Guardia di Finanza: a Lecco disattendono accordi con lavoratori e sindacati e ricorrono al “caporalato” ed a fatture per operazioni inesistenti. Sequestro preventivo da 6 milioni di euro

Di Aldo Noceti

Lecco. Non avevano rispettato gli accordi presi con i lavoratori e con le rappresentanze sindacali riguardanti l’adeguamento degli emolumenti previsti dai contratti nazionali, ma il problema per loro non si poneva giacché a sostituire le maestranze in agitazione si era ricorsi ad una vera e propria forma di “caporalato”, per di più realizzando parallelamente gravi e ripetuti reati fiscali fin quando, a seguito di un’indagine condotta dai finanzieri del Comando Provinciale di Lecco, la locale Procura della Repubblica non ha dato esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo d’urgenza per un valore di 6 milioni di euro, a cui si unisce la nomina di un Amministratore Giudiziario disposta per la durata di un anno dalla Sezione autonoma Misure di Prevenzione del Tribunale di Milano.

Le indagini della GDF di Lecco

È questa la cronaca di una complessa attività investigativa avviata nei confronti di un’importante società attiva nel commercio all’ingrosso di prodotti ortofrutticoli, che ha permesso di scoprire le manovre realizzate dai suoi responsabili i quali, avvalendosi di consorzi e cooperative di lavoro conniventi, si fornivano di manodopera a basso costo con il fine di creare un regime di sleale concorrenza (per di più realizzato in evasione d’imposta) nell’ambito degli appalti in tal modo ottenuti.

I preliminari riscontri compiuti dai finanzieri lecchesi, che hanno fatto ricorso anche ai sistemi informatici nonché alle banche-dati in uso al Corpo, hanno però evidenziato diverse anomalie che poi gli investigatori hanno tradotto in concreti elementi probatori a carico dei responsabili; più nello specifico scoprendo come le società coinvolte nella vicenda fossero artefici d’una chiara forma di “caporalato”, inserito in un disegno criminoso nel quale rientrava il reclutamento ed lo sfruttamento di manodopera straniera bisognosa di lavorare ma sottopagata – oltre che priva d’ogni specializzazione – andando parallelamente ad evadere l’imposta sul valore aggiunto (IVA) mediante l’emissione e l’annotazione di fatture per operazioni inesistenti.

Il meccanismo fraudolento messo a punto permetteva cosi ai responsabili di ottenere consistenti benefici fiscali sia per il principale committente, sia per le società cooperative che si alternavano nella prestazione dei servizi.

L’effetto generato da tali manovre consentiva dunque di abbattere in maniera del tutto illegale i costi d’impresa nonché quelli di natura fiscale, conseguendo così una massimizzazione dei profitti unita ad un’evidente alterazione degli equilibri di libera concorrenza sul mercato.

La vicenda pone ancora una volta in risalto la trasversalità dell’azione di servizio della Guardia di Finanza la quale, nelle sue peculiari facoltà d’intervento, si pone quale polizia economico-finanziaria caratterizzata da un’autentica funzione “sociale” a tutela del mondo lavoro e dell’imprenditoria sana, oggi più che mai sotto attacco da parte della gravissima crisi economica innescata dall’emergenza pandemica mondiale.

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