Di Pierluca Cassano
TREVISO. Emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, omessa dichiarazione e riciclaggio; sono questi i reati contestati in capo a 5 soggetti finiti in un’indagine condotta dai finanzieri del Comando Provinciale di Treviso, all’esito della quale il GIP del locale Tribunale ha disposto un decreto di sequestro in conseguenza di proventi illeciti – per un valore di circa 10 milioni di euro – generati da frodi fiscali.

L’indagine in questione, affidata agli specialisti del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria, ha infatti permesso di accertare come – tra il 2019 ed il 2024 – gli indagati si sarebbero avvalsi di otto ditte individuali, tutte attive nel confezionamento di capi di abbigliamento (delle quali 6 attive solo sulla carta e 2 realmente operanti), attraverso le quali è stato prodotto un imponente giro di fatturazioni fittizie per importi che hanno complessivamente superato gli 80 milioni di euro.
Secondo gli investigatori della GDF trevigiana, il sistema frodatorio in questione era stato architettato dalla “mente” del gruppo imprenditoriale in parola per consentire alle due imprese effettivamente operative (che riuscivano ad aggiudicarsi molte commesse grazie ai prezzi assai vantaggiosi proposti alla clientela), di abbattere in maniera considerevole la tassazione sui redditi imponibili per un importo di oltre 7 milioni di euro.
Un abbattimento del tutto illecito derivante da costi mai sostenuti – ma documentati dalle fatture per operazioni inesistenti – emesse queste dalle citate 6 ditte “fake”, tutte intestate ad imprenditori cinesi coinvolti nella frode medesima.

Sul conto delle citate ditte intestate a meri “prestanome”, è altresì emerso come le stesse fossero completamente prive di dipendenti e con titolari irreperibili (uno dei quali peraltro deceduto).
I paralleli accertamenti bancari eseguiti dai finanzieri al fine di delineare tutte le transazioni finanziarie intercorse tra i vari indagati, hanno poi dimostrato come l’evasione d’imposta complessivamente realizzata sia stata utilizzata per disporre bonifici in Cina nonché per acquistare – sempre in territorio cinese – costosi beni di lusso.
I conti correnti sono stati invece utilizzati dal principale indagato per coprire spese del tutto personali, nonché per l’acquisto di due immobili aventi un valore complessivo di circa 700.000 euro e fittiziamente intestati ai figli minorenni.
La stessa attività investigativa ha inoltre evidenziato il ruolo assunto della moglie del principale indagato la quale, oltre a risultare la titolare due delle ditte-fantasma, si trova ora ad essere accusata di riciclaggio per aver di fatto mascherato l’origine illecita di parte dei profitti conseguiti, effettuando al riguardo numerosi prelievi di denaro contante nonché disponendo bonifici verso conti esteri.
Sulla vicenda va in ogni caso ricordato e garantito il rispetto dei diritti degli indagati, attualmente sottoposti ad indagini preliminari e dunque da presumersi innocenti fino ad eventuale pronunciamento d’una sentenza irrevocabile di condanna.
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