Guardia di Finanza: China Power nel Veneto. Contraffazione di prodotti e tasse non pagate al nostro Erario

Treviso (dal nostro inviato). China Power. Il potere economico cinese ha invaso, da tantissimi anni, le economie di tutto il mondo.

Il sequestro di mascherine anti COVID operato dalla GDF

Puntando sempre più a tantissimi mercati (oggi anche a quelli africani) e commerciando troppo spesso in prodotti di bassa qualità per un pubblico sempre più vasto.

Poco spendo poco valgo. Si potrebbe dire.

Ad ognuno di noi è capitato, varie volte, di entrare in un negozio gestito da cinesi o di mangiare nei loro ristoranti con risultati che lascio a voi lettori.

Il fiume di soldi cinesi ha fatto sì che essi si potessero comprare tutto o quasi tutto, anche quello che una volta poteva sembrare difficile da acquisire.

Qualcuno potrebbe dire che la loro operosità li ha portati a questo. Che anche noi italiani, nel passato, abbiamo fatto così quando avevamo i nostri emigranti sparsi per il mondo e qualcuno ha fatto fortuna.

Non vogliamo dare un calcio alla Storia vogliamo solo, da cronisti, raccontare cosa rappresenta per il nostro Paese una presenza ormai così forte di prodotti cinesi di basso costo.

Sarebbe facile anche rispolverare il dibattuto tema della “Via della Seta” che ha visto l’Italia, negli anni scorsi, aderire con grande amore ed ardore al progetto.

La Nuova Via della Seta

Vogliamo partire da elementi concreti: i cinesi apprezzano il fascino della moda, dell’abbigliamento, delle scarpe, delle borse made in Italy.

E nel nostro reportage che ci ha portato oltre che a Treviso anche a Venezia, Padova, Firenze e Prato grazie alla collaborazione con i vari Reparti della Guardia di Finanza abbiamo avuto modo di conoscere una mentalità imprenditoriale cinese, di vedere von i nostri occhi come essi operano, che prodotti fanno, come ostentano il loro tenore di vita.

TREVISO

Si potrebbe dire che a qualche neo “imprenditore“ cinese piace un’antica forma di teatro locale: quella delle ombre.

Ovvero l’apertura di Partite IVA e la loro chiusura nello spazio di due anni, in modo da non pagare neppure un euro all’Erario italiano.

Tra il 2018 ed il 2020 ci sono state 331 attivazioni di Partite IVA contro le 317 cessazioni. Si tratta, per lo più, di ditte individuali.

La Guardia di Finanza le chiama “società cartiere”. Vengono fatte fatture false per incassare il contante.

Il Veneto dal 2008 al 2020 ha visto arrivare circa 45 mila cinesi che per lo più si sono dedicati ad attività commerciali. Sono state aperte 15 mila Partite IVA

E con il Maggiore Giuseppe Spezzaferro, comandante del Gruppo GDF di Treviso, cerchiamo di analizzare la situazione.

“Di fronte a queste partite IVA aperte – spiega l’ufficiale – il dato che salta agli occhi è quello della loro infedeltà fiscale. Il 58% dichiara redditi pari a zero. Mentre il 21% dichiara redditi inferiori a 5 mila 600 euro”.

In pratica: si apre un’azienda, si produce, si vende, si chiude. Il tutto nel giro di un paio d’anni.

La Guardia di Finanza ha scoperto che l’azienda viene chiusa e in sostituzione della stessa persona nasce una nuova attività. Stesso oggetto sociale ma denominazione differente.

E con un’interposizione di rappresentanti legali o di amministratori terzi rispetto alla precedente.

Ma il Dominus cinese della società, di fatto, rimane lo stesso.

AZIENDE CHE APRONO E AZIENDE CHE CHIUDONO

Con questa tecnica, ormai consolidata, si aprono e si chiudono varie aziende che vengono intestate a soggetti compiacenti per un periodo brevissimo.

Insomma, il modus operandi prevede questo: si importa il prodotto dalla Cina.

I  dazi vengono pagati dalla società. Secondo le indagini delle Fiamme Gialle si tratta per lo più di aziende dell’Est Europa, compiacenti con il sistema Cina.

Il trasporto delle merci avviene su gomma grazie a società di autotrasporto che le portano in Italia.

La merce parte dal porto di Atene, dal 2013 in mano cinese e percorre le strade balcaniche per entrare via Gorizia o via Trieste nel nostro Paese.

