Groenlandia: Trump impone dazi ai Paesi che hanno deciso l’invio di truppe finché non si avrà l’accordo sull’acquisto dell’isola. Perché non è del tutto una cattiva notizia

Di Fabrizio Scarinci

WASHINGTON DC. La “questione groenlandese” sembrerebbe investire, come nessun altro dossier internazionale, il rapporto tra la grande strategia statunitense e la sua storica componente politico-narrativa incentrata sui concetti di libertà, rispetto dei diritti umani, libero commercio e autodeterminazione dei popoli, notoriamente entrata in crisi a seguito del fallimentare tentativo di esportare la democrazia nel mondo islamico e della sperimentazione degli effetti strategicamente più controproducenti della globalizzazione, tra cui, in primis, l’ascesa del competitor cinese.

Veduta aerea di un paesaggio danese – Credit – Ringomassa

Certo, non che prima di questa crisi Washington sia sempre stata coerente con quanto proclamato sul piano politico-narrativo; il supporto a numerose dittature latino-americane negli anni della Guerra fredda e le strettissime relazioni con vari Paesi arabi di certo non democratici, tanto per fare qualche esempio, sono, senz’altro, lì a dimostrarlo.

Ma, del resto si sa, la strategia (ovviamente di qualsiasi Paese, non solo degli USA) è molto più forte dei principi politici, di cui si serve ma solo fin quando conviene. Probabilmente è inevitabile.

Ora, però, Washington sta chiedendo ad alleato della NATO democraticamente e socio-economicamente evoluto come la Danimarca di cedere la propria sovranità su un territorio al fine di poterlo incorporare in maniera permanente.

F-16 BM dell’aeronautica danese – Credit – Steve Lynes from Sandshurst, United Kingdom – EGVA – General Dynamics F-16BM Fighting Falcon – Royal Danish Air Force – ET-197

Nel corso delle ultime settimane, rendendo note le proprie intenzioni a riguardo, se, da un lato, gli americani hanno proposto un pagamento a Copenaghen e una seria di sostanziose donazioni alla popolazione groenlandese (con l’evidente obiettivo di trasformare il suo storico sentimento autonomista in un sentimento pro-Washington), dall’altro, hanno anche chiarito come tutte le opzioni, inclusa, quindi, anche quella militare, fossero sul tavolo.

Quantunque poco probabile, la prospettiva di un’operazione statunitense nei confronti di un altro Paese NATO ha precipitato l’Alleanza occidentale in quella che, forse, rappresenta la più profonda crisi della sua storia, con diversi Paesi europei (in particolare, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia, Finlandia e, ovviamente, Danimarca) che, proprio negli ultimi giorni, hanno deciso l’invio di truppe sull’isola, ufficialmente allo scopo di iniziare a migliorarne le difese in funzione anti-russa e/o anti-cinese, ma con il reale obiettivo di costituire un filo d’intralcio politico per un eventuale “colpo di mano” statunitense.

Certo, si tratta solo di poche decine di uomini e, in un certo senso, definirli una barzelletta (come, in effetti, è stato fatto) non è poi così sbagliato, ma il solo fatto che sia stata predisposta una simile “misura precauzionale”, che gli USA riconoscono,  ovviamente come tale, la dice, senz’altro, molto lunga su quanto seria sia la crisi.

Nell’ambito di tale contesto una cosa, però, è certa: se Washington, davvero, conducesse un blitz con le sue forze rischierebbe di compiere una vera e propria inversione a 180 gradi rispetto alla narrativa con cui, per decenni, ha cementato buona parte del suo hub di alleanze, e, in modo particolare, l’asse transatlantico.

Forse anche per questo, nella giornata di ieri si è avuta la notizia, di certo non del tutto negativa considerando il contesto, secondo cui il governo statunitense avrebbe deciso di imporre, a tutti i Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia, una tariffa del 10% su tutte le merci inviate negli USA.

Stando a quanto dichiarato, tale tariffa, in vigore dal 1° febbraio, dovrebbe poi salire al 25% a partire dal 1° giugno e mantenersi su quel livello fino al raggiungimento di un accordo per l’acquisto dell’isola.

Al di la delle sue non certo piacevoli conseguenze e dei suoi non trescurabili effetti divisivi sull’Unione Europea (che, come ben sappiamo, non èmolto amata degli attuali verti statunitensi), tale provvedimento sembrerebbe comunque indicare come, almeno per il momento, a Washington si stiano considerando anche i vari effetti controproducenti connessi con l’umiliazione di un piccolo (e leale) alleato con un’azione militare.

D’altro canto, però, esso sembrerebbe anche indicare come la rivendicazione posta in essere dall’Amministrazione Trump sia davvero finalizzata ad ottenere la sovranità sull’isola e non, dunque, un maggiore impegno degli europei in sua difesa; cosa che, almeno fino a qualche giorno fa, era, comunque lecito immaginare.

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