Di Gerardo Severino*
MILANO. Per quanto esistita e sporadicamente manifestatasi anche nei secoli precedenti, la pratica dell’importazione in Lombardia e quindi dell’esportazione – purtroppo sono, questi, gli unici termini consoni che abbiamo voluto adottare, non potendo parlare di una sistematica “tratta – di neonati indesiderati dalla Svizzera fu un fenomeno criminale che coinvolse massicciamente i due Paesi confinanti per circa un secolo, con particolare riferimento al periodo che fece seguito alla fondazione, in quel di Milano, della benemerita “Pia Casa degli esposti e delle partorienti”, di cui tratteremo a breve.

Da quel momento in avanti, la generosa Istituzione fu, giocoforza, al centro di assurde vicende di cronaca, in virtù delle quali la frontiera con la Svizzera si trasformò, da luogo ove si consumavano lucrosi contrabbandi di merci, a luogo di attraversamento di ceste e fagotti contenenti piccole vite, non volute o non potute mantenere dalle madri in Svizzera, destinate a “vita più decorosa”, sia a Milano che comunque in altre località della Lombardia d’allora.

Si tratterà, purtroppo, di un gravissimo fenomeno che riguarderà anche il Regno di Sardegna, prima (1859), e quello d’Italia, dopo (1861), per fortuna quasi debellato, almeno riguardo ai grossi numeri statistici solo dopo il 1874, allorquando la Confederazione Elvetica varò una nuova Costituzione, grazie alla quale furono riviste le norme sui matrimoni, anche se, nel frattempo, anche in quel Paese era stato istituito qualche primitivo Orfanotrofio, che iniziò a sopperire al primordiale ricovero negli Ospedali.
Origini ed evoluzione del fenomeno criminale (1780 – 1875)
Abbiamo aggiunto volutamente l’aggettivo “criminale” al termine “fenomeno” in quanto la pratica del “contrabbando dei neonati” – come chiamarlo diversamente ? – fu concepita scientemente da incalliti contrabbandieri, riciclatisi a fare i “passatori” di piccole vite, i quali operarono dalla Svizzera all’ospitale Italia.
Si trattava, in buona sostanza, di neonati illegittimi i quali venivano trasportati dalla Svizzera tedesca (il Cantone Uri) verso Milano, se non scoperti sul confine, ovvero “abbandonati” sul suolo lombardo. Una vera e propria pratica lucrativa che, all’indomani dell’unificazione italiana del 1861 avrebbe destato scalpore in tutta Europa, come vedremo nel prossimo capitoletto.
Quei poveri bambini venivano trasportati dalla Svizzera, passando per il Gottardo, diretti principalmente a Milano, città nella quale, per volere dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, era stata fondata, nel 1780, la “Pia Casa degli esposti e delle partorienti”.
Si trattava di una struttura ospitaliera la quale, adottando criteri liberali, unici nel suo genere in tutta Europa, consentiva di accogliere tutti gli “esposti” che nottetempo venivano abbandonati nei suoi pressi, ovvero recuperati dalle Guardie Doganali lungo il confine con la Svizzera.

La “Casa” consentiva a chiunque di abbandonare le proprie figlie e i propri figli per poi tornare a riprenderli, un giorno, senza timore di dover essere sanzionati.
Le madri avevano la possibilità di «riprendersi» il figlio abbandonato, ma dovendo provare la loro identità, avevano escogitato un metodo ingegnoso, quello di inserire nel cesto in cui si abbandonava il piccolo una sorta di segno di riconoscimento, ma spezzato a metà, come ci ricorda, ad esempio, l’utilizzo di immaginette sacre, tagliate a metà, tanto da essere utilizzate, oltre che per dare un nome di battesimo al piccolo stesso, anche per consentire, in futuro, di ricollegare madre e figlio.
In verità, una volta giunti a Milano i “trafficanti” non potevano consegnarli ufficialmente alla “Pia Casa”, in quanto questa era disponibile ad accogliere solo i trovatelli dell’allora Ducato di Milano[1]. Ecco, dunque, che la pratica si servì di due metodi: la deposizione dei neonati nella “ruota degli esposti” [2], ovvero il raggiungimento di uno “speciale” accordo economico con le stesse levatrici milanesi.
Gli abbandonati provenivano quasi tutti dalla Svizzera, Paese ove, almeno sino alla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento, non esisteva nessun Orfanotrofio che accogliesse bambine e bambini illegittimi, ma solo figli legittimi che avevano perso uno o entrambi i genitori.
Nel raccontate le origini storiche di tale “losco traffico”, sorto per l’appunto nel Cantone di Uri, la storica Janine Schneider, scrive: “Flüelen non era l’unico palcoscenico di tali losche pratiche da dove bambine e bambini illegittimi venivano portati in Italia nel XIX secolo. Mercanteggiamenti simili, infatti, avvenivano anche a Küssnacht, Rapperswil e San Gallo. Tuttavia, questo fenomeno prese le mosse nel Canton Uri, che poteva sfruttare alcune vecchie vie di commercio tradizionali verso l’Italia. Ed è proprio qui che sul finire del XVIII secolo le famiglie della levatrice Maria Huber e dell’ex insegnante Franz Josef Kempf cominciarono a portare via dalla Svizzera bambine e bambini illegittimi in età infantile. Solamente tra il 1803 e il 1807, una sessantina tra bambine e bambini passarono per le mani delle due famiglie” [3].
Nel 1807 – ci ricorda la storica Schneider – fu emanato un divieto provvisorio di portare avanti questa orrenda pratica: “ma a nessuno interessava davvero applicare tale divieto. L’attività era diventata troppo redditizia, la domanda troppo forte e la pratica troppo vantaggiosa per le autorità, le quali consideravano le bambine e i bambini illegittimi delle mere fonti di perdita finanziaria” [4].
E ciò riguardava anche le Istituzioni locali, tanto che: “Anche le autorità volevano liberarsi delle bambine e dei bambini illegittimi. Nel 1808, per esempio, l’amministrazione comunale di Grossdietwil, Cantone Lucerna, incaricò ufficialmente Josef Kempf [5] di portare a Milano un bambino illegittimo per evitare al Comune ulteriori spese e per proteggere il Comune stesso dall’eventuale discendenza scomoda che un giorno sarebbe potuta nascere da questo bambino” [6].
Nel 1810, tanto per citare un esempio tangibile, il citato Cantone di Uri aveva introdotto una legge sui poveri, la quale vietava il matrimonio alle persone che avevano vissuto la propria esistenza nella dissolutezza e nell’immoralità, ovvero che non vivevano secondo i tradizionali canoni della Religione o che lo facevano nella mendicità e nella sconsideratezza più completa.
Il fine ultimo della Legge era, in buona sostanza, quello di impedire una sorta di trasmissione ereditaria della povertà, come giustamente osserva la storica Schneider.
Mentre prima, quindi, le gravidanze pre-matrimoniali portavano, in seguito, al matrimonio riparatore, con la nuova Legge ciò fu reso impossibile, anche se per le sole fasce più povere della popolazione Cantonale. Di conseguenza, chi nasceva al di fuori del matrimonio era relegato ai margini più estremi, non potendo essere assistito da alcuno.
Il 28 maggio 1814, il citato divieto fu revocato, tanto che il giornale Schweizerbote avrebbe, di lì a poco, riportato la notizia secondo la quale i famigerati trafficanti della famiglia Huber, di Küssnacht, continuavano a trasportare bambine e bambini illegittimi verso la Lombardia.
Nel 1820 – riferisce ancora la storica Schneider – il Consiglio di Polizia di Lucerna esortò il Canton Uri a porre fine, una volta per tutte, a questo malcostume. “Di conseguenza le autorità Cantonali riuscirono a imporre un divieto definitivo, rendendo sanzionabile con una pena detentiva qualsiasi trasporto verso l’Italia di bambine e bambini illegittimi” [7].
Sia prima che dopo la Restaurazione (1815), nei territori di frontiera di pertinenza del Regno Lombardo-Veneto la repressione del fenomeno spettò ai militi della Imperial Regia Guardia di Finanza, i cui Commissariati territoriali avevano impartito speciali ordini ai vari Posti di Confine.
A tal riguardo, dalle memorie di un vecchio ufficiale di quel Carpo, l’Ispettore Superiore Francesco Bosisio, un tempo Sottufficiale e Comandante del Posto di Clivio, togliamo il seguente brano: “Nel Cantone Ticino, poi vi sono dei furbi che di economia pubblica se ne intendono di più di Adamo Smith e compagnia. Essi mettono al mondo figli, e poscia li fanno contrabbandare in Italia, ove domina la teoria, che quanto più cresce la popolazione tanto più si diventa ricchi e potenti. E nell’inverno dell’anno 1839-40, essendo io comandante del posto di Clivio nella provincia di Como, tratto tratto si trovavano dei neonati ad una cascina detta Cà Bella, colà collocati di nottetempo dai contrabbandieri di carne umana. Lo si faceva impunemente, trovandosi la cascina precisamente al labbro confinante, ed il contrabbandiere stando poi coi piedi sull’estero, colle mani collocava il bimbo sopra il davanzale di una finestra della detta cascina che è lombarda, e quindi se la dava a gambe” [8].
Il traffico di neonati si arrestò solamente nella seconda metà del XIX secolo, allorquando, come si ricordava in premessa, anche in Svizzera furono istituiti i primi Orfanotrofi e, ancor di più, a partire dal 1874, con la revisione della Costituzione Federale, con la quale furono finalmente aboliti tutti gli ostacoli al matrimonio.
Grazie a tale prescrizione, dal 1875 in poi il fenomeno si ridusse quasi del tutto.
E pensare che, appena quatto anno prima, nel 1871, la situazione dei trovatelli in Svizzera veniva così descritta: “Nella Svizzera i fanciulli illegittimi, di genitori poveri ed ignoti, vengono ammessi al soccorso, come gli altri indigenti, a spese del Comune ove ebbero la nascita, e quindi secondo il sistema di beneficenza ivi in uso, o posti all’incanto mediante ribasso sul prezzo della merce da ricevere, o collocati presso famiglie coloniche. Ognun vede di quanti inconvenienti possa essere ferace questo sistema. Prima di tutto i Comuni cercano di sbarazzarsi degli òneri che loro derivano dai figli naturali, declinando quanto è possibile la competenza, tollerando o favorendo il contrabbando” [9].
La lunga linea di frontiera, che interessa sia il Varesotto che il Comasco, fu per anni teatro di questa assurda soluzione.
Nei boschi e nei pianori ove i cippi di pietra contrassegnavano la linea di demarcazione con la Confederazione Elvetica, si consumarono a centinaia di casi di quello che potremmo agilmente definire “contrabbando di esseri umani”.
Gran parte degli “esposti ticinesi” giunsero in Italia attraverso il valico della Pignora, per poi essere abbandonati (molto spesso in una cesta), proprio al di là dei cippi di confine, sia vicino al Santuario che nei pressi di alcune fattorie, quali quella di Cattafame ad Uggiate, ove quelle povere vite venivano raccolte dai montanari o dalle Guardie di Finanza del Regno Lombardo-Veneto, che li trasferivano nei brefotrofi dell’estesa Provincia di Como.
Una delle aree di attraversamento tra le più “attive”, sia sotto il Regno Lombardo-Veneto che sotto il Regno d’Italia, fu Ronago, una frazione del Comune di Uggiate, la stessa ove accadde quanto ricorderemo nel prossimo capitolo [10].
La “cattura” del più scaltro dei trafficanti di bambini ad opera delle Guardie Doganali di Ronago (1871)
Ronago, oggi frazione del Comune di Uggiate-Trevano, è un storico paese di frontiera, Comune autonomo sino al 1° gennaio del 2024. Appartenente geograficamente all’Alto Olgiatese, fa parte della Provincia di Como, con la quale ha condiviso questa e altre storie di “contrabbando”.

Fu proprio qui che il 14 marzo del 1871 una pattuglia di Guardie Doganali della locale Brigata di frontiera, composta dal Brigadiere Luigi Petrin i[11] e dalla guardia Giovan Battista Vitali, dopo lunghe indagini, riuscì ad acciuffare uno dei principali attori di quell’orribile “tratta”: Giovanni Battista Ceppi, detto “Pures”, un incallito contrabbandiere di vite umane originario di Novazzano (Distretto di Mendrisio, Canton Ticino, al quale da anni davano tutti la caccia, ma che andava comunque arrestato in flagranza di reato.

Il “Pures” era un passatore di trovatelli da circa 40 anni, operando prevalentemente lungo la linea di frontiera di Ronago, ove si racconta “depositava” dai 70 agli 80 neonati all’anno.
A questo punto lasciamo la parola ad un giornale dell’epoca: “A Ronago, ameno villaggio su quel di Como, limitrofo al Canton Ticino un giorno di aprile (in realtà era successo in marzo, n.d.r.) verso le 04:30 il signor Poltrini (sic) Luigi, brigadiere delle regie guardie doganali di Ronago, coadiuvato dalla guardia Vitali Giovanni Battista, arrestava uno dei principali espositori di trovatelli di cinesi, certo Ceppi Giovanni Battista di Novazzano, nel mentre tentava di abbandonare sul confine territoriale di questo Comune due bambini, collocati in un cesto di giunchi. Il cessato governo aveva promesso un premio a chi lo arrestasse in flagrante delitto; e il Consiglio Provinciale di Como stabilita una gratificazione di lire 150 a chi avesse arrestato uno di questi espositori svizzeri” [12].
Ulteriori particolari sulla cattura del vecchio “passatore” ci pervengono dai prima citati “Annali di Medicina”, edito nello stesso 1871, laddove apprendiamo che “Non è molto fu arrestato sul confine comense un vecchietto, che dal Cantone Ticino esportava i bambini per esporli sul territorio italiano: esso recava sulle proprie spalle il corpo del delitto, ossia due bambinelli in un cesto, da regalare al Regno d’Italia. Quest’uomo aveva spesa tutta la sua vita nel lucroso mestiere di contrabbandiere di infanti, deludendo tutte le ricerche, gli appostamenti ed i premi delle autorità lombarde per coglierlo in fallo. Ci vollero undici giorni e undici notti di continua scolta per parte delle brave nostre guardie di finanza per sorprenderlo ed arrestarlo in Ronago ad onta dell’accanita sua resistenza. Orbene pochi giorni appresso altri bambini manifestatamente provenienti dalla Svizzera si esponevano a Clivio, su quel di Varese quasi in margine al Cantone Ticino” [13].
Era, questa, purtroppo, la prova che l’arresto del “Pures”, da solo non bastava. Le successive indagini, come ricorda il testo del Bosisio, consentirono di appurare che “a dimostrare ancor più l’importanza di questa cattura vi basti sapere, che solo quest’anno furono già esposti diciotto infanti svizzeri, se ne esposero fino a quattro ogni giorno, e tutti dal Ceppi, per sua stessa confessione” [14].
Non abbiamo, purtroppo, idea di quanti anni di galera furono comminati al “Pures”, ma di certo, da quel momento in avanti, almeno a Ronago, di notte, lungo la linea di frontiera le Guardie Doganali non sentirono più i vagiti di quei poveri bambini, che assurde regole legislative svizzere ne faceva oggetto degli interessi di incalliti “contrabbandieri di carne umana”, come li aveva definiti il vecchio Ispettore dei Finanzieri, Francesco Bosisio.
NOTE
[1] Sull’argomento lgs. Volker Hunecke, I trovatelli di Milano: bambini esposti e famiglie espositrici dal XVII al XIX secolo, Milano, Il Mulino, 1989.
[2] La ruota degli esposti era una bussola girevole di forma cilindrica, normalmente in legno, composta da due parti: una rivolta verso l’esterno e una verso l’interno. Attraverso uno sportello, era possibile collocare gli esposti, cioè i neonati abbandonati, senza essere visti dall’interno. Facendo girare la ruota, essa andava a combaciare con un’apertura all’interno, dove lo sportello veniva aperto e al neonato potevano essere assicurate le cure necessarie. Da essa derivarono, molti anni dopo, le attuali porte girevoli che incontriamo negli alberghi e/o uffici e locali pubblici.
[3] Cfr. Janine Schneider, Quando i bambini illegittimi venivano trafficati di nascosto dalla Svizzera verso Milano, in https://www.swissinfo.ch/ita/economia/quando-i-bambini-illegittimi-venivano-trafficati-di-nascosto-verso-milano/49147188, 26 gennaio 2024.
[4] Cfr. Janine Schneider, op. cit.
[5] Josef Kempf chiedeva 90 fiorini per il trasporto di una bambina o di un bambino.
[6] Cfr. Janine Schneider
[7] Ibidem.
[8] Cfr. Francesco Bosisio, Il Grido della Natura, Bergamo, Tipografia Gaffuri e Gatti, 1874, pag. 174.
[9] Cfr. Romolo Griffini, Annali di Medicina, Vol. CCXVI, Aprile – Giugno 1871, Milano 1871, pag. 504.
[10] Vgs. a riguardo Lidia Travaini, Storie dal passato. Quei neonati in una cesta salvati «grazie» al confine, in https://www.cdt.ch/news/ticino/quei-neonati-in-una-cesta-salvati-grazie-al-confine-380893.
[11] Luigi Petrini nacque a Calosso, allora in provincia di Alessandria, il 20 settembre del 1844. Arruolato nel Corpo dei Regi Preposti delle Gabelle il 1° novembre 1861, percorse una lusinghiera carriera nelle Guardie Doganali, ove fu nominato dapprima Brigadiere e poi, il 3 ottobre 1875, Sotto Tenente. Nella Guardia di Finanza raggiunse il grado di Ispettore di Circolo di 2^ classe, nel 1901, congedandosi qualche tempo dopo.
[12] Cfr. Corrispondenza dal titolo “Un espositore di trovatelli”, in L’Illustrazione Popolare, n. 52, domenica, 30 aprile 1871, pag. 415. La notizia fu data in anteprima dal <<Pungolo>> di Milano nel suo numero del 16 marzo 1871.
[13] Cfr. Romolo Griffini, Annali di Medicina. op. cit., pag. 504.
[14] Cfr. Francesco Bosisio, Il Grido della Natura, op. cit., pag. 174.
*Colonnello (Aus) della Guardia di Finanza – .Storico Militare. Membro Comitato di Redazione di Report Difesa
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