Groenlandia: il prezzo della protezione americana. Basi militari e risorse strategiche. Nell’Artico si misura il rapporto tra sovranità e dipendenza

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C. Definire la Groenlandia “nostra”, come ha fatto Donald Trump annunciando nuove esplorazioni, significa presentare una relazione di sicurezza come un possesso acquisito.

La risposta danese riporta la questione sul terreno concreto: lo sfruttamento delle risorse resta soggetto alle leggi groenlandesi e l’accordo militare non attribuisce agli investitori americani privilegi rispetto agli altri soggetti ammessi.

Una immagine della Groenlandia

Tra il linguaggio della Casa Bianca e le condizioni dell’intesa esiste dunque una distanza politica sostanziale.

Una sovranità sottoposta alla prova dei fatti

L’accordo firmato il 22 settembre riafferma la sovranità del Regno di Danimarca e l’autodeterminazione dei groenlandesi. Consente però di ampliare le attività americane a Pituffik e di istituire nuove aree di difesa a Narsarsuaq e Mestersvig, secondo modalità da concordare.

L’entrata in vigore dipende dal completamento delle procedure parlamentari previste.

Si delinea così una tensione: Copenaghen e Nuuk conservano i propri diritti, mentre Washington accresce gli strumenti con cui può condizionare l’ambiente strategico dell’isola.

Veduta aerea della capitale groenlandese Nuuk

Il rischio è che la protezione militare diventi, nella pratica, una leva sulle scelte economiche. Questa è una possibile conseguenza del rapporto di forza, non un trasferimento di sovranità stabilito dall’accordo.

Il valore militare e i limiti della promessa

L’importanza della Groenlandia per la difesa nordamericana è concreta.

Pituffik sostiene l’allarme missilistico, la difesa antimissile e la sorveglianza spaziale: osservare prima una minaccia significa disporre di più tempo per reagire.

L’espansione delle installazioni potrebbe migliorare collegamenti, sostegno logistico e continuità della presenza americana. Per valutarne l’efficacia serviranno però informazioni su mezzi, personale, sensori e collegamenti operativi.

La pretesa che qualsiasi attacco agli Stati Uniti debba attraversare la Groenlandia è invece un’assolutizzazione politica. Le direttrici dipendono dalla posizione dei vettori e dai sistemi impiegati; individuare un missile, inoltre, non garantisce di poterlo abbattere.

La geografia offre un vantaggio, senza rendere invulnerabile un territorio. Sul piano strategico, concentrare nuove funzioni sull’isola aumenterebbe anche il suo valore come possibile bersaglio in una crisi.

La ricchezza del sottosuolo deve superare la prova dei costi

Sul petrolio occorre distinguere tra potenziale geologico, scoperta commerciale e produzione redditizia.

Il clima e la carenza di infrastrutture hanno finora ostacolato lo sviluppo degli idrocarburi e delle terre rare. Resta inoltre la sospensione del rilascio di nuove licenze petrolifere e del gas decisa nel 2021.

Il Servizio geologico di Danimarca e Groenlandia documenta importanti risorse minerarie, comprese terre rare e grafite.

Questo patrimonio giustifica l’interesse internazionale, ma non consente di iscrivere automaticamente ricavi nei bilanci pubblici o profitti in quelli aziendali.

Prima degli incassi vengono gli investimenti: energia, approdi, trasporti, abitazioni, lavoratori qualificati e impianti di trattamento. Seguono i costi ambientali e quelli della chiusura dei siti. Un progetto può apparire conveniente con prezzi elevati e diventare fragile se le quotazioni scendono.

Le promesse di abbondanza immediata nascondono proprio questa esposizione economica.

Il confronto con la Cina passa dagli impianti

La competizione sulle terre rare riguarda l’intera catena industriale. L’Agenzia internazionale dell’energia rileva che la diversificazione incontra difficoltà soprattutto nella raffinazione e nelle lavorazioni successive: sviluppare nuove miniere senza capacità di trattamento lascia aperta una dipendenza decisiva.

Per Washington, quindi, la Groenlandia potrebbe diventare una componente di una politica industriale più ampia, capace di collegare estrazione, separazione, produzione di materiali e domanda militare. Il risultato dipenderà dagli impianti costruiti e dagli accordi di acquisto, oltre che dalle concessioni ottenute.

Anche le regole sugli investimenti hanno un peso geopolitico. L’intesa limita, nei settori sensibili, il controllo o l’influenza di soggetti esterni all’Alleanza Atlantica, ai suoi paesi partner e all’Unione europea quando comportino rischi per la sicurezza.

Cartina che rappresenta in pieno la crescente importanza strategica del territorio groenlandese

L’effetto prevedibile è restringere lo spazio disponibile alla penetrazione cinese, collegando la concorrenza economica alla selezione politica degli investitori.

Tre scenari per l’isola e per l’Europa

Uno sviluppo favorevole vedrebbe progetti selettivi, infrastrutture utili anche alla popolazione, formazione locale ed entrate verificabili.

Un secondo scenario produrrebbe soprattutto una crescita militare, con ricadute estrattive lente e una dipendenza maggiore dalle commesse americane.

Un terzo combinerebbe ritardi, costi crescenti e conflitti sulle autorizzazioni: la distanza tra promesse e risultati alimenterebbe nuove pressioni diplomatiche.

Per l’Europa la questione è quanto potere decisionale saprà esercitare attraverso investimenti e capacità industriali proprie.

Per i groenlandesi conteranno i contratti, la distribuzione dei benefici e la possibilità effettiva di scegliere.

Il vero prezzo della protezione americana si misurerà nella libertà che resterà a Nuuk quando sicurezza, risorse e finanziamenti entreranno nella stessa trattativa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto