Golfo Persico: l’area entra nella guerra. Arabia Saudita, Emirati e la fine della prudenza

Di Giuseppe Gagliano*

RYAHD. La notizia dei raid segreti sauditi contro l’Iran segna un passaggio molto più importante di quanto dica la formula, quasi burocratica, dell’attacco di rappresaglia.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi

Perché qui non siamo davanti a una delle tante schermaglie indirette che da anni attraversano il Medio Oriente.

Siamo davanti a un salto di qualità: l’Arabia Saudita, potenza tradizionalmente cauta nel misurare i propri passi militari diretti contro Teheran, avrebbe colpito il territorio iraniano con la propria aviazione.

Se confermato in tutti i suoi dettagli, è un precedente storico. Per la prima volta Ryahd non si limita a finanziare alleati, sostenere partner, rafforzare difese o affidarsi all’ombrello statunitense. Interviene direttamente.

E lo fa nel momento in cui la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha dimostrato quanto fragile sia ormai l’architettura di sicurezza del Golfo.

La monarchia saudita ha sempre fondato la propria sicurezza su un equilibrio complesso: protezione americana, prudenza diplomatica, forza finanziaria, influenza religiosa e capacità di negoziare anche con i nemici.

Ma la guerra iniziata il 28 febbraio ha messo a nudo una realtà scomoda: lo scudo statunitense non basta più. Missili e droni iraniani hanno raggiunto gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, colpendo basi, infrastrutture civili, aeroporti, impianti petroliferi e rotte commerciali.

Droni iraniani

A quel punto, per Ryahd, la passività avrebbe significato vulnerabilità. La rappresaglia segreta, invece, ha mandato un messaggio: l’Arabia Saudita non intende essere soltanto bersaglio.

La nuova soglia saudita

Per anni l’Arabia Saudita ha preferito lasciare ad altri la parte più visibile dello scontro con l’Iran.

Gli Stati Uniti garantivano la deterrenza strategica. Israele conduceva operazioni coperte e attacchi mirati. Gli Emirati costruivano una postura più aggressiva, soprattutto sul piano tecnologico, militare e di intelligence.

L’Arabia Saudita, pur essendo il grande rivale regionale di Teheran, ha spesso scelto una linea più prudente, soprattutto dopo il trauma della guerra in Yemen e dopo gli attacchi del 2019 contro gli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais.

Quella prudenza non è scomparsa, ma è cambiata. Ryahd sembra aver compreso che la de-escalation funziona solo se accompagnata dalla capacità di colpire. La diplomazia, da sola, non basta quando l’avversario ritiene possibile attaccare senza pagare un prezzo.

La sequenza descritta è infatti significativa: attacchi iraniani contro il Regno, dichiarazioni saudite sul diritto di intraprendere azioni militari, espulsione di personale diplomatico iraniano, raid di rappresaglia e poi contatti riservati per ridurre la tensione.

Non è una contraddizione. È una strategia. Colpire per negoziare. Mostrare la forza per fissare un limite. Evitare la guerra totale, ma impedire che la prudenza venga interpretata come debolezza.

Gli Emirati e la linea dura

Gli Emirati Arabi Uniti si muovono su una traiettoria diversa. Abu Dhabi ha costruito negli ultimi anni una politica estera più spregiudicata, più interventista, più orientata alla sicurezza tecnologica e alla proiezione militare.

Una mappa degli Emirati Arabi Uniti

Dalla Libia al Corno d’Africa, dal Mar Rosso allo Yemen, gli Emirati hanno spesso agito come una piccola grande potenza: pochi abitanti, enormi risorse, forte capacità logistica, relazioni strette con Washington, cooperazione crescente con Israele.

La loro postura verso l’Iran appare più dura di quella saudita. Meno diplomazia pubblica, più disponibilità a imporre un costo.

Non è casuale che Abu Dhabi abbia intensificato la cooperazione di sicurezza con Israele, arrivando ad accettare il dispiegamento di sistemi di difesa aerea israeliani sul proprio territorio.

Qui si vede la trasformazione degli Accordi di Abramo. Non sono più soltanto normalizzazione diplomatica, voli diretti, investimenti, tecnologia, turismo e finanza. Sono ormai anche architettura militare. Israele entra nel Golfo come fornitore di sicurezza.

Gli Emirati entrano nella rete anti-iraniana come piattaforma avanzata. Gli Stati Uniti osservano e coordinano, ma non sono più l’unico perno del sistema.

