migliaia di vittime mietute dalla ferocia di taluni partigiani slavi, mossi più dall’odio etnico che dal desiderio di liberare il proprio Paese.

 

La foiba di Basovizza

Nelle foibe, negli orridi carsici, nelle fosse comuni, negli stalag o più semplicemente in mezzo alle strade di città e paesi che orgogliosamente ostentavano i segni della nostra millenaria civiltà, si consumò l’esistenza di tante vite: uomini, donne, vecchi e bambini, sol perché colpevoli di essere italiani.

Una buona parte di loro era nata a centinaia e centinaia di chilometri di distanza, compresa la lontanissima Sicilia e le vecchie Colonie africane. Si trovavano in quegli stupendi lembi d’Italia solo per motivi di lavoro propri o dei propri cari.

Fra queste vittime – che ancora oggi chiedono giustizia – oltre 700 appartenevano al Corpo della Guardia di Finanza, come nel caso del Maresciallo Maggiore Vito Butti, al quale è dedicato il presente saggio.

Il sottufficiale di Finanza, che a Fiume viveva con la sua amatissima famiglia, fu orrendamente trucidato dai partigiani slavi nelle tristissime giornate del maggio 1945, nonostante si fosse schierato con la stessa Resistenza fiumana ed avesse operato per il bene di entrambe le comunità che popolavano la città. La biografia e la ricostruzione dei fatti legati al suo eroismo ed alla sua morte sono frutto delle ricerche d’archivio, condotte presso il Museo Storico del Corpo, compendiate nella relazione ufficiale, stilata da chi scrive, con la quale fu richiesta – e ottenuta – la concessione della Medaglia d’Oro al Merito Civile alla bandiera di guerra della stessa Guardia di Finanza.

Notizie biografiche e carriera svolta nel Corpo

Il Maresciallo Maggiore della Regia Guardia di Finanza Vito Butti nacque a Caserta il 5 marzo 1900, figlio di Pietro e di Teresa Tedia.

Maresciallo Maggiore della Regia Guardia di Finanza, Vito Butti (Credit Museo Storico della GDF di Roma)

Terminati gli studi superiori, con il conseguimento del diploma dell’Istituto Tecnico, il giovane fu chiamato alle armi il 1° maggio 1918, nei ranghi del 30° Reggimento Genio Telegrafisti, partecipando così agli ultimi combattimenti della Prima Guerra mondiale.

Posto in congedo il 23 febbraio del 1919, il 18 giugno seguente Vito Butti fu ammesso nella Regia Guardia di Finanza.

Destinato alla Legione Allievi di Maddaloni, vi frequentò il relativo corso d’istruzione della durata di tre mesi.

Promosso finanziere il 1° settembre, rimase in servizio nella stessa località sino all’ammissione alla Scuola Allievi Sottobrigadieri, allora operante all’interno della storica Reggia della propria città di nascita.

Promosso Sotto Brigadiere il 3 maggio 1920, Vito Butti fu destinato, a decorrere dal 1° giugno seguente, alla Legione di Trieste, ove prestò servizio presso le Brigate di frontiera di Bisterza e Mattuglie. Il 1° febbraio 1926 fu, invece, trasferito nell’isola di Rodi Egeo, all’epoca possedimento italiano, ove rimase fino al 1° giugno del 1929, data del trasferimento alla Legione di Venezia, operando dapprima a Padova ed in seguito a Cremona.

Il 13 novembre dello stesso anno contrasse matrimonio con la signorina Vita Ivancich, nata a Castua (Jugoslavia) il 25 giugno 1905.

Dal matrimonio nacquero le figlie Eva, nel 1930 e Laura, nel 1932. In servizio ad Udine dal 1° giugno 1935, l’ormai Maresciallo Capo Butti ebbe il comando delle Brigate di San Vito al Tagliamento e di Pieve di Cadore. Fu nuovamente trasferito alla Legione di Trieste il 1° giugno 1940 – a pochi giorni dall’entrata in guerra dell’Italia – destinato al comando della Brigata di confine di Fiumara, nei presi di Fiume [1].

