Guardia di Finanza: operazione “VAS al telefono”. Attivazioni di servizi a pagamento non richiesti dagli utenti. Sequestrati oltre 21 milioni di euro ad una nota società nazionale di telecomunicazioni

Di Mariateresa Levi

Roma. È un provvedimento di sequestro preventivo pesante quello che la Procura della Repubblica di Milano ha disposto nei confronti di un noto provider telefonico nazionale, a seguito di una complessa indagine condotta dai Finanzieri del Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche (NSTPFT), in stretto raccordo operativo con quelli del Nucleo Polizia Economico Finanziaria di Milano e con la Squadra Reati Informatici della Procura meneghina, grazie ai quali è stato possibile accertare una frode informatica in cui, a farne abbondantemente le spese, sono state centinaia di migliaia di (inconsapevoli) consumatori.

Il Tenente Colonnello Gian Luca Berruti, Comandante del III Gruppo NSTPFT della Guardia di Finanza

Il citato sequestro, che per la cronaca ammonta ad oltre 21 milioni di euro, giunge all’esito di un’attenta attività investigativa che ha coinvolto aspetti di natura tecnologica e bancaria, a seguito dei quali è stato così possibile ricostruire le azioni illecite realizzate nel tempo dal provider in questione e sostanziatesi nell’addebito ai clienti di importi non dovuti, a loro volta generati da attivazioni non richieste ai cosiddetti servizi a valore aggiunto (tecnicamente conosciuti come VAS), che i clienti della stessa compagnia si ritrovavano dunque sui propri dispositivi di telefonia mobile.

Sul punto giova rilevare come nel medesimo filone investigativo fossero già finiti sotto sequestro preventivo oltre 12 milioni di euro, per i quali si sono trovati a rispondere due società content service provider (CSP) le quali, agendo per conto del gestore telefonico, sviluppavano il software che poi proponevano – impiegando aggregatori/HUB tecnologici – alla loro clientela.

Per poter giungere all’esatta quantificazione dei ricavi illecitamente incamerati dalla compagnia telefonica, il pool investigativo delle Fiamme Gialle ha chiesto ed ottenuto dal giudice per le indagini preliminari di applicare l’identica formula utilizzata dagli indagati per la suddivisione dei guadagni e che, come contrattualmente stabilito, era sancito da questa semplice operazione matematica: V = (B/0,45 + Y/0,45) / 2 che mette in relazione il profitto illecito conseguito dalla compagnia con quello dei produttori di contenuti VAS.

Considerato dunque che i ricavi complessivi derivanti da tali attivazioni illecite hanno superato i 19 milioni di euro, la suddetta formula ha altresì quantificato quale sia l’importo da imputare in capo alla società medesima in sede di sequestro preventivo (ovvero 21,2 milioni di euro).

Le investigazioni condotte dai militari della GDF hanno per di più dimostrato come fosse sufficiente visitare una pagina web oppure consultare un’app con il proprio smartphone – talvolta con l’inganno di banner pubblicitari piazzati ad hoc – per ritrovarsi all’istante abbonati ai servizi più disparati (es. oroscopi, notiziari di gossip, suonerie, ecc.). Una frode in piena regola dunque, che si innescava anche con zero click e che non si è peraltro interrotta neppure durante l’emergenza sanitaria nazionale ancora in corso.

Un business facile, a molti zeri e con possibilità di guadagno che potevano derivare persino da attivazioni dei servizi VAS sulle connessioni mobili utilizzate tra macchine per lo scambio-dati (es. gli impianti di allarme, quelli di domotica, ecc.) e sempre senza alcun consenso da parte degli utenti.

I reati per i quali sono ora chiamati a rispondere i responsabili della vicenda riguardano le correlate ipotesi di frode informatica ai danni dei consumatori, commessa da soggetti in concorso tra loro (tra i quali figurano anche alcuni dirigenti della compagnia), nonché con aggregatori/HUB tecnologici e content service provider sempre in concorso tra loro.

Per completezza d’informazione si sottolinea come la medesima compagnia di telecomunicazioni, nel luglio scorso, ha reso noto di aver provveduto a rimborsare quanto dovuto sul conto telefonico dei propri clienti danneggiati da queste attivazioni “non compliant”, per una somma di 20 mln. di euro, fatto salvo il fatto di rivalersi a sua volta chiedendo indietro lo stesso importo ai content service provider (CSP) coinvolti nella vicenda.

Le indagini, ad ogni buon fine, non sono comunque da ritenersi ancora completamente concluse.

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