Per Teheran, questo è il vero cambiamento: la minaccia non arriva più solo da Israele o dagli Stati Uniti. Arriva da una possibile saldatura tra monarchie arabe, tecnologia israeliana e infrastruttura militare occidentale.

La guerra regionale non dichiarata

Il dato più importante è che la guerra contro l’Iran si è già regionalizzata.

Non esiste più un fronte unico. Esiste una costellazione di fronti: cielo saudita, acque del Golfo, basi statunitensi, impianti petroliferi, porti emiratini, spazio aereo del Kuwait, rotte del Qatar, Mar Rosso, Stretto di Hormuz.

L’Iran ha risposto alla guerra statunitense-israeliana colpendo tutti e sei gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo. È una scelta coerente con la sua dottrina: se il territorio iraniano viene attaccato, anche i partner arabi degli Stati Uniti devono sentirsi vulnerabili.

Non necessariamente per essere conquistati o distrutti, ma per essere condizionati.

La Repubblica islamica non punta a vincere una guerra convenzionale contro una coalizione superiore sul piano tecnologico. Punta a rendere instabile lo spazio regionale. A far salire i costi assicurativi. A rendere rischiosa la navigazione.

A minacciare porti e raffinerie. A colpire infrastrutture civili ed energetiche. A ricordare che nessun investimento, nessuna base e nessuna città del Golfo è completamente al sicuro.

È una guerra di soglia. Abbastanza violenta da essere reale. Abbastanza negabile da lasciare aperta la diplomazia. Abbastanza diffusa da logorare tutti. Abbastanza controllata da non trasformarsi subito in catastrofe totale.

Lo Stretto di Hormuz e il valore del Mar Rosso

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha mostrato il cuore economico della crisi. Quando Hormuz si blocca, non soffre soltanto il Golfo. Soffre il commercio mondiale. Soffrono energia, assicurazioni, trasporti, prezzi, catene di approvvigionamento, industrie asiatiche ed europee.

L’area del Mar Rosso

In questo quadro l’Arabia Saudita ha avuto un vantaggio rispetto ad altri Paesi del Golfo: la possibilità di mantenere aperta la via del Mar Rosso. Questo le ha consentito di continuare a esportare petrolio e di ridurre parzialmente l’impatto del blocco. Non è un dettaglio logistico. È una lezione strategica.

La potenza contemporanea non dipende solo dai giacimenti. Dipende dalle vie d’uscita. Chi ha un solo corridoio è ricattabile. Chi ne ha più di uno può resistere meglio. Per questo il Mar Rosso, i terminali occidentali sauditi, gli oleodotti interni e le infrastrutture di aggiramento diventano parte integrante della sicurezza nazionale.

La guerra dell’energia non si combatte soltanto sui pozzi. Si combatte sulle rotte.

Gli scenari economici

Sul piano economico, questa nuova fase produce almeno tre effetti.

Il primo è l’aumento strutturale della spesa militare nel Golfo. Difese aeree, intercettori, radar, sistemi anti-drone, sorveglianza marittima, intelligence satellitare, guerra elettronica: tutto diventa indispensabile. Ma tutto costa.

Ogni monarchia dovrà destinare quote crescenti di bilancio alla protezione di infrastrutture che prima venivano considerate quasi invulnerabili grazie alla presenza americana.

Il secondo effetto riguarda il premio di rischio sull’energia. Anche quando la produzione continua, i mercati incorporano l’instabilità. Il prezzo non misura solo i barili disponibili, ma anche la paura che domani una raffineria venga colpita, un porto bloccato, una petroliera fermata, un impianto sabotato. L’incertezza diventa costo.

Il terzo effetto riguarda i grandi programmi di trasformazione economica, a partire da Vision 2030 saudita. Riad vuole diversificare, attrarre investimenti, costruire nuove città, sviluppare turismo, industria, tecnologia e logistica.

Ma nessuna trasformazione economica può reggere se il Paese appare vulnerabile a ondate di droni e missili. Per questo la risposta militare saudita non è solo difesa nazionale. È difesa del proprio modello di sviluppo.

La valutazione militare

Dal punto di vista militare, i raid sauditi indicano una maturazione della capacità offensiva del regno, ma anche i limiti della sua deterrenza. Colpire l’Iran è una cosa. Sostenere un confronto prolungato è un’altra.

L’aviazione saudita dispone di mezzi avanzati, formazione occidentale e integrazione con sistemi statunitensi, ma l’Iran possiede profondità territoriale, capacità missilistiche, droni, reti di milizie e strumenti asimmetrici.