La mobilitazione in guerra e l’estremo sacrificio

Mobilitato per la difesa della piazzaforte di Fiume a far data dal 6 aprile 1941, il Maresciallo Butti ebbe successivamente il comando delle Brigate di frontiera di Sussak e di Borgomarina, mobilitate anch’esse per la difesa delle coste.

Il 25 agosto 1942, avendo raggiunto i limiti d’età, il Butti s’apprestava ad andare in pensione, magari trasferendosi con la famiglia nella più pacifica Caserta. In realtà fu trattenuto in servizio, quale richiamato, confermato al comando della Brigata stanziale di Borgomarina.

Il successivo 1° agosto 1943, il Butti promosso al grado apicale di Maresciallo Maggiore, in virtù del quale verrà spesso incaricato del comando interinale della III Tenenza di Fiume, in sostituzione dell’ufficiale titolare.

All’indomani dell’8 settembre 1943, la città di Fiume, così come accadde per Trieste, Pola e Zara, fu occupata dai tedeschi, i quali la mantennero sino al 3 maggio 1945.

Dopo l’armistizio, i Finanzieri rimasero al proprio posto, inizialmente agli ordini del Generale italiano Gastone Gambara, il quale, essendo rimasto in città con le sue truppe, si era impegnato con i tedeschi a difenderla sino all’arrivo dei rinforzi.

Ciò nonostante, i Finanzieri fiumani continuarono a fornire il loro contributo per la tutela dell’ordine pubblico e, soprattutto, in aiuto della collettività. Si adoperarono, quindi, per assicurare la vigilanza degli uffici finanziari, ma sopratutto per difendere le attività economiche e la corretta distribuzione dei generi alimentari.

Per questa pacifica permanenza, peraltro amata e rispettata da entrambe le comunità fiumane (italiana e slava), alcuni Finanzieri, oltre alla già dura convivenza con le truppe d’occupazione germaniche, pagarono con la vita, vittime di assalti ed attentati da parte dei partigiani titini.

Si giunse così all’aprile 1945, data in cui – come è noto – in molte località italiane si poté festeggiare la liberazione dal nazi-fascismo. In tale contesto storico, la Compagnia della Guardia di Finanza di Fiume si trovava al  comando del Tenente Giovanni Capozzi ed era impegnata nella vigilanza degli uffici finanziari, di alcune fabbriche e sulla sicurezza della sede della Banca d’Italia.

Nonostante gli effetti dei bombardamenti, i Finanzieri continuarono a prestare il loro servizio incuranti del pericolo incombente. Non solo, ma loro compito gravoso fu anche quello di salvaguardare l’incolumità della Manifattura Tabacchi, quotidianamente assaltata da rapinatori e presa di mira dagli stessi occupanti tedeschi. Dopo che il 35° Comando Militare Provinciale aveva abbandonato temporaneamente la città, gli unici a mantenere in piedi il dispositivo di sicurezza furono i Finanzieri, i Carabinieri, le Guardie di Pubblica Sicurezza e le Guardie Municipali, ai quali dovettero la loro salvezza non pochi cittadini di etnia italiana.

Avendo aderito al Movimento di Liberazione, molti dei membri della Compagnia – fra i quali lo stesso Maresciallo Butti – fornirono ai partigiani slavi armi, munizioni, denaro e persino vestiario.

Uno dei pochi sopravvissuti alla cattura, il Finanziere Antonio Zanda, proprio a tal riguardo testimonio: “Si sapeva all’incirca dallo stesso Tenente Capozzi che Fiume sarebbe stata occupata dai partigiani – pur non di meno dato che buona parte dei finanzieri aveva in modo brillante collaborato a favore dei partigiani (prima e in questo periodo) inviano armi, munizioni, soldi e vestiti per i partigiani e per i bambini di essi”[2]. Lo stesso Comandante della Legione di Trieste, Col. Persirio Marini, in una sua relazione trasmessa al Comando Generale del Corpo, così aggiunge: “Ai partigiani jugoslavi infatti, il tenente Capozzi, comandante della compagnia di Fiume, aveva inviato armi, munizioni, denaro ed abiti” [3].

