Di Massimo Giardinieri
Caltanissetta. Ingerenze illecite nella gestione di beni aziendali già sottoposti a confisca (e per questo affidati a un amministratore giudiziario); è questo il motivo che ha portato all’emissione di 12 ordinanze di custodia cautelare (di cui nove in carcere e tre agli arresti domiciliari) eseguite oggi dai finanzieri del Comando Provinciale di Caltanissetta nei confronti di altrettante persone tutte indagate – in concorso oltre che vario titolo – per i reati di furto ed estorsione aggravata dal metodo mafioso.

I provvedimenti cautelari in parola, emessi dal GIP presso il Tribunale nisseno, giungono su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) al termine d’una complessa attività investigativa che ha consentito di accertare gravi indizi circa le responsabilità degli arrestati; in particolare di due fratelli – entrambi imprenditori agricoli della provincia di Enna – i quali, avvalendosi di dipendenti a loro particolarmente “fedeli”, avrebbero pesantemente inciso sulle dinamiche di aziende confiscate, peraltro senza farsi scrupolo alcuno nell’impartire direttive a proprio vantaggio ma in contrasto con quelle decise dall’amministratore giudiziario, arrivando persino ad una presunta sottrazione di beni strumentali necessari per l’attività agricola.
Le indagini in questione sono state condotte dagli specialisti del GICO (Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata), coadiuvati per l’occasione dai colleghi in forza alla Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica.
Si tratta infatti di indagini connotate da un alto grado di tecnicità operativa, soprattutto perché ineriscono al fenomeno criminale delle cosiddette “agromafie” che, come noto, vede allargare gli interessi di “cosa nostra” nel campo della produzione agricola che specialmente in Sicilia è particolarmente attivo, dunque fonte di cospicui guadagni, oltre che ad offrire diffuse possibilità di riciclaggio di denaro sporco.
Secondo gli investigatori delle Fiamme Gialle, oltre ai ricorrenti furti commessi in danno delle realtà aziendali confiscate, sarebbero altresì state perpetrate diverse forme d’intimidazione delle quali, a farne le spese, sono stati taluni lavoratori assunti dall’amministrazione giudiziaria.
Tale odiosa circostanza configura dunque un’evidente forma di estorsione peraltro aggravata dal modus operandi chiaramente mafioso, e che ha dunque indotto i lavoratori stessi ad interrompere anzitempo un rapporto di lavoro regolarmente contrattualizzato.
Le minacce in questione non sarebbero però state direttamente avanzate dai due principali indagati i quali, per non esporsi troppo in ragione della loro sottoposizione a procedimento di prevenzione e procedimento penale, hanno preferito avvalersi di propri “picciotti” che gli hanno così tolto l’ingombro dei dipendenti assunti da un amministratore nominato dal Tribunale, dunque certamente “indesiderati”.
Sempre secondo gli inquirenti, gli atti intimidatori in questione si sarebbero manifestati attraverso metodologie proprie delle consorterie mafiose tanto che le vittime, per evitare guai ulteriori, non solo hanno deciso di abbandonare una regolare collocazione lavorativa senza fornire all’amministratore una spiegazione plausibile, ma avrebbero anche rinunciato a sporgere denuncia per i soprusi subiti.
Ecco dunque che in tale contesto ambientale i due fratelli hanno organizzato, proprio all’interno di una delle imprese in argomento, una cena a base di porchetta la cui connotazione simbolica appare come una chiara dimostrazione di forza oltre che di personale carisma di fronte a tutti gli intervenuti.
Particolarmente significativo è stato poi un altro episodio affiorato durante le indagini, e che ha visto uno dei fratelli avvalersi dell’intermediazione di un soggetto (quest’ultimo inserito cartelli di “Cosa Nostra” del Messinese), il quale avrebbe preteso con i soliti “sistemi” estorsivi la restituzione di un autocarro aziendale che un privato aveva regolarmente acquistato dall’amministrazione giudiziaria in questione. In pratica uno “sgarro” al quale il responsabile avrebbe presto rimediato senza arrivare a più eclatanti gesti.
Sulla vicenda giova rilevare come l’attenzione dello Stato nella gestione di queste imprese sottratte alle associazioni mafiose sia molto elevata, tanto da aver costituto nel 2010 un’apposita struttura denominata “Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata” (ANBSC), le cui sedi sono state strategicamente insediate nelle città di Roma, Reggio Calabria, Palermo, Milano e Napoli.
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