I finanzieri continuano ad indagare per capire quali altri porti di entrata nell’Est Europa vengano utilizzati

Quello che è emerso finora è che i doganieri e le imprese importatrici sono per lo più ungheresi. Anche loro aprono e chiudono velocemente. E’ stato scoperto che sono in capo ai cinesi.

Non solo l’Ungheria ma anche la Bulgaria e la Polonia sono i Paesi dell’Est maggiormente utilizzati dai cinesi per far arrivare le merci, sdoganarle (molte volte in modo fittizio) e poi farle uscire.

Una volta che escono da questi Paesi europei raggiungono, come detto l’Italia, con prodotti di scarsa qualità che inquinano il mercato e mettono a rischio la salute dei consumatori.

Dal Nord Est il percorso delle merci si conclude anche nel Sud Italia.

I CONTROLLI DELLA GDF

Per controllare e bloccare il traffico di queste merci, i finanzieri hanno attivato una serie di controlli ai caselli di Roncate e di Venezia Est.

Si tratta delle due principali porte d’entrata nel Veneto orientale.

Per comprendere l’importanza di questi due snodi autostradali, è sufficiente ricordare che ogni anno vi transitano oltre 5 milioni di veicoli, di cui il 10% circa sono autoarticolati provenienti dalla cosiddetta “rotta balcanica”.

Operazione della GDF contro la contraffazione

“Anche se ci siamo spostati rispetto al classico valico – aggiunge il Maggiore Spezzaferro – in verità il nostro lavoro è quello tipico della frontiera. Abbiamo tracciato indici di pericolosità di questi mezzi che vengono analizzati. Ci accorgiamo se qualcosa non va dalle modalità di carico della merce”.

E dalla documentazione che l’accompagna, non completa, che attesta falsamente il marchio CE per i prodotti che non possono essere venduti in Italia.

Così come può essere dichiarato un valore irrisorio rispetto a quello che viene effettivamente riscontrato.

Una volta arrivata a destinazione viene trasportata in tutti i China market che la vendono in ogni angolo, anche quello di un piccolo comune di provincia.

IL TRAFFICO DI DENARO CON LA CINA

Tutto quello che viene guadagnato dalla vendita viene riportato in Cina. Per questo si usano o canali ufficiali o semi ufficiali, o attraverso i cosiddetti “spalloni” ovvero persone che portano di nascosto ingenti somme di denaro contante oltre il confine per evadere il Fisco.

Moneta cinese

I soldi vengono anche trasferiti seguendo un meccanismo che si basa sulla fiducia. Quello vero avviene in un momento successivo la transazione.

Sono stati scoperti dei meccanismi di pagamento che avvengono con l’utilizzo di chat cinesi.

I soldi entrano, transitano ed escono solo attraverso canali internazionali. Il tutto avviene in moneta locale.

Le indagini che hanno portato a queste conoscenze sono dovuti al sequestro di cellulari.

Ma il problema è giuridico: questo flusso enorme di soldi non si può, purtroppo, fermare.

A sostegno di tutto questo c’è da segnalare un’operazione di qualche mese fa.

Le Fiamme Gialle del Comando Provinciale di Treviso hanno portato a termine un’indagine contro il  riciclaggio dei proventi illeciti di reati fiscali, nei confronti di tre cittadini di origine cinese, residenti tra le province di Treviso e di Padova.

La GDF di Treviso al lavoro

L’accusa per i tre era di aver riciclato 382 mila euro, provenienti da una frode fiscale nel settore del confezionamento dei capi d’abbigliamento.

Le indagini, condotte dalla Compagnia di Treviso, sono nate dagli sviluppi dell’operazione denominata “Il sarto”, conclusasi nell’ottobre 2019 con l’arresto dell’autore della frode, realizzata mediante l’utilizzo di false fatture per circa 6 milioni di euro.

Gli approfondimenti successivi hanno permesso di accertare che i tre indagati si erano adoperati per consentire al Dominus della frode fiscale di rientrare in possesso del denaro derivante dal meccanismo fraudolento finalizzato all’evasione delle imposte.

In particolare, grazie agli accertamenti bancari, all’audizione di numerosi testimoni e alla ricostruzione della contabilità delle imprese coinvolte, i finanzieri trevigiani sono riusciti a ricostruire lo schema di riciclaggio.

Riciclaggio che avveniva così.

Due dei tre indagati, gestori di un ristorante di cucina orientale a Galliera Veneta (Padova), dopo aver ricevuto bonifici da parte di alcune imprese “cartiere” coinvolte nella frode, hanno consegnato in contanti alla moglie del principale indagato somme di denaro provenienti dalla loro attività di ristorazione, “ripulendo” così il denaro derivante dagli illeciti fiscali.

La “commissione” che veniva riconosciuta ai due ristoratori cinesi era di circa 150 euro per ogni consegna di denaro (dell’importo singolo di circa 10 mila euro) che avveniva sistematicamente all’interno del ristorante negli orari di chiusura.

La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Padova, competente per territorio in relazione alle condotte di riciclaggio, ha concluso le indagini preliminari nei confronti dei due ristoratori e della moglie dell’arrestato (la pena per il delitto di riciclaggio va dai 4 ai 12 anni di reclusione).

Ai tre sono state inoltre contestate le sanzioni amministrative in materia di antiriciclaggio, per un importo di oltre milione di euro.

L’indagato principale ha patteggiato al Tribunale di Treviso la pena di tre anni di reclusione per la frode fiscale.

Nel Trevigiano il sistema è quello di una vera e propria “ripulitura” del denaro.

IL SEQUESTRO DEI PRODOTTI 

Il contrasto della GDF alle attività illecite, in questi mesi dominati dalla pandemia COVID-19, ha riguardato anche il sequestro di tanti prodotti contraffatti o pericolosi

Nei mesi scorsi sono stati sequestrati 682.722 prodotti pericolosi, tra cui articoli elettrici ed elettronici, dispositivi medici, giocattoli, cosmetici, articoli per alimenti, attrezzi e utensili per il “fai da te”, tessili e capi d’abbigliamento, casalinghi, prodotti per l’edilizia, componenti d’arredo per la casa, per un valore commerciale stimato di circa 10 milioni di euro.

Il sequestro di prodotti cinesi

Trentuno le persone di varie nazionalità denunciate alla Procura della Repubblica di Treviso per i reati di introduzione nello Stato di prodotti contraffatti, frode in commercio, apposizione di segni industriali mendaci, ricettazione, distribuzione di prodotti pericolosi privi delle certificazioni di conformità e delle garanzie per la sicurezza dei consumatori previste dalle normative europee e nazionali.

L’indagine si inserisce in una più ampia strategia di intervento, che il Comando Regionale Veneto della Guardia di Finanza stava da tempo attuando per intercettare e contrastare, anche grazie a sofisticate attività di analisi di contesto e di rischio, una serie di fenomeni illeciti, collegati tra loro, posti in essere da cittadini stranieri ai danni dell’economia nazionale e degli operatori rispettosi delle regole del mercato.

In questo ambito, l’eliminazione dei controlli al confine con la Slovenia, il progressivo aumento dei flussi di veicoli in entrata e uscita dallo Stato, il crescente numero di operazioni economiche e finanziarie con soggetti e istituti di credito dell’Est Europa, hanno portato le Fiamme Gialle trevigiane ad adattare le loro tecniche di indagine e controllo, per far fronte ai sempre maggiori traffici transfrontalieri via terra, in uno scenario che vede il Veneto collocarsi a ridosso del confine di Stato, in una posizione di passaggio “strategica”.

Le attività investigative sono state condotte attraverso controlli mirati (anche notturni) ai caselli autostradali di Mogliano Veneto/Venezia Est e Roncade/Meolo.

All’interno dei mezzi, gli articoli venivano stoccati in modo tale da rendere pressoché impossibile ogni forma di controllo su strada agli operatori di polizia, atteso che per svolgere una verifica puntuale occorre scaricare manualmente la merce in aree attrezzate per le successive operazioni di inventario.

Quando questo avviene, il controllo si conclude, nella quasi totalità dei casi, con la constatazione di irregolarità nella documentazione di sdoganamento (in cui le merci sono descritte genericamente e richiamando quantità e tipologie di articoli differenti da quelli effettivamente trasportati) e in quella di trasporto, in cui spesso vengono indicati destinatari inesistenti.

E nel corso di un controllo al casello autostradale di Venezia Est la GDF ha eseguito un nuovo ingente sequestro di dispositivi di protezione individuale.

A bordo di un camion, entrato in Italia dal valico di Fernetti, i finanzieri hanno scoperto un carico di ben 450 mila mascherine, tutte non conformi alla legge.