Secondo Michele Poveromo, il Capozzi era comunque in contatto anche con il Comitato di Liberazione, come ricorda in un suo articolo dal titolo “Le Fiamme Gialle della Giulia nella liberazione di Trieste”, laddove scrive: “L’Ufficiale, che era in contatto col locale Comitato di Liberazione, mise a disposizione tutti i finanzieri disponibili per cooperare alla cacciata dei tedeschi da Fiume. Ciò che avvenne nella notte dal 2 al 3 maggio”.

Ma la generosità dei Finanzieri fiumani andò ben oltre, avendo deciso di alleviare, ad ogni costo, i disagi e le privazioni subite dalla popolazione civile, rifugiatasi nei ricoveri antiaerei. I militari del Corpo si adoperano così con ogni forma d’assistenza, mettendo finanche a disposizione della cittadinanza e, soprattutto dei bambini poveri dell’Opera Nazionale Maternità ed Infanzia, le cucine della Caserma “Macchi” ed i lori scarni averi, come testimoniò il citato Finanziere Zanda.

Verso la fine di aprile del ‘45, i Finanzieri fiumani lottarono con tutte le loro forze pur di salvare la città e la popolazione dalle ire dei tedeschi, da un lato, e degli stessi partigiani titini, dall’altro, i quali si abbandonavano a pesanti scorrerie, man mano che si avvicinavano verso il capoluogo istriano.

Furono così impediti, anche da parte di “squadre di persone preparate ad approfittare durante la confusione”, come evidenziò lo Zanda, saccheggi e rovine d’ogni genere ai danni di negozi, fabbriche e case private.

Furono anche salvate le officine “Skule”, i magazzini e i depositi del punto franco, la citata Manifattura dei Tabacchi ed altri edifici pubblici.

Non solo, ma il Tenente Capozzi mise a disposizione del C.L.N. tutti i Finanzieri disponibili, cooperando così alla cacciata dei tedeschi da Fiume, verificatesi nella notte tra il 2 ed il 3 maggio ’45.

Nel pomeriggio del 3 maggio, la città fu quindi occupata dalle truppe jugoslave, le quali inizialmente ritennero doveroso – ma falsamente – di elogiare l’operato delle Fiamme Gialle. Nella realtà, infatti, all’elogio fece seguito l’ordine di deporre le armi e l’occupazione delle varie caserme della zona.

Come ricordò tale Zancheo, nel corpo dell’articolo “I Finanzieri della Giulia”, pubblicato sulla rivista “Il Monitore del Finanziere” (numero del 10 aprile 1947): “Il successivo mattino giunsero a Fiume le truppe di Tito e contenti della situazione non mancarono di esprimere la loro soddisfazione per l’operato dei finanzieri di quella Compagnia. Però, come al solito loro, qualche ora dopo, quando il loro numero fu rilevante ed il loro armamento quindi centuplicato, circondarono la caserma Macchi e fecero così una cinquantina di prigionieri, rastrellando poi la città e iniziando le abituali oppressioni”.

In tale ambito si consumò la tragedia dei nostri Finanzieri, rimasti anche loro alla mercé della terribile polizia politica, l’O.Z.N.A., la quale procedette alla cattura dei militari del Corpo direttamente nei luoghi di servizio, ovvero presso le abitazioni private.