Per questo Ryahd non cerca una guerra aperta. Cerca una deterrenza calibrata. Il messaggio non è: possiamo sconfiggervi. È: possiamo farvi pagare un prezzo.

Gli Emirati, invece, sembrano puntare maggiormente su una postura integrata con Israele e Stati Uniti: difesa aerea, intelligence, tecnologia, capacità di risposta rapida. La loro vulnerabilità territoriale, però, è enorme.

Gli Emirati sono ricchi, moderni e avanzati, ma concentrati in pochi nodi: porti, aeroporti, grattacieli, raffinerie, zone finanziarie, hub logistici. Colpirne uno significa produrre un effetto politico e psicologico sproporzionato.

La guerra moderna premia chi sa colpire le vulnerabilità, non necessariamente chi possiede più mezzi.

La Cina tra mediazione e impotenza

Un elemento decisivo è la Cina. Pechino aveva mediato la distensione tra Iran e Arabia Saudita nel 2023, presentandosi come potenza capace di stabilizzare il Medio Oriente senza la retorica interventista occidentale.

Il Presidente cinese, Xi Jinping

Quell’accordo resta importante, ma la guerra ne mostra i limiti.

La Cina può facilitare il dialogo, ma non può ancora garantire la sicurezza del Golfo.

Dipende dall’energia iraniana e araba. Investe nelle infrastrutture regionali. Ha rapporti con Teheran, Riad e Abu Dhabi. Ma non dispone, almeno per ora, di un sistema militare regionale paragonabile a quello statunitense.

Per Pechino, ogni escalation è un problema. Un Iran troppo indebolito riduce il peso di un partner antiamericano. Un Golfo destabilizzato minaccia l’energia. Un rafforzamento militare di Israele e Stati Uniti nel Golfo limita la sua influenza.

La Cina ha interesse alla stabilità, ma non controlla gli strumenti principali della sicurezza.

È la grande contraddizione della sua ascesa: enorme peso economico, prudente esposizione militare.

La nuova geografia del potere nel Golfo

Questa crisi mostra che il Golfo non è più governato da un solo equilibrio. Per decenni la formula era semplice: petrolio arabo, protezione americana, minaccia iraniana contenuta, Israele esterno alla sicurezza del Golfo.

Oggi quella formula non regge più.

Israele è dentro il Golfo. Gli Emirati sono dentro l’architettura israeliana di sicurezza. L’Arabia Saudita colpisce, ma negozia. Il Kuwait denuncia infiltrazioni. Il Qatar resta esposto sul piano marittimo. Il Bahrain si allinea.

Gli Stati Uniti restano indispensabili, ma non onnipotenti. L’Iran colpisce, nega, tratta e minaccia. La Cina media, investe e osserva.

Il risultato è un sistema più multipolare, ma anche più instabile. Più attori hanno capacità di intervento. Più attori hanno vulnerabilità. Più attori possono provocare escalation anche senza volerla davvero.

Conclusione: colpire per non essere trascinati

La scelta saudita, se confermata, va letta così: l’Arabia Saudita ha colpito l’Iran non per aprire una guerra totale, ma per evitare di essere trascinata passivamente nella guerra degli altri. Ha voluto dimostrare che la sua prudenza non è impotenza.

Ha usato la forza per riaprire uno spazio diplomatico. Ha reagito per negoziare da posizione meno fragile.

Gli Emirati hanno scelto una linea più dura, più integrata con Israele, più orientata alla deterrenza tecnologica.

L’Arabia Saudita ha scelto una linea più ambigua: rappresaglia segreta e de-escalation riservata. Due strategie diverse, ma nate dalla stessa constatazione: l’Iran non può più colpire il Golfo senza conseguenze.

La guerra mediorientale non è più confinata al territorio iraniano, israeliano o alle basi americane. È entrata nelle monarchie del Golfo, nei loro cieli, nei loro porti, nelle loro raffinerie, nei loro calcoli di sopravvivenza.

E forse il punto più importante è proprio questo: la fase della protezione delegata è finita. Le monarchie del Golfo stanno imparando che non basta più essere alleate degli Stati Uniti. Devono diventare esse stesse attori militari.

È una trasformazione enorme.

E, come sempre accade in Medio Oriente, nasce non da una conferenza diplomatica, ma dal rumore dei missili, dal silenzio dei raid segreti e dalla paura che la prossima guerra non risparmi più nessuno.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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