 

I controlli su strada

In particolare, 205 mila riportavano la marcatura “CE” contraffatta ed erano sprovviste delle certificazioni necessarie a provarne la conformità agli standard di sicurezza richiesti per contrastare la diffusione del Covid-19.

La parte più inquietante del carico sequestrato, però, era costituita dalle 245 mila mascherine destinate ai più piccoli, che riportavano i loghi contraffatti dei più noti personaggi dei cartoni animati.

A insospettire gli investigatori della Compagnia della GDF di Treviso sulla possibile irregolarità del carico, oltre all’analisi di rischio relativa all’origine cinese dei prodotti, sono state la genericità della documentazione di trasporto, esibita dal conducente al momento del controllo, e l’assenza delle certificazioni di conformità previste dalla legislazione comunitaria.

L’analisi della documentazione, infatti, ha permesso di ricostruire un percorso piuttosto “tortuoso” del carico.

Sdoganate in Polonia da un importatore slovacco e trasportate da un autista ucraino, le mascherine erano destinate a un ingrosso commerciale della provincia di Bari, gestito da un 50enne cinese.

Con il sequestro del carico da parte dei finanzieri trevigiani, è scattata anche la denuncia per il conducente del mezzo e il destinatario della merce (già responsabile in passato di violazioni simili) per i reati di introduzione nello Stato di prodotti contraffatti, ricettazione e frode in commercio.

 VENEZIA

Il nostro reportage ci porta alla scoperta di Venezia.

Questo lunghissimo periodo di pandemia ha visto venire meno una cospicua ricchezza economica per la città della Laguna acquisita grazie all’intenso flusso turistico, alla presenza dei croceristi (amati ed odiati allo stesso tempo) così come di un movimento da turismo “mordi e fuggi” o anche da quello di più lungo periodo.

Percorrere le calli veneziane vuote di ospiti italiani e stranieri è stato senza dubbio un colpo all’immagine della città e ai guadagni dei commercianti. Anche cinesi.

Piazza san Marco vuota di turisti

Sino a circa 18 mesi fa, la città Lagunare aveva un flusso turistico di cica 27 milioni di persone.

Nel 2018 le presenze, soprattutto nel centro storico, erano pari a circa 12 milioni, la maggior parte proveniente dagli USA (1,7 milioni di presenze l’anno) seguiti dalla Francia e dal Regno Unito (1 milione ciascuno) e poi da vari Paesi orientali quali Cina, Giappone e Corea del Sud (circa 800 mila presenze), Germania (700 mila) e Spagna (500 mila).

Tutti erano sempre pronti ad accogliere questi visitatori.

In tutti i campi, dove però talvolta fioriva l’abusivismo.

Come nel settore delle guide turistiche. La GDF di Venezia ha scoperto, tra il 2019 ed il 2020, una cinquantina di casi irregolari con 27 guide che lavoravano senza alcuna autorizzazione.

Ma oltre a questo aspetto quello che in una città patrimonio dell’umanità come Venezia salta all’occhio sono i numerosi negozietti cinesi che affollano Calle dei Fabbri, considerata la Chinatown della Laguna.

Calle dei Fabbri a Venezia

La Guardia di Finanza monitora il territorio e segue il flusso dell’enorme denaro (liquido per lo più) che i cinesi gestiscono con grande abilità commerciale.

Ricordiamo che Venezia e la Cina sono legate da attività commerciali fin dal oltre la seconda metà del ‘200.

Quello che emerge in queste attività al dettaglio gestite dai cinesi è spesso la mancata conoscenza della nostra lingua e la scarsa capacità a dialogare con i clienti.

“Nel corso delle nostre attività – spiega il Colonnello Flavio Vanzella, comandante del I Gruppo della GDF veneziana –  abbiamo riscontrato la presenza in Italia di soggetti stranieri solo da quattro-cinque mesi e abbiamo domandato loro che tipo di lavoro svolgessero prima nel loro Paese. La risposta? Tutt’altro da quella del venditore e, quindi, senza alcuna esperienza da poter spendere e mettere a frutto, soprattutto in un contesto come Venezia”.

Ma dietro tutto questo c’è qualcuno che gestisce tutto, anche dal punto di vista finanziario? Come mai tra questa comunità girano tanti soldi per l’acquisto di negozi o altre attività commerciali?