Tenuti prigionieri dapprima nella stessa caserma “Macchi”, i finanzieri catturati subirono sorti diverse. Ma per meglio comprendere il dramma vissuto dagli istriani in quel contesto, lasciamo, ancora una volta, la parola al Zanda: “I partigiani entrarono in città nelle prime ore del mattino e trovarono tutti i finanzieri al loro posto di servizio. Ufficiali croati accompagnati dai membri del comitato di liberazione di Fiume attraversando le vie della città ebbero a dire  i finanzieri rimangano ai loro posti essi si sono comportati bene. Disarmarono invece i carabinieri, la pubblica sicurezza e guardie municipali. I carabinieri si portarono dopo i fatti raccontati in divisa alla loro casèrma. Dal disarmo delle suddette forze a ciò che avvenne in seguito nei riguardi della Guardia di Finanza trascorsero poche ore poiché dopo tutta l’opera svolta e la collaborazione fatta a loro favore e a favore dei cittadini di Fiume anche i finanzieri venivano disarmati e tenuti a disposizione in caserma Macchi. I croati assicurarono di lasciar liberi i finanzieri fra poco tempo trattandosi di sole formalità ma invece dalla caserma Macchi furono trasferii in altre caserme chiusi con sentinella alla porta – spogliati di ogni loro avere e tenuti senza mangiare –  considerati prigionieri. In questa occasione la popolazione di Fiume fu veramente indignata e per le strade, si udiva questo mormorio  poveri finanzieri dopo tutto quello che hanno fatto a questo fa fede le interminabili assemblee di popolo intorno alla Caserma ove i finanzieri si trovavano chiusi recando cibo e sigarette ai nostri militari”.

Alcuni Finanzieri furono fucilati all’istante, altri il 16 giugno nella cittadina di Grobnico, alle porte di Fiume, insieme a numerosi poliziotti e carabinieri.

Altri, invece, furono in seguito trasferiti – come s’è detto – nei campi di Sussak e Karlovac, ove la maggior parte di loro morì di stenti, malattie, fame e maltrattamenti. Non va dimenticato che molti dei Finanzieri assassinati avevano partecipato, a rischio della loro vita, alla Resistenza, collaborando per mesi sia con i partigiani italiani che con quello slavi, ovvero salvando numerosi ebrei, come aveva fatto il Finanziere Giuseppe Veneroso, fidato collaboratore del Questore Giovanni Palatucci.

Il militare, in servizio presso il porto di Buccari, aveva consentito la fuga da Fiume di centinaia e centinaia di ebrei.

Come ebbe egli stesso a ricordare in un articolo pubblicato sulla rivista “Fiamme Gialle” del gennaio 2006: “Io prestavo servizio al porto di Buccari ove arrivavano persone con lasciapassare firmati da Giovanni Palatucci, capo dell’Ufficio Stranieri. Sia io che i miei colleghi sapevamo che queste persone erano Ebrei che volevano fuggire per non essere deportati nei campi di concentramento e buona parte dei Finanzieri si mettevano d’accordo con i comandanti dei pescherecci e di notte, per nasconderli alle milizie tedesche, li facevano imbarcare”.

Giovanni Palatucci, capo dell’Ufficio Stranieri.

Occorre dire che la vicenda del Finanziere Veneroso è stata ampiamente ricostruita, peraltro aggiungendo maggiori e significativi apporti di conoscenza, nel bellissimo libro di Angelo Picariello dedicato all’eroico Questore di Polizia [4].

Ma questo non contò per gli assassini dell’O.Z.N.A. Le Fiamme Gialle, assieme ai colleghi dell’Arma dei Carabinieri e della Questura di Fiume, furono  considerati (come del resto lo erano) rappresentanti dell’Italia, al di là delle ideologie, e come tali uccisi, senza alcun processo degno di questo nome.

Come testimoniò il Finanziere Zanda, nella stessa relazione del 2 luglio 1945: “I finanzieri di Fiume hanno subito ogni umiliazione; infatti, essi attraversavano la città come dei poveri messi alla berlina, vestiti nei modi più svariati e sudici, obbligati a trasportare pietre e caricare sacchi od altro infine trattati nel modo più indegno e vergognoso. La popolazione di Fiume fremeva nel vedere questo stato di cose ingiuste e cercava di aiutare i poveri finanzieri affamati nel modo migliore e fino acchè i croati non permisero a nessuno più di avvicinarli. Dopo alcuni giorni, le Guardie di Finanza furono trasferite oltre Sussak a Carlovaz”.

Oltre al giovane Tenente Capozzi (il quale era nato ad Udine il 24 luglio 1916), furono arrestati e deportati nei lager slavi – ove se ne persero le tracce – anche alcuni fra i suoi  principali collaboratori, quali il Maresciallo Maggiore Francesco Paolo Sotgiu ed i Brigadieri Gaetano Landi, Giuseppe Armato e Vincenzo Barone.

In totale persero la vita una quarantina di militari del Corpo, alcuni dei quali fucilati al Campo di Marte, altri ancora a Grobnico, altri condotti in parte a Karlovac, parte verso Gorizia, ove probabilmente furono infoibati o comunque scomparvero nei lager slavi; altri, come il Maresciallo Butti, furono fucilati nei pressi di Castua.

L’estremo sacrificio di Vito Butti

Nell’aprile 1945, il Maresciallo Butti si trovava ancora al comando della Brigata di Borgomarina di Fiume e risiedeva nella stessa città, in Via Montello, n. 7, unitamente alla moglie Vita ed alle due figlie Eva e Laura.

Il Sottufficiale era un uomo religiosissimo ed amava far del bene.

Secondo la testimonianza della figlia Laura, il Maresciallo si era anche personalmente interessato della salute di un giovane di Mattuglie, un tale Sepich, il quale, ammalato di TBC, aveva urgente bisogno di cure.

A sue spese, il Maresciallo accompagnò il giovane ad Arco di Trento, ove fu curato presso quel Sanatorio, e si occupò anche del suo rientro a casa [5].

Durante l’occupazione tedesca di Fiume si era adoperato con tutte le sue forze per lenire le privazioni della popolazione locale, cercando in tutti i modi di salvare dalla distruzione il deposito di carburanti e la raffineria sui quali era imperniato il servizio di vigilanza affidato al suo reparto.

Il 3 maggio 1945, all’entrata degli slavi in città, il Maresciallo Butti si trovava in famiglia.

Come molti suoi commilitoni non aveva nulla da temere, avendo fatto sempre il suo dovere, prodigandosi per il bene di tutti i cittadini senza alcuna distinzione di censo o differenza etnica, essendo peraltro molto vicino al movimento partigiano di Mattuglie, al quale avevano aderito la sorella  della moglie, un nipote della medesima e sembrerebbe anche il suocero del Butti, almeno secondo quanto asserì lo Zanda, laddove ricordò che: “Il maresciallo BUTTI  Vito era genero di un capo dei partigiani di Mattuglie e quindi con certezza anche lui come gli altri finanzieri fervente collaboratore al bene dei partigiani”.

Quella stessa mattina, il Butti si era recato egualmente in caserma, non prima di aver assistito alla Santa Messa presso la Chiesa del Redentore, in Via Prandi.

Ritornato a casa ad ora di pranzo, il Sottufficiale si presentò ai familiari alquanto turbato, poiché aveva saputo che gli slavi avevano da poco arrestato i Finanzieri di Fiume e di altre Brigate della zona, conducendoli sotto scorta al Campo di Marte.

Si appurerà successivamente che i Finanzieri erano stati fucilati lo stesso giorno dell’arresto.

Nonostante i consigli della moglie Vita, il Maresciallo Butti dichiarò ai familiari: “Vado in caserma, devo andare dalle mie guardie…” e, indossata nuovamente la giubba della divisa, uscì di casa verso le 3 o le 4 dello stesso pomeriggio.

Il Butti, secondo le ricostruzioni e le testimonianze dei familiari, fu arrestato dai partigiani slavi nei pressi di Piazza Braida e da qui, unitamente ad un gruppo di altri prigionieri, trasferito presso la caserma “Diaz”, dalla quale partì in camion in direzione di Castua, ad una diecina di chilometri da Fiume [6].