Le Fiamme Gialle tengono sotto controllo ogni movimento, sin dall’apertura dei più piccoli negozi cercando di intercettare i fenomeni illeciti e fraudolenti in via preventiva.

Un altro sequestro di materiale cinese

La prevenzione è la migliore medicina per evitare che appunto, nel giro di poco tempo tutto scompaia.

In questo periodo di crisi economica dovuta alla pandemia per il COVID-19 si sono aperte molte Partite IVA con nomi cinesi. Per lo più ditte individuali.

E chi invece chiude? “Chiude – risponde il Colonnello Vanzella – qualcuno che poi riapre con un’altra denominazione sociale, magari all’indomani, dopo essere stato oggetto di un controllo fiscale. Capita che il dipendente riapra la società del titolare, nella stessa sede, con una diversa Partita IVA, proseguendo così la precedente attività”.

A Venezia la GDF monitora, anche fisicamente, il contesto ed il territorio.

Naturalmente è una presenza costante, senza alcun pregiudizio o riserva mentale verso chi fa impresa.

Anzi è portata avanti proprio e convintamente a tutela del valore fondamentale della libertà dell’iniziativa economica privata, contenuto nella nostra Costituzione.

Occorre però rispettare le regole della solidarietà nel concorrere alle spese pubbliche, in ragione dell’effettiva capacità contributiva di ciascuno.

E in questi lunghi mesi di blocco, la Guardia di Finanza di Venezia ha continuato ad operare per la salute e l’economia del nostro Paese.

Le Fiamme Gialle hanno sequestrato 2,6 milioni di mascherine chirurgiche con falsa marcatura “CE”.

In particolare, i finanzieri della Compagnia di Chioggia, durante un posto di controllo lungo la Statale Romea, hanno intercettato un autoarticolato con targa polacca con un carico di 1.300 cartoni di mascherine chirurgiche di fabbricazione cinese.

I successivi approfondimenti hanno permesso di appurare che la merce era stata sdoganata in Olanda ed era destinata ad una società con sede a Roma, riconducibile ad un cinese.

Quest’ultimo, contattato dai finanzieri, ha riferito di aver proceduto all’acquisto dei materiali con ordine diretto ad un’azienda del suo Paese.

Ma non è stato in grado di fornire alcuna documentazione tecnica di accompagnamento della merce, esibendo esclusivamente una dichiarazione di conformità formalmente rilasciata da un mandatario stabilito nell’Unione Europea.

Tale ultimo soggetto, anch’esso contattato dai militari nel corso dell’operazione, nel premettere di non aver mai avuto alcun rapporto con la società romana destinataria delle mascherine, ha disconosciuto la certificazione esibita in sede di controllo, precisando che la stessa si riferiva ad una precedente e diversa partita di mascherine acquistate presso il fabbricante cinese e testata da laboratori specializzati, che nulla aveva a che fare con quella oggetto del controllo.

Alla luce di tali riscontri, la marcatura “CE” presente sulle mascherine era da ritenersi indebitamente apposta e, pertanto, l’intero carico è stato sottoposto a sequestro mentre l’importatore è stato denunciato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Venezia per il reato di tentata vendita di prodotti industriali con segni mendaci.

Al prezzo al pubblico di 50 centesimi a pezzo, la partita di dispositivi medici avrebbe fruttato oltre 1,3 milioni di euro.

Tra i sequestri operati, sempre dalla GDF veneziana, ci sono stati quelli di 50 mila articoli di cancelleria contraffatti.

Il 2° Nucleo Operativo Metropolitano di Venezia, nell’ambito dell’azione di controllo del territorio e di tutela del mercato dei beni e dei servizi, ha individuato un negozio di Marcon, gestito da un cittadino di origine straniera, che vendeva, a prezzi peraltro molto competitivi, prodotti riproducenti il noto marchio registrato delle penne e matite Staedler.

La perizia di un campione del materiale, eseguita da personale specializzato, ha evidenziato la contraffazione del marchio originale.

I finanzieri hanno quindi fatto accesso presso l’esercizio sequestrando 200 pezzi in vendita e segnalando alla Procura della Repubblica di Venezia l’uomo per la vendita di merce contraffatta.

Un elicottero della Guardia di Finanza di Venezia

Nel corso dell’intervento, sulla base delle fatture e dei documenti di trasporto, i finanzieri sono risaliti al fornitore del materiale, un’azienda importatrice operante nel Novarese.

Il provvedimento di perquisizione, appositamente richiesto ed autorizzato dall’Autorità Giudiziaria lagunare, ha consentito di rinvenire presso la sede piemontese dell’impresa, anch’essa intestata ad uno straniero, ulteriori 50 mila pezzi dello stesso lotto, tra penne e matite, pronti per essere distribuiti per la commercializzazione al dettaglio.

Tutto il materiale è stato sottoposto a sequestro e il responsabile è stato denunciato per il reato di contraffazione.

E sempre in tema di sequestri di prodotti non in regola segnaliamo quelli di circa 210 mila articoli non sicuri e di 1.300 prodotti alimentari privi della documentazione di origine e tracciabilità.

Tra le merci sequestrate dal 2° Nucleo Operativo Metropolitano di Mestre c’erano anche materiale di cancelleria, articoli per ferramenta, maschere e gadget di carnevale, snack e patatine, funghi secchi, altri prodotti tipici della cucina asiatica.

Gli articoli sequestrati, posti sugli scaffali e pronti per la vendita, sono stati rinvenuti presso negozi di Mestre e di Marcon gestiti da stranieri e sono risultati carenti delle informazioni relative alla denominazione merceologica, all’identificazione dell’importatore, alla presenza di materiali o sostanze pericolose o nocive nonché della necessaria documentazione di origine a fini igienico-sanitari.

Al termine delle attività ispettive, i titolari delle imprese sottoposte a controllo sono stati segnalati alla Camera di Commercio di Venezia ed al Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali per l’irrogazione delle relative sanzioni amministrative che sono state stimate in 50 mila euro.

PADOVA

Iniziamo il nostro tour in quello che prima era un grosso il Centro Grossisti nell’area industriale di Padova, dove prima insistevano fiorenti attività commerciali nazionali, ora si vedono solo magazzini con all’interno merce stipata in grossi scatoloni con scritte cinesi.

Le indagini della GDF di Padova

La scena sopra descritta è figlia della “cannibalizzazione economica” operata dagli imprenditori cinesi che, nel decennio scorso, hanno istituito ex novo un complesso commerciale a poche centinaia di metri.

Il successo di tale impianto commerciale non deriva esclusivamente dalle capacità imprenditoriali cinesi, ma soprattutto dalla sleale concorrenza e dagli indebiti vantaggi fiscali.

L’affermazione imprenditoriale ha comportato un lento e inesorabile declino economico delle aziende italiane che sono state costrette a chiudere, così gli imprenditori sinici hanno potuto acquistare tutte le loro attività ad un prezzo irrisorio e quindi monopolizzare il mercato dell’abbigliamento, delle borse, degli accessori potendo applicare scaltramente il famoso “made in Italy” sinonimo di qualità ed eccellenza artigianale e industriale.

Ma i prodotti importati dalla Cina o confezionati dai cinesi in Italia sono di diversa e varia qualità.

Quelli prettamente cinesi sono dedicati ad una fascia di mercato entry level quindi destinati ai clienti delle bancarelle nei mercati rionali o dei negozi bazar che hanno letteralmente invaso tutta la penisola mentre i prodotti recanti il “made in Italy” sono quelli considerati più “fashion” e destinati sia all’esportazione sia ai negozi più blasonati, solitamente ubicati nei centri storici e frequentati da una clientela con una propensione alla spesa maggiore.

Tali clienti hanno l’erronea convinzione di comprare al “giusto prezzo” capi confezionati da maestranza italiane, quando in realtà i capi sono confezionati in Italia da lavoratori, spesso sfruttati e sottopagati, di origine cinese.

I cinesi sono particolarmente attratti dal termine Italian Fashion, quale sinonimo di moda ed eleganza; lo smodato interesse per il nostro stile porta gli stessi a copiare tutti i nostri prodotti tanto da spingerli ad apporre “segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana”.

Nella zona industriale padovana gli esercizi commerciali cinesi sono tutti all’ingrosso, si può comprare solo se in possesso di una Partita IVA e per un minimo di pezzi che vengono stabiliti dal venditore.

Materiale cinese sequestrato dalla GDF padovana

Emblematica è la presenza, davanti ad ogni store, di auto di lusso quale indice inequivocabile dell’alto tenore di vita ostentata dagli imprenditori cinesi, anche in questo periodo di crisi economica dovuta al COVID-19.

Il cittadino cinese, trapiantato a Padova, vuole che il figlio frequenti scuole anglo-cinesi oppure italo-cinesi, rigorosamente private, infatti sarà un imprenditore del domani e dovrà conoscere bene la nostra lingua, dovrà frequentare l’Università nel nostro Paese ed una volta laureato gestirà l’azienda di famiglia; per onore di cronaca sono già numerosi i casi di seconde o di terze generazioni raffinatamente istruite ed impegnate nelle gestioni aziendali.

“La loro capacità dal punto di vista fiscale – spiega il Capitano Cesare Di Giovanni, Comandante della Compagnia di Padova della GDF – è quella di interporre nella filiera commerciale, una società “cartiera” rappresentata da soggetti privi di consistenza patrimoniale, ubicata quasi sempre in città metropolitane, probabilmente al fine di sviare eventuali controlli, che di fatto non pagherà alcun tipo di imposta e nel giro di qualche anno verrà cessata e sostituita con un’altra società cartiera”.

Un intervento della Guardia di Finanza

Il modello delle scatole cinesi ha il fine di evitare il pagamento delle imposte ovvero di sottrarsi fraudolentemente al pagamento delle stesse attraverso l’utilizzo distorto di schemi giuridici.

Ecco spiegato il perché in questo grande centro ingrosso gestito dai cinesi, la merce viene venduta a un prezzo competitivo.

Inoltre, la merce spesso risulta essere non in linea con gli standard di qualità europei o italiani, svariati sono i casi in cui sono stati sequestrati prodotti con il marchio CE falso o oggetto di contraffazione.

Le difficoltà, dal punto di vista giuridico, sono oggettive, anche in considerazione del fatto che i proventi di tali attività illecite vengono dirottati all’estero ed in particolar modo in Cina – Paese non collaborativo con le autorità italiane – facendo perdere le loro tracce; oltretutto, spesso, i pagamenti tra società gestite da soggetti di etnia cinese avvengono estero su estero, sfuggendo in tal modo al sistema finanziario italiano ed ai suoi strumenti di prevenzione.

In considerazione di ciò, le Fiamme Gialle patavine hanno adottato un particolare approccio trasversale per fronteggiare la criminalità economica cinese, infatti accanto ad un’azione di contrasto tesa al sequestro della merce irregolare per la successiva confisca e distruzione, viene affiancata un’attività volta al contrasto del riciclaggio del denaro finalizzata al sequestro di denaro contante ed al recupero delle somme frutto di proventi illeciti.

Basti pensare che da inizio anno, sono 31 milioni i prodotti sequestrati tra quelli non in linea con gli standard di sicurezza europei e nazionali, contraffatti, e in frode al commercio, 11 le persone denunciate alle competenti autorità giudiziarie e 6 i soggetti segnalati alle Camere di Commercio competenti.

Non mancano poi i sequestri di denaro in contante, ad esempio nel mese di febbraio scorso, i Baschi Verdi di Padova, in servizio presso la stazione ferroviaria, hanno sequestrato, nei confronti di una distinta signora cinese che, circa diecimila banconote per un valore di quasi 500 mila euro, abilmente occultate in un trolley e sulla persona, mediante l’utilizzo di apposite panciere.

Un mezzo per bloccare il flusso del contante (altamente amato dai cinesi), potrebbero essere le intercettazioni telefoniche e/o ambientali ma bisogna fare i conti con la carenza di interpreti poiché la Cina è una nazione enorme e annovera almeno 7 dialetti parlati: Mandarino, lingua Wu (in uso a Shanghai), lingua Xiang, Gan, Cantonese (diffuso a Sud e lingua ufficiale di Hong Kong e Macao), lingua Min Nan (usata a Taiwan e nella zona meridionale di Fujian) e infine la lingua Hakka (che vanta il primato di essere la più antica di tutto il Paese).

Le intercettazioni della GDF

I prossimi anni saranno un banco di prova importante per verificare l’efficacia delle metodologie d’indagine mirate a fronteggiare le condotte illecite tipiche della criminalità economica cinese quali le frodi fiscali, le frodi in commercio, la contraffazione, il riciclaggio del denaro e ci sarà necessario bisogno della sinergia tra le diverse strutture dell’Amministrazione Pubblica, in particolar modo quella giudiziaria e finanziaria al fine di prevenire e reprimere le condotte illecite sopra rappresentate.

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