Il mattino del giorno seguente, una donna si presentò a casa Butti per consegnare il portafoglio e l’orologio che il Sottufficiale, ormai consapevole della fine che lo attendeva, aveva pregato di recapitare alla famiglia.

Processato in pubblico, il Maresciallo Vito Butti fu fucilato il 4 maggio (anche se il certificato di morte riporta la data del 3 maggio), unitamente ad altri otto sventurati, tutti malmenati e sfigurati e con le mani legate dietro la schiena con il filo spinato, così come ebbe modo di vederli la figlia Eva, la quale era riuscita rocambolescamente a raggiungere Castua il giorno seguente.

Fra le vittime di Castua di quel giorno vi fu anche il Senatore Riccardo Gigante, podestà di Fiume ai tempi di Gabriele D’Annunzio e per un breve periodo anche dopo l’8 settembre 1943, il quale, legato ai polsi proprio come il Maresciallo Butti, fece parte di quella triste colonna che li avrebbe condotti entrambi verso l’orribile morte [7].

La salma del Maresciallo Butti, inizialmente inumata in una fossa comune scavata nel bosco della “Losa”, fu rocambolescamente recuperata dalla moglie Vita nel luglio del 1946 e tumulata, in gran segreto, come le era stato consigliato dalle autorità del posto, in un loculo  del cimitero di Mattuglie.

E’ opportuno evidenziare, a conclusione di questo contributo, che il sacrificio del Maresciallo della Guardia di Finanza, per il suo altissimo significato morale, fu giustamente ricordato anche nelle reiterate proposte di legge, presentate alla Camera dei Deputati dal Deputato Menia, per l’eventuale concessione all’Associazione “Libero Comune di Fiume in esilio” della Medaglia d’Oro al Valor Militare, un doveroso riconoscimento per il valore, l’altissimo contributo di vite umane e per l’attaccamento verso la Patria italiana, per i quali i fiumani scrissero pagine di impareggiabile eroismo.

NOTE

[1] Archivio Storico-Matricolare della Guardia di Finanza – Roma, Fascicolo “Maresciallo Maggiore Vito Butti”.

[2] Relazione a firma del Finanziere Antonio Zanda in data 2 luglio 1945. In Archivio Museo Storico della Guardia di Finanza – Fondo U.G.A., “Avvenimenti nella Venezia Giulia al momento della Liberazione”, fasc. 677.

[3] Nota n. 214/R. O./1^ in data 13 agosto 1945 avente per oggetto: “Partecipazione della R. Guardia di Finanza per la liberazione della Venezia Giulia”. In Archivio Museo Storico della Guardia di Finanza – Fondo U.G.A., “Avvenimenti nella Venezia Giulia al momento della Liberazione”, fascicolo 677.

[4] Angelo Picariello, “Capuozzo, accontenta questo ragazzo. La vita di Giovanni Palatucci” – Giuseppe Veneroso, alla frontiera del Canale fiumano, pagg. 132 – 139, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007.

[5] Questa ed altre interessantissime notizie sulla fine del Maresciallo Butti sono contenute nel libro di Amleto Ballarini dal titolo “Quell’uomo dal fegato secco (Riccardo Gigante senatore fiumano)”, Società di Studi Fiumani – Roma, 2003, capitolo “I segreti di Castua”,  pagg. 169 – 187.

[6] Dalla trascrizione dell’intervista rilasciata alla Società di Studi Fiumani, in data 16 luglio 1996, dalla signora Eva Butti. In “FIUME – Rivista di Studi Fiumani”, anno XVI, II Semestre 1996.

[7] Vedasi il saggio di Amleto Ballarini, “Fiume, 3 maggio 1945: la fine di Riccardo Gigante e degli ultimi legionari”, pubblicato sulla rivista “FIUME”, op. cit., pagg. 39 – 71.

* Colonnello (Aus) della Guardia di Finanza – Storico  Militare

 

FOTO DI COPERTINA: Maresciallo Maggiore della Regia Guardia di Finanza, Vito Butti (Credit Museo Storico della GDF di Roma)